Mauro Faina's blog

School Adventures

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5 anni fa…

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Strana la vita, strani i corsi e ricorsi storici. Delle volte penso che il tempo si sia fermato, tanto sono ricorrenti certi momenti. Questa mattina, dopo 4 giorni di pausa, il ritorno a scuola. Molto rilassato, sempre divertito nel tornare in cattedra con tutti i miei amati studenti. Uno di quei giorni in cui spieghi, interroghi e chiacchieri pure piacevolmente con gli alunni. E uno di quei giorni in cui arriva una domanda inaspettata da un alunna, Michela: “prof, ma lei come ha conosciuto sua moglie?” Ecco, mi dico, hanno voglia di chiacchierare e vogliono ritardare l’inizio della lezione, ma è una classe che ho da tre anni, con tante belle individualità e le voglio bene, quindi una risposta la meritano pure. Raccontando alcuni fatti importanti della mia vita, mi sono reso conto che avevo già raccontato certe cose su questo blog, che tanto ho usato nel passato e abbandonato da tempo. In pratica chiuso dopo il mio lungo servizio al liceo scientifico/pedagogico/classico Da Vinci di Terracina. Ci fu un tentativo di riaccendere una sorta di diario del professore su Facebook, ma non funzionò o, meglio, non riuscii ad averne cura come era stato per questo blog. Alla fine lasciai solo l’account di Facebook, ma il social non è il massimo per chiacchierare in libertà, mentre un blog rimane ancora qualche cosa di intimo, un punto dove esternare, scrivendo a lungo senza timore di annoiare. In serata ho raccontato a mia moglie del divertente fuoricampo con la 3B chimico del Rosselli di Aprilia (accidenti 8 anni fa avevo pedagogico, scientifico e pure classico! Oggi solo chimico!), una classe che “conduco” da 3 anni e che spero di portare fino in quinto. Mia moglie mi ha subito chiesto cosa mai avessi raccontato. La mia risposta: “nulla che non sia stato già scritto, ricordi il famoso blog?”. Preso dalla curiosità, sono andato a scavare nel web e ho ritrovato tutto le pagine del blog e a forza di prove la password! Beh, ed ora? Che fare? Proviamo a riesumare questo cadavere e a farne di nuovo un diario delle avventure di un prof nella sua scuola? La risposta è si, chissà che non ritrovi il gusto di scrivere di scuola e delle tante piccole avventure e storie che capitano tutti i giorni? Benvenuti a bordo!im-back-blog-march-31

Written by dago64

November 3, 2016 at 9:18 pm

I golden boys

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Leggendo il libro “Licenziare i padreterni” molte cose si chiariscono. O meglio, si spiegano completamente! Sapete in quale anno è cominciato a schizzare vertiginosamente il debito pubblico: il 1983. In quell’anno, come dice il duo Stella-Rizzo, è cominciata l’aggressione alle casse statali.In pratica lo fondamento sistematico del bilancio preventivo italiano. Sapete chi c’era a palazzo Chigi? Craxi, persona politica che ha pagato per tutti, una vittima, ma sempre una persona facente parte della casta. Ma tenetevi forte, sapete chi c’era fra i golden boys, ossia i suoi consiglieri economici? Tremonti, Brunetta, Sacconi e Siniscalco. Questi signori ci sono ancora oggi e possiamo ritenerli non dico responsabili, ma ingranaggi funzionali del sistema Italia che ha raggiunto il fondo. Nel 1983 l’Italia aveva un pil doppi rispetto all’India (oggi economia crescente), il triplo del Brasile (idem). La Camera costava però un quarto. Si, c’è stato l’euro, tutto è aumentato. Ma vogliamo anche aggiungere che questi politici si sono arricchiti con il fare politica anzichè migliorare il sistema Italia.  I costi di Montecitorio sono cresciuti del 367% (si 367%!), mentre la ricchezza degli italiani del 40% ( e che ricchezza!). Se ci mettiamo il Senato e tutti gli enti statali e parastatali,in pratica i nostri governanti si anno fuori una montagna di denaro. Per difendersi parlano dei costi della democrazia. Ma fatemi il piacere! Nel 1983 la Camera spendeva 600 milioni di lire (868000 euro attuali) per le locazioni. Nel 2011? 35 milioni e passa di euro!!! Ehi i deputati non sono aumentati di numero, sono sempre quelli. E questi sarebbero i costi della democrazia? Ridicoli!!!!!

 

Written by dago64

September 24, 2011 at 5:42 pm

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Il Rinnegato – Prologo e I capitolo definitivi

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Prologo

Questa è la storia di un uomo, un veneziano di nobile famiglia che poi, suo malgrado, fu costretto a vagare per tutta l’Europa del XVI secolo alla ricerca di se stesso e di coloro che gli avevano rubato la vita. In quegli anni il destino della civiltà occidentale era incerto, dato che i due più grandi e potenti imperi del periodo si contendevano il dominio. Da una parte l’impero Ottomano, con base a Costantinopoli, era all’apice della sua gloria e delle sue ambizioni espansionistiche. Era governato da una delle figure più affascinanti del tempo, Solimano il Magnifico, il cui impero andava dal fiume Tigri ad oriente fino alle coste dell’Algeria, e si estendeva fino alla penisola balcanica e alle pianura ungherese. Nell’Europa centrale, questo colosso fronteggiava un impero cristiano ugualmente grande e potente. L’impero degli Asburgo si estendeva dalla Danimarca e Olanda al Nord, Austria ad est, alla Spagna e oltre, fino al nuovo mondo. Questo vasto dominio cristiano era guidato da un imperatore giovane, dinamico e profondamente devoto alla chiesa di Roma: Carlo V. Sia Solimano che Carlo si consideravano difensori delle loro religioni e si ergevano contro l’infedele come se avessero ricevuto ordine dall’Onnipotente. Molte furono le occasioni di misurarsi per i due imperatori. L’Europa e il mare Mediterraneo furono teatro di duri scontri, che mai determinarono un sicuro vincitore. Un epico duello in cui un veneziano si ritrovò protagonista. Partecipante attivo nel confronto fra due religioni, due culture estremamente diverse, due civiltà che conobbe profondamente e che imparò a rispettare, malgrado le contraddizioni interne che esse presentavano. Un uomo che, seguendo il suo destino, determinò involontariamente quello di due grandi imperi. Un personaggio misterioso, non citato nelle fonti storiografiche, che conobbe le fortune e le disgrazie dei grandi del Rinascimento.

I capitolo – Il complotto

Venezia. Maggio del 1519. La tregua con l’impero di Carlo V aveva sancito un periodo di relativa tranquillità per la Serenissima. L’imperatore e Francesco I di Francia si contendevano l’Italia settentrionale. La repubblica veneta temporeggiava, considerando anche la minaccia dei pirati del Barbarossa, al soldo di Solimano il magnifico. Non si dormiva tranquilli nei sontuosi palazzi del potere veneziano. Nell’ombra sorgevano complotti e strane alleanze fra chi bramava più ricchezze e gli inviati dei monarchi stranieri. Venezia non era un posto sicuro e tutti ben presto se ne sarebbero accorti.

Mezzanotte. Una moltitudine di nuvole, parzialmente illuminate dai raggi della luna, copriva l’orizzonte. La luna sembrava galleggiare attraverso di esse, come una regina che cammina con passo lieve, mentre il suo splendore era riflesso in ogni onda del mare Adriatico. La città era immersa nel silenzio. L’acqua della laguna era increspata dalla brezza notturna che soffiava gentilmente attraverso le colonnate di San Marco. La basilica, imponente e spettrale come non mai, era testimone silenziosa degli incontri notturni. Il silenzio che avvolgeva Venezia fu rotto dallo sciabordare di un remo.

Avvolta della nebbia notturna una gondola avanzava lungo il canale. Un uomo incappucciato e inquietante si ergeva a prua, a poppa il rematore, che al cenno dell’incappucciato accostò l’imbarcazione all’altezza di un piccolo porticciolo. Illuminato dalle luci fioche provenienti dalle finestre dalla duplice arcata che si affacciavano sul canale, l’uomo misterioso scese dalla gondola e salì i quattro gradini che lo condussero davanti al portone di uno dei tanti palazzi eleganti di Venezia. Sul petto appesa una collana, portava una preziosa daga. Indossata come ornamento, ma terribile strumento di morte. Ad attenderlo sul portone c’era un servitore con una torcia.

“Benvenuto, nobile Caravello. Gli altri ospiti vi stanno aspettando.”

L’uomo si tolse il mantello. Vestito elegantemente, statura media alto, di corporatura snella, capelli corvini e lunghi fino a sfiorargli le spalle. Aveva un viso di colore pallido, quasi emaciato. Un naso aquilino, mento sporgente e due grandi  occhi neri sormontati da folte ciglia davano al suo sguardo qualche cosa di minaccioso, inquietante. Luigi Caravello percorse un ampio porticato che si apriva su un vestibolo da dove partiva una scalinata fiancheggiata da dei stanzoni adibiti a magazzini. Con passo deciso il nobile salì le scale di marmo e raggiunse il primo piano del palazzo, dove si trovava il gran salone con ampie finestre che si affacciavano direttamente sul Canal Grande e da cui penetrava la fredda luce della luna. C’erano due uomini a riceverlo, eleganti e silenziosi. Uno dei due, con una benda nera a coprire un occhio, lo salutò.

” Temevo che non arrivassi, ci sono tanti pericoli in questi periodi incerti.”

L’uomo con un occhio solo indossava, sopra la larga veste, un mantello nero con le maniche tagliate da cui uscivano gli sbuffi della camicia. Un collare di cuoio con rubini e smeraldi rimarcava il suo alto lignaggio.

“ Caro Procuratore,” rispose Caravello con sarcasmo, “il pericolo è il sale della mia vita. La giusta dose è gustosissima….. ma…… non vedo il nostro buon amico Kalandrakis.”

“Arriverà a breve. Lui non ama il sale del pericolo, neppure in giusta dose. Il suo mondo è fatto di oro e di lettere di credito. Tutto ciò che non è finanza lo spaventa.”, non è un uomo d’azione. Ci sei tu per i lavori sporchi.” Rimarcò il procuratore accarezzandosi la lunga barba.

“ E’ un peccato doversi servire delle jene per far trionfare i leoni! Esclamò il terzo dei presenti con il capo contornato da un tipico turbante turco di colore rosso. A giudicare dai suoi indumenti doveva essere un nobile turco di prestigio. Indossava una tipica camicia turca celeste, pantaloni a sacco bianchi e fascia gialla alla vita.

“ Sarebbe un peccato peggiore se i leoni perdessero. Non credi, Ahmed Bey?”

Un uomo di corporatura massiccia, folta barba nera e viso rotondetto con un copricapo tipicamente orientale spuntò dalla penombra. Una larga veste bianca con una tunica nera coprivano il suo corpo grasso.

“ Ah, come al solito, caro Kalandrakis, spunti dall’ombra. E’ chiaro, non puoi lottare contro la tua natura!”.

I due si scambiarono uno sguardo di insofferenza, ma a richiamarli all’ordine la voce profonda e autoritaria del procuratore.

“Vi prego, amici, non sprechiamo tempo in dispute inutili. Abbiamo molto da rischiare e molto da perdere. Accomodatevi.”

Il lugubre quartetto si sedette intorno a un tavolo illuminato solo dalla fioca luce lunare proveniente dalle finestre. Una statua, immobile e silente, dominava la sala. Il procuratore prese la parola e prese in braccio un grosso gatto grigio, dal muso diabolico e famelico.

“Tu, Kostas Kalandrakis, puoi perdere le tue banche. Hai ammassato ricchezze in tutta Europa, ma, attenzione, tutto vacilla, tutto è messo in discussione. E non di meno rischi anche tu, Ahmed Bey. Solimano confida in te per impedire l’alleanza fra l’imperatore Carlo V e Venezia. Certo, finora hai lavorato bene e grazie ai tuoi servigi, Solimano ti ha coperto di fama e ricchezza. Bada bene, se il nostro piano fallisce, ti attende la mannaia a Costantinopoli. Ma se con il vostro aiuto diventerò doge, le vostre fortune si moltiplicheranno. Se sarete distrutti, allora lo sarò pure io. I nostri destini sono uniti per sempre. Quanto a te, mio caro Caravello, oltre all’oro che prendi dal sultano, potresti perdere anche la tua amata, Ortensia Morosini, la donna che per te vale di più della tua stessa vita. Tutti noi siamo ora in pericolo a causa di un solo uomo. Lui o noi. Dovremo distruggerlo o sarà lui a distruggere noi. Lo conosciamo tutti questo uomo: Dandolo, il maledetto Domenico Dandolo. Preparatevi, l’ora della verità è giunta.”

I quattro uomini sinistri si scambiarono un cenno d’intesa e senza aggiungere altro, si allontanarono. Il gatto si allontanò dalla sala e si perse nell’oscurità, miagolando compiaciuto. Alea iacta est, avrebbero detto i romani.

Non molto distante dal luogo di quel complotto sanguinario , si trovava la residenza dei Dandolo che dominava la riva degli Schiavoni, l’approdo dei mercanti provenienti dalla Dalmazia che portavano e vendevano carni e pesci salati. Era uno dei palazzi più belli della Serenissima. La sua facciata era caratterizzata da dei grandi finestroni centrali sormontati da arcate gotiche che illuminavamo un lussuoso salone al primo piano.

I Dandolo erano una delle casate più antiche e illustri a Venezia. Ricche e rispettate, anche se oscurate nel prestigio dalle nuove famiglie emergenti della Serenissima. Domenico era un fedelissimo del doge e le sue ricchezze provenivano dal commercio del sale pugliese, dalle spezie d’Egitto e dalla conchiniglia per colorare proveniente da Corfù. Un vero uomo d’affari che aveva anche aperto una filiale del banco dei Medici. Un fatto che lo aveva reso immensamente ricco. Il vecchio Dandolo era sempre vigile, sapeva che la sua fortuna poteva essere fonte d’invidia. Troppe serpi strisciavano a Venezia. Non era rimasto a guardare. Sapeva il fatto suo e aveva cominciato ad indagare su quelle voci insistenti di un interesse straniero alle sue ricchezze. Persona onesta e retta, non accettava bassi compromessi. Non era uno speculatore, ed era quindi odiato da altri importanti uomini d’affari europei e del vicino oriente.

Domenico Dandolo preferiva curare i suoi affari in una stanza attigua al salone centrale della sua residenza. Il suo studio, arredato senza sfarzo, era illuminato solo dalla fioca luce di qualche candela. Quella sera era piuttosto umido e Domenico indossava un pregiato mantello rifinito di pelliccia, ma non era solo l’umidità e il freddo che lo disturbavano. Il nobile leggeva con sguardo corrucciato i documenti sparsi sul suo scrittoio. Il viso rivelava sorpresa e indignazione. E provava una stanchezza, una stanchezza che prendeva le ossa, che gelava il sangue. In bocca, l’amaro di una verità prima solo sospettata e ora, con quelle carte a fare da testimone, provata. Il silenzio della riflessione fu interrotto dal cigolio della porta. Una giovane dama entrò nello studio e posò la mano sulla spalla del nobile.

“Avete un’espressione strana, padre. Non state bene?”

“E come potrei stare bene, Fiammetta? Venezia lotta su tutti i fronti per sopravvivere. La repubblica è circondata da nemici. Guarda questi documenti. Sono le prove del più miserabile tradimento contro la nostra città. Due uomini stanno cospirando con il turco Solimano. Uno di loro è addirittura veneziano.”

“ Come può essere, risponde preoccupata la donna? Chi?”

“Luigi Caravello, mia cara.”

“ No, non può essere. E’ nostro amico di lunga data. Il compagno preferito di Marco. Non ci credo. Sei sicuro? E cosa intendi fare?”

Fiammetta aveva ancora uno sguardo innocente e non era pronta ad affrontare i pericoli del mondo. Gentile e discreta, era amata da tutti. Non vestiva come voleva la moda veneziana dell’epoca, molto audace e provocatrice. Era una bellissima giovane donna, ma non amava mettere in mostra le sue grazie, come facevano altre ragazze della sua età. Nutriva per il fratello maggiore amore e ammirazione. Sapeva della profonda amicizia fra Marco e Luigi e in qualche modo era turbata e non voleva credere alle confessioni del padre. Ma sapeva anche che il padre non parlava mai a sproposito.

“ Andrò da Gritti, capo del consiglio dei dieci, e gli consegnerò i documenti perchè li faccia pervenire al doge. E come prova inconfutabile, so della presenza a Venezia dell’inviato turco del sultano, Ahmed Bey. Il doge dovrà prendere atto di questa slealtà e prendere i dovuti provvedimenti.”

“ Va bene, padre, è giusto quanto dici. Ma Marco, che dirà?”

“ Non lo so, ma in un modo o nell’altro, dovrà venire a saperlo.”

A Palazzo Morosini, Ortensia, la giovane marchesina padrone di casa appena ventunenne, era felice e preoccupata allo stesso tempo. In grembo portava il figlio dell’amato Marco Dandolo, ma voleva assicurarsi che l’uomo la sposasse prima di confessargli il segreto. Non si fidava del bel giovane, ammirabile per qualità tanto inaffidabile per le promesse. Quella sera aveva organizzato un incontro nella sua residenza. Marco venne accompagnato dall’inseparabile amico Luigi, guascone quanto lui, anche se a Ortensia non era mai piaciuto. C’era qualche cosa nel suo volto che l’adombrava, e qualche volta ne rimaneva spaventata. Ma per amore di Marco, l’aveva accettato fra i suoi più cari amici. Ortensia attese i due nella terrazza , davanti al giardino interno, un luogo piacevole per l’incontro di tre giovani nobili da cui si poteva ammirare il fantastico panorama offerto da Venezia. Ortensia, nonostante la sua giovane età, era già donna, aveva un corpo scolpito e le sue curve femminili erano perfettamente messe in risalto da uno splendido abito di seta bianca. Il suo seno era contenuto a fatica dall’abito e un velo nascondeva a fatica i capezzoli e grazie a dio non si vedeva ancora la pancia crescere. Un collo di merletto sottolineava la bellezza del suo volto sormontato dai capelli rosso tiziano, portati secondo la moda all’epoca. Le orecchie erano adornate da preziosi orecchini orientali.

“Buonasera, mia amata Ortensia,” disse Marco, compiaciuto alla vista della bella fidanzata.

Ma le parole che Ortensia usò non furono certamente di gioia. Anzi. Lo splendido viso fu attraversato da una smorfia seccata. Non perse tempo la giovane e passò subito all’attacco.

“ Ma-tri-mo-nio. Hai capito, buffone? O non sai di che cosa parlo?”

Marco rimase per un attimo senza parole. Era un giovane aitante, moro, vestito elegantemente con una raffinata camicia di lino bianca, farsetto nero senza maniche e calzabraghe blu, con la daga appesa alla cintura di argento, portata più per vezzo che per utilità. Anche se l’uomo era considerato uno dei spadaccini più temuti di Venezia.

Il giovane Dandolo si chinò verso la giovane donna e con fare gentile le parlò.

“ Ortensia, amore mio, sogno mio, vita mia, morte mia, ascolta. Sto per avere un posto nella flotta. Combatterò agli ordini del nostro glorioso ammiraglio. E’ difficile per me pensare al matrimonio, anche se, credimi, lo desidero con tutto il cuore.”

“Lo so, lo so, rispose Ortensia con uno sguardo di rassegnazione. Contro i Turchi, contro i pirati di Barbarossa, chissà contro chi altri. Ma io? Quali sono i tuoi progetti per me?”

Marco sorrise. Di un sorriso sincero e onesto. Il suo sguardo illuminato metteva ancora di più in mostra la sua bellezza. Capelli mossi e neri, lineamenti del viso duri, ma allo stesso tempo affascinanti. I suoi occhi blu cobalto raccontavano di un giovane sicuro di se, ma al tempo stesso attento a non ferire gli altri. Era innamorato della sua Ortensia. Molto. Certo, non lo dava a vedere, era pur sempre una delle prede più ambite di Venezia, ma aveva già deciso di sposare la dama più bella della città. Marco amava la vita e gli piaceva prendere e prendersi in giro. Non si curava dei potenti. Aveva l’abilità e il carattere di tener testa a chiunque. Ortensia era più riservata, ma quel giovane tanto spavaldo l’aveva affascinata fin dal loro primo incontro al gran ballo di Carnevale e non si erano più lasciati. Ora erano vicini al grande passo, ma doveva essere lui a fare una proposta seria.

“ Conosci le mie intenzioni, vita mia, amarti notte e giorno. Finchè diverrai una deliziosa vecchietta!” E si lasciò andare a una fragorosa risata.

“ Scordatelo!” Esclamò stizzita Ortensia. “ Io non aspetterò di essere una deliziosa vecchietta per sposarmi. Quindi scegli o i turchi e i pirati o me!”

Marco ammutolì, stordito dalla veemenza dell’amata.

“Suvvia, Ortensia, non lo sgridate. Se non vi sposa lui, lo farò io. Quale migliore punizione per le sue esitazioni?”

“ Zitto voi, Luigi. Mi basta uno svergognato per volta.”

Ginetta, ormai irritata e delusa, si allontanò, fra lo sguardo attonito dei due giovani.

“Mmm, la tua bella fidanzata è decisa, vero Marco?”

“ Si. Hai ragione Luigi. E ciò rende il mio futuro molto cupo. Temo che stavolta non troverò scuse per salvarmi dal matrimonio.”

“ In questo caso, caro Marco, urgono provvedimenti. Non lasciamo per domani il vino che possiamo bere oggi.”

“ Ah ah ah, hai ragione, Luigi. E nemmeno le ragazze che possiamo baciare. Parole sante. I locali di Venezia ci aspettano. Andiamo, altrimenti non ci rimarrà nulla. I piaceri di Venezia saranno nostri.”

Ridendo e scherzando i due giovani abbandonarono la terrazza e percorsero i lunghi corridoi del palazzo fino alla scalinata di marmo. Scesero al pianterreno e uscirono dal portone secondario dove ad attenderli c’era una gondola.

Marco Dandolo non era particolarmente desideroso di prendere moglie. Era nato nel 1490 e la ricchezza paterna gli aveva permesso di avere un’ottima istruzione. Aveva studiato presso la prestigiosa scuola diplomatica di San Marco e aveva ottenuto brillanti risultati. Il padre non voleva che diventasse un topo di biblioteca e ne affidò l’addestramento militare a un celebre cavaliere che aveva partecipato alla disfida di Barletta. Si rivelò un ottimo allievo. Svelto di mente e di braccio, abile spadaccino e cavallerizzo. Questa indole da combattente lo portò ben presto lontano dalla famiglia dagli agi di Venezia. Aveva partecipato a molte battaglie fra cui Agnadello. Malgrado i continui dissidi con il padre, che lo voleva erede della sua fortuna, concluse i suoi studi di Giurisprudenza. Con la lega di Cambrai si guadagnò il titolo di capitano d’armata. La bellissima Ortensia era la sua fidanzata da tempo e aveva deciso di mettere la testa a posto per lei. Ma il suo spirito indomito era costantemente attratto dalle vicende belliche che affliggevano l’intera Europa agli inizi del XVI secolo. Desiderava pure un figlio, ma l’amore per l’avventura era la momento più grande. Si profilava un grosso problema all’orizzonte. E non sapeva proprio come uscirne. Forse se avesse saputo della gravidanza di Ortensia, non avrebbe esitato. Ma era proprio questo che la nobildonna desiderava vedere. Conosceva bene il suo Marco e non voleva costringerlo a condurre una vita che non voleva. La responsabilità di un figlio l’avrebbe sicuramente frenato.

Nel frattempo il vecchio Dandolo non perse tempo e, dopo aver congedato la figlia Fiammetta, si recò a palazzo Gritti. La costruzione di affacciava come tutti i palazzi più importanti di Venezia sul Canal Grande. Un palazzo con i tipici tre piani che distinguevano le residenze del tempo. Sette finestre centrali con arco a tutto sesto dominavano la facciata. Lungo tutti i balconcini fiori e piante. Ad attendere il mercante il servo Giannetto che mostrò uno strano sorriso beffardo.

“Ah, buonasera signor Dandolo, entrate. Il procuratore vi aspetta.”

“ Il procuratore conosce il motivo della mia visita, Giannetto?”

“ Si ed è molto inquieto. Mi ha detto di farvi passare subito.”

Lo studio del procuratore era maestoso, tappezzato di costose stoffe e arredato con mobili di alta fattura. Ben diverso da quello di Domenico. Andrea Gritti non era comunque un uomo comune. Fin da giovanissimo venne condotto dal nonno in varie ambascerie in Inghilterra, Francia e nelle Spagne. Si era anche trasferito a Costantinopoli dove riuscì a stringere rapporti commerciali con il sultano Bayezid e a diventare punto di riferimento per tutta la comunità dei mercanti europei.
Si instaurò fra Gritti e la Sublime Porta un legame così stretto che sarebbe durato per tutta la sua vita. Andrea al ritorno in patria ricoprì varie cariche senatorie e diplomatiche, ma il suo incarico più importante e incisivo fu sicuramente quella di capitano generale. Infatti riconquistò Padova e i territori perduti dopo la sconfitta di Agnadello. Nel 1509 venne eletto alla Procuratoria di San Marco. Questa nomina, appannaggio di un numero ristretto di patrizi, era emblematica di una carriera politica di particolare prestigio. Una persona di spessore, dunque. Un uomo di cui ci si poteva fidare secondo quello che pensava Domenico.

“Buona sera, nobile Dandolo.”

“ Porgo i miei saluti, procuratore. Purtroppo sono messaggero di funeste notizie. Leggete qui, questi sono documenti scottanti e vergognosi per la Serenissima.”

Gritti lesse le carte accuratamente. Alla fine sollevò il suo sguardo verso Dandolo.

“Non credo ai miei occhi, Caravello e Kalandrakis. Due nobili di alto lignaggio. Sembra incredibile. Sai se ci sono altri implicati?”

“ Si, procuratore. Pare ci sia un nobile molto molto importante, ma non ho scoperto chi. Mi metterò subito all’opera per stanarlo. Dovrei riuscirci in breve tempo.”

“ Capisco.” mormorò Gritti. L’uomo riflettè qualche minuto e si rivolse di nuovo a Dandolo.

“Lasciate qui questo rapporto. Domani sarà mia cura consegnarlo nelle mani del doge. Vi ringrazio, Dandolo, per la fedeltà dimostrata.”

Lo sguardo di Andrea Gritti accompagnò Domenico Dandolo fino al portone d’ingresso. E rimase immobile a pensare. Qualche minuto e si scosse.

“Giannetto! Dove sei?”

“Eccomi signore.”

“ Trovami Salvatore, subito. Ho un incarico speciale per lui.”

“ Si, signore, me ne occupo subito.”

Giannetto a passo svelto uscì dallo studio e corse a compiere la sua missione. Su Venezia si stava per abbattere la tragedia e il rumore cupo della campane lasciava presagire solo ore funeste.

L’indomani, con il sole già alto, rauco per i canti, sazio di vino, Marco fece ritorno a casa. Aveva trascorso una notte di bagordi con l’amico fraterno. Il gondoliere lo aiutò a salire gli scalini del suo palazzo e barcollante, ma soddisfatto, il giovane salutò la vita. Era felice. Una felicità da fare invidia.

“Cosa posso volere di più? Una sposa meravigliosa, un amico inestimabile, una carriera brillante. Non è un sogno, è realtà e grazie Dio per avermi concesso tanta grazia!”

Come sempre, quasi in un gesto rituale, sfiorò il vecchio scudo di pietra appeso a fianco del portone. Lo stemma bianco e rosso dei Dandolo, simbolo della loro fama e ricchezza. La sua bandiera, scolpita nel suo cuore.

“Lunga vita ai Dandolo.” gridò il giovane.

Ad accoglierlo nel salone la madre. Una bella donna di mezza età, vestita con un abito rosso damascato. Al collo indossava un prezioso gioiello, regalo dell’adorato marito. Le mani sui fianchi non lasciavano presagire nulla di positivo per Marco.

“Ah, sei qui? Hai finito con gli stravizi? Dovresti vergognarti!”

“Cara Madre! Niente mi rallegra più di una calda accoglienza. Dammi un bacio.”

E l’abbracciò, con una genuina allegria che la fece sorridere e che la rese la madre più felice del mondo. Nella stanza adiacente , sedevano il padre e la sorella che parlottavano fra di loro.

“Glielo direte, padre?”

“ Non posso. Luigi è come un fratello per lui. No. Forse sono vile, ma non riesco a dirglielo. Gli ho scritto una lettera che potrà leggere più tardi.”

Marco si avvicinò ai due. “Sorellina, già alzata? Sei bella come il sole, stai diventando grande e presto dovrò litigare con i tuoi pretendenti! E voi, padre, potete cominciare a brontolare.”

“ No, Marco, oggi no. Dopotutto anch’io da giovane ho avuto la mia parte di notti brave.”

Il vecchio Dandolo prese un plico sigillato dalla tasca del suo mantello e lo diede al figlio.

“Prendi, ti ho scritto una cosa molto importante e voglio che tu la legga appena sarai solo. Lo farai?”

“ Lo prometto, padre. Diavolo. Ho veramente sonno. E puzzo come pochi. Mi ritiro nella mia stanza.”

Marco si allontanò e salì la scalinata che conduceva alle camere da letto del piano superiore.

“Leggerò la lettera più tardi, non mi reggo in piedi.”

Con il sole alto, Marco sprofondò nel suo letto. Nella mano la missiva del padre, che lentamente scivolò fra le sue dita a terra.

Venezia era invece ben sveglia anche se il primo cittadino non brillava per capacità. Il Doge Loredan aveva avuto un periodo veramente difficile dal punto di vista politico. La lega di Cambrai non gli dava pace, anche se la guerra poteva ritenersi conclusa, e la tregua con Solimano non lo lasciava tranquillo. Il doge, che forse pensava di doversi godere gli ultimi anni di vita piuttosto che dedicarli all’amministrazione, aveva favorito una certa rilassatezza di costumi nella società veneziana. Vi furono molti scandali finanziari e molte cariche pubbliche vennero acquistate piuttosto che ottenute per merito. In questo periodo il doge comprava perfino cariche per figli e parenti, usando al massimo la sua influenza. La serenissima era allo sbando. Un doge così preso dai suoi affari clientelari , non poteva essere in grado di amministrare la repubblica. Molti nobili vedevano nella sua debolezza, la possibilità di instaurare nuovi equilibri, nuovi poteri. Gritti era fra questi. Il complotto contro il Dandolo avrebbe eliminato un pericoloso avversario e la strada verso la carica di doge sarebbe stata praticamente libera. Bisognava fare presto però. Non c’era tempo da perdere e Gritti convocò per la seconda gli altri tre compari lontano questa volta da occhi indiscreti. Non voleva farsi soprattutto vedere in giro con il turco e il greco, Ahmed e Kalandrakis, qualcuno avrebbe potuto farsi domande strane. Il luogo del rinnovato incontro era molto lontano dai palazzi della nobiltà che si affacciavano sul Canal Grande. Sotto un piccolo ponte che univa le tante calli di Venezia. Raggiunsero il luogo a piedi, camminando furtivi per la città. Ormai l’ora dell’azione era imminente e non bisognava fare errori. L’acqua del canale aveva un odore acre, di putrefazione. I quattro uomini , avvolti nei loro mantelli oscuri, incappucciati, tramavano nella penombra.

“ Allora, tutto deciso? Esclamò uno dei tre.

“Si, dovrà essere stanotte. Salvatore, il miglior falsario di Venezia ha preparato le lettere, vere opere d’arte. Ma non voglio correre rischi inutili. Mi dicono che il giovane Marco Dandolo sia un abile spadaccino.”

“ In effetti, è il migliore a Venezia, procuratore. Ma la mia daga penserà a tutto.”

La lama dell’arma illuminò per un attimo il viso pieno di furore di Luigi. Gli occhi rosso sangue, quasi a presagire l’imminente delitto. Uno sguardo demoniaco, non umano. Luigi nutriva una profonda invidia per Marco e non vedeva l’ora di eliminarlo.

“Mi occuperò io di lui.”

Tolto di mezzo Marco, non ci sarebbero stati problemi per dei sicari prezzolati ad uccidere gli altri componenti della famiglia Dandolo. Luigi era il braccio armato del complotto. Gritti lo apprezzava per la sua fermezza. Probabilmente Luigi avrebbe eliminato Marco senza contropartita, tanto forte era il suo odio. Ortensia era la sua dannazione. L’amava da tempo, ma la donna aveva scelto Marco. Non aveva occhi che per lui. Con Marco morto, le ricchezze dei Dandolo da amministrare, Ortensia sarebbe stata sua. Con in testa questi pensieri, Luigi si accomiatò dai complici e si diresse verso palazzo Dandolo. L’ora dell’azione era scoccata. Era sera quando Luigi giunse a casa di Marco. Il giovane era ancora nelle braccia di Orfeo. Luigi non lo fece chiamare, ma si recò di persona nella sua stanza. Entrò furtivamente e gli rovesciò una brocca d’acqua gelata in testa.

“Sveglia, marmotta. Devo dirti cose importanti.”

“ Maledizione,” rispose Marco imprecando ancora mezzo addormentato, “ Ti ucciderò!”

“ Non essere così melodrammatico, mio bel signorino. Alzati e vieni con me, faremo un giro in gondola. Con la luna piena dobbiamo fare una serenata a tutte le ragazze di Venezia.”

“ Ehi,” esclama Marco, ma tu non ti stanchi mai? Va bene, dammi qualche minuto per sistemarmi e risvegliarmi completamente.”

“ Ti aspetto giù. Non farmi aspettare troppo.”

Marco si preparò ad uscire, si cambiò d’abito e mentre uscì dalla stanza, scorse la lettera del padre.

“Accidenti la lettera, l’avevo scordata. La porterò con me e la leggerò alla prima occasione. Ora mi attende una fantastica nottata.”

Marco salutò la sua famiglia senza sapere che quella sarebbe stata l’ultima volta che li avrebbe rivisti vivi. Salì con Luigi sull’imbarcazione che li avrebbe portati fino in Istria, a scoprire le meraviglie di quella costa. Due fidati della famiglia Caravello conducevano la gondola. All’oscuro di tutto, il giovane Dandolo sprofondò nei cuscini della grande gondola, scherzando e ridendo con l’amico. A osservare la loro partenza due loschi figuri, nascosti in un angolo buio non lontano dal palazzo.

“Ecco,” disse uno dei due, “se ne vanno”.

“Perfetto,” rispose l’altro.” Ora possiamo agire indisturbati. Alle undici è l’ora stabilita. Ricorda a tutti le istruzioni.”

L’uomo si allontanò, lasciando l’altro a vigilare.

Le campane di San Marco suonarono le undici. Sei, sette, otto, nove, dieci rintocchi. All’undicesimo un gruppo di uomini incappucciati con dei lunghi mantelli neri bussò con fragore al portone di palazzo Dandolo. L’ora era molto tarda. Poche persone si aggiravano a quell’ora per Venezia. Ci volle del tempo prima che un servo venne ad aprire. Il pesante portone si aprì con uno scricchiolio lugubre. Una torcia illuminò l’atrio.

“Buonasera signori, che volete? E’ piuttosto tardi.” Chiese il servo.

Non fece in tempo a finire la frase, che dal gruppo una lama lo trapassò da parte a parte. Il servitore emise solo un gemito e cadde a terra, mortalmente ferito. Un violento calcio lo spostò da parte.

“Togliti di mezzo e lasciaci passare.”

Il gruppo di sicari percorse velocemente il piano terra del palazzo, dove si trovavano i magazzini dei Dandolo e salì al primo piano. La confusione fece accorrere Domenico, che aveva l’abitudine di rimanere sveglio fino a tardi nel suo studio a fare conti e analizzare documenti. Alla vista di quel gruppo di uomini in nero, minacciosi, si mise sulla difensiva, ma non aveva alcuna arma con se. Non era mai stato un combattente.

“Ma che succede? Che cosa sono queste grida? Ehi, voi cosa volete?”

Le cinque figure nere lo circondarono in un attimo e gridarono all’unisono.

“La tua morte!”

Cinque lame affilate lo infilzarono senza pietà e Domenico Dandolo cadde a terra in un lago di sangue. Non ci fu scampo per nessuno. Gli altri servi erano disarmati e non ci volle molto ad eliminarli. Il gruppo di selvaggi cominciò a distruggere tutto quanto incontravano: cristalli, statue, mobili, vasi. I loro facevano tremare l’intero palazzo. Svegliate dal trambusto, la madre di Marco, Costanza, e Fiammetta uscirono dalle loro camere da letto del piano superiore. Costanza si appoggiò al parapetto e urlò.

“Fermi, miserabili. Cosa significa tutto questo?”

Ci fu un attimo di esitazione fra gli assalitori. Avevano ricevuto degli ordini precisi, ma non era facile uccidere una donna inerme. Ma non durò molto. Uno degli assassini imbracciò una balestra e nell’aria si sentì un sibilo, leggero, mortale. La pesante freccia colpì in pieno petto la donna che cadde pesantemente lungo la scalinata, priva di vita. Fiammetta era paralizzata dal terrore. Non capiva quello che stava succedendo. Vide la madre distesa lungo le scale e corse a soccorrerla. Si chinò su di lei, ma Costanza non dava già più segni di vita. Perché quella crudeltà? Cosa avevamo fatto di male per meritare quella selvaggia punizione? Guardò gli assassini e gridò.

“Cosa avete fatto? Perché? Madre! Noooo!!!!!!!”

Pochi passi e il lugubre gruppo fu intorno a lei. Gli ordini erano di non risparmiare nessuno, tutti dovevano perire. Il tragico pianto di Fiammetta venne soffocato dalle spade dei malfattori che si accanirono contro la ragazza. Dieci, venti, cento colpi mortali vennero inferti su quel povero corpo ormai senza vita. In preda a una cieca follia assassina, i cinque uomini conclusero la loro opera criminale dando alle fiamme l’intera dimora. Lo stemma di famiglia bianco e rosso fu distrutto. Nessuna traccia dei Dandolo doveva rimanere dopo quella notte assassina. Mentre si allontanavano non visti fra le calli di Venezia, palazzo Dandolo bruciava.

Ormai lontano Marco, ignaro di tutto, si godeva la notte della laguna. Era fresco, c’era umidità, ma tutto sommato l’aria era gradevole. I due amici sedevano sui comodi cuscini della loro gondola, si godevano il momento accompagnati dal suono di un mandolino, usato con maestria da uno dei due marinai che li accompagnavano. Una musica celestiale sembrava voler raggiungere le stelle. Marco era disteso e senza pensieri.

“ Splendido, un momento così dovrebbe essere eterno.”

“ Hai ragione,” gli rispose Luigi. “Godiamocela.”

Marco si toccò la sua tasca e sentì uno strano scricchiolio di pergamena.

“Accidenti, la lettera di mio padre. Devi scusarmi un istante, Luigi. Ho promesso a mio padre di leggere questa lettera al più presto.”

“ E leggila,” rispose bruscamente il nobile Caravello.

Improvvisamente l’aria si fece gelida, il suono del mandolino sembrò un grido agghiacciante di un fantasma. Marco finì di leggere e alzò il capo stupito verso Luigi.

“Non capisco,” gli disse. “Mio padre parla di un complotto in cui sarebbero implicati il banchiere Kalandrakis, un certo Ahmed Bey e un nobile veneziano ancora sconosciuto. E in fondo alla lista c’è anche il tuo nome, Luigi.”

“ Io?” Rispose l’amico meravigliato. “Guardami Marco. Mi conosci da sempre. Mi credi capace di questo? Tradire chi amo?”

Marco si voltò a osservare l’acqua e riflettè.

“E’ tutto incredibile. Anche la storia del nobile di cui non si conosce il nome.”

Alle sue spalle, Luigi, non visto, estrasse la daga che portava appesa al collo.

“Io lo conosco. E’ il procuratore Gritti. Ecco l’unico nome che tuo padre non ha scoperto. E per questo sarà già morto come tutta la tua famiglia. E come te!”

Marco non fece in tempo a voltarsi, che venne raggiunto alla schiena da un fendente dell’amico. Un dolore sconosciuto e agghiacciante lo fece barcollare. Uno dei due gondolieri lo spinse in acqua con uno spintone veloce. Un tonfo pesante e Marco si ritrovò fra le onde nere della laguna. Il suo corpo ancora galleggiava, privo di vita, mentre la gondola era già lontana. La daga nella sua schiena sembrava una croce. Uno dei due marinai si rivolse a Luigi.

“ Tutto fatto, signore. I pesci banchetteranno col suo nemico.”

“ Si, hai ragione. Ma anche morendo mi ha tolto qualche cosa. Non ho potuto estrarre la mia daga. Bene, lo accompagnerà in eterno!”

Luigi vide il corpo di Marco sparire lentamente all’orizzonte. Finalmente si era liberato di quel bastardo. Aveva pagato tutti i suoi debiti. Era giunta la sua ora. Ortensia sarebbe stata presto sua.

Era ancora buio a palazzo Dandolo. Molta gente era accorsa alle grida, ma il gruppo di assassini era riuscito a fuggire senza lasciare traccia. Fra la folla che si ammassava davanti al portone, apparse il doge in veste ufficiale con un drappello di soldati. Il primo cittadino di Venezia entrò nel palazzo. C’era un silenzio assoluto. I corpi della famiglia Dandolo giacevano a terra, affogati nel loro sangue. Quasi irriconoscibili dopo il rogo che aveva bruciato tutto e tutti. Il doge osservava attonito la scena e spezzò il silenzio tombale che si era creato.

“ Che massacro!! Ma perché tanta violenza? Chi può essere stato?”

Anche Gritti era presente. Anzi era stato fra i primi ad accorrere proprio per completare il suo piano. Il doge chiese a lui lumi sull’accaduto, dato che sapeva dell’amicizia fra i Dandolo e i Gritti.

“Avete trovato qualche cosa, Gritti?”

“ Si, eccellenza.” Rispose l’uomo dalla benda nera. “Una cosa incredibile. Lettere dal sultano turco a Dandolo. Solimano si lamentava per non aver ricevuto le informazioni promesse.”

Porse dei documenti al doge. Il falsario assoldato da Gritti aveva fatto bene il suo lavoro. I documenti sembravano autentici Il doge lesse con attenzione e annuì.

“E qual’è la vostra conclusione, procuratore?”

“ E’ evidente che Dandolo era una spia del sultano e che voleva tirarsi indietro, come dimostrano le lettere. Solimano ha così deciso di farlo uccidere.”

Il doge, convinto dalle parole dell’infido Gritti, non perse tempo. Aveva trovato la causa di tanta violenza e voleva subito risolvere il caso. Un’intera famiglia di nobili così in vista sterminata poteva nuocere a Venezia e alla sua immagine. Fece una solenne dichiarazione.

“Non abbiamo scelta. Da oggi il nome di Dandolo sarà simbolo di ignominia. Lo stemma della famiglia verrà distrutto e dimenticato. Questo è un mio ordine, un ordine del doge.”

Alla sue spalle, Gritti, fece un ghigno beffardo. Ora aveva campo libero. Presto nessuno avrebbe potuto toglierli il titolo di Doge. Quell’inetto di Loredan era condannato. Ma per il titolo c’era tempo. Il vecchio doge ormai non aveva più tanto potere. Gritti si era costruito una rete d’amicizie importante e prima di tutto doveva cercare di sottrarre tutte le ricchezze ammassate dei Dandolo. A partire dalla banca che aveva aperto. Il doge lo incaricò di occuparsi del palazzo martoriato dei Dandolo. Era una delle più belle costruzioni di Venezia e andava sistemato. Luigi aveva chiesto come ricompensa proprio quella dimora, dove era sempre stato accolto con reverenza e gioia. Là sarebbe andato ad abitare. Era l’alba quando Luigi rientrò a casa. Ora gli era sufficiente aspettare e Gritti lo avrebbe coperto di onori e ricchezze. Marco Dandolo non era più un problema.

Il sole era già alto. La piccola galea avanzava lentamente, verso coste più sicure. Sul ponte l’uomo al comando, armato di frusta e pugnale, osservava quel corpo quasi senza vita sul ponte, che i suoi uomini avevano appena tirato fuori dal mare. Un movimento leggero, quasi impercettibile, ma rivelatore che c’era ancora vita in quel fardello bagnato.

“ Ehi,” gridò l’uomo, “ti sei svegliato, infedele?”

Marco era ancora sanguinante. La schiena gli doleva, le ore trascorse in acqua non erano state di certo piacevoli. Era riuscito a tenersi a galla, nonostante la profonda ferita alla schiena. Quando le forze lo stavano abbandonando e ormai semi svenuto, aveva udito delle voci. Pensava fossero i richiami della morte, ma ora comprendeva che degli uomini misteriosi l’avevano preso a bordo della loro nave. Quella figura imponente che l’aveva ricevuto non aveva però l’aria di un onesto e tranquillo mercante. Sembrava più una specie di bandito. Le molte armi che vedeva in giro non lasciavano presagire nulla di nuovo. Marco, ancora barcollante cercò di alzarsi, senza riuscirvi, rimase sulle su ginocchia di fronte a quel pirata che, bruscamente , gli rivolse la parola.

“Ah, non ricordi molto, vero? Sono Kabir Ben Mahud e comando questa nave. Devi al fatto che avevamo un albero spezzato e navigavamo sottocosta se sei ancora vivo.”

Marco si guardò intorno. Non capiva la lingua usata da quell’uomo. Si trovava su una piccola galea, questo è certo. L’imbarcazione che lo aveva raccolto era snella, lunga circa 40 metri. Non assomigliava a quelle di Venezia e Genova, molto più grandi. Un albero al centro, dotato di una grande vela latina le consentiva una navigazione veloce all’occorrenza, anche se si poteva udire le voci dei rematori provenire dal ponte sottostante. Non era sicuramente veneziano e tantomeno europeo quell’uomo che sembrava il capitano. Marco non era propriamente uomo di mare. Si, aveva navigato, ma doveva ancora completare la sua conoscenza marittima. Dove era finito? Cercò di alzarsi, ma non ci riuscì. Kabir comprese che Marco non capiva la sua lingua e usò un veneto stentato, ma comprensibile.

“ Galleggiavi svenuto, aggrappato a un legno con una daga piantata nella schiena. Chi ti odia così tanto, cristiano? Quale grande crimine hai commesso?”

Marco cercò di alzarsi e rispondere.

“Non ricordo, non lo so. In questo momento non so niente. Ma che farai di me?”

“Di te? Ora sei uno schiavo, tutto qui.”

Marco, improvvisamente, acquistò vita e gridò all’indirizzo del turco.

” Schiavo? Io sono Marco Dandolo, cittadino di Venezia!”

Un pesante calcio colpì il giovane sulla mandibola, facendolo cadere a terra.

“ Zitto, cittadino di Venezia. Io sono un capitano di Kheyr-ed-din, il re del mare. E sputo sulla tua città.”

“Kheyr-ed-din? Il pirata?” mormorò Marco. Improvvisamente comprese dove era finito. Una galeotta della flotta dell’uomo più pericoloso del Mediterraneo. Un terribile sanguinario che spediva i suoi uomini a depredare e uccidere le coste di mezza europa a bordo di veloci galee.

“Si,” rispose l’ufficiale. “Quello che voi chiamate Barbarossa. Il padrone del mediterraneo. Pulisciti la bocca quando parli di lui, cane infedele! E dimmi, questa è la daga che avevi nella schiena, bella. Non è certo strumento da contadini. Che storia c’è dietro?”

Marco raccolse le ultime forze.

” E’ una storia mia, un debito mio.”

Improvvisamente tutto gli tornò in mente. Luigi l’aveva pugnalato e si era ritrovato in acqua. La lettera del padre l’aveva informato di quel complotto in atto. Chissà cosa era successo alla sua famiglia. Temeva il peggio, ma ora doveva pensare alla sua di vita. A risvegliarlo dai suoi pensieri, la voce tagliente di Khabir.

“Ehi, tu da adesso in poi non hai nulla. Debiti, crediti. Nulla. Sei solo uno schiavo. Niente. Nulla. Dimentica chi sei stato perchè non rivedrai il tuo paese e la tua gente.” Lo sguardo minaccioso di Khabir raggelò Marco.

“Non sono uno schiavo, pirata, sono Marco Dandolo.”

A queste parole la collera assalì Khabir.

“Non hai ancora capito? Vuol dire che dovrò chiarirti le idee.”

E lasciò partire un colpo di frusta sulla schiena già martoriata di Marco, che crollò pesantemente a terra, senza forze.

“Vedi come è facile piegare la volontà. Non sei niente. Hai una nuova vita. Hmm, hai anche bisogno di un nuovo nome. Lasciami pensare. Si, ti chiamerò Dago secondo la tua lingua. Non puoi avere un nome turco, sei pur sempre uno schiavo cristiano. Mi sembra un nome appropriato. Dopotutto questa daga è stata come una madre per te. Ti ha fatto nascere a nuova vita. Ora non hai più passato.”

Khabir, compiaciuto di aver catturato un nuovo schiavo, ordinò ai suoi due uomini di portare Marco nella stiva. Venezia era ormai lontana. Non esisteva più l’uomo che si chiamava Marco. La stiva era buia, c’era un terribile odore di corpi umani, di escrementi. Nell’oscurità non vedeva nulla, ma poteva udire lamenti e gemiti accompagnati dal tintinnio delle catene. Marco aveva l’orgoglio ferito, era pieno d’odio, nella testa aveva ancora le parole lette nella lettera del padre. Venne incatenato, ma non oppose resistenza. La guardia controllò che le catene fossero ben salde e disse ridendo.

“ Benvenuto nel tuo nuovo mondo, schiavo!”

Uno schiavo. Era dunque questa la sua nuova condizione? Possibile che la vita gli aveva rivolto improvvisamente le spalle? Come sarebbe tornato a Venezia? Nella sua testa risuonava soltanto una parola: vendetta!

Written by dago64

September 5, 2011 at 5:15 pm

Il soldato dimenticato- XXII

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Minsk durante la seconda guerra mondiale

Hai visto? Sussurrò. Hanno ammassato l’uno sull’altro i loro morti per ripararsi dal freddo. Esterrefatto potei solo rispondere con qualche cosa che somigliava a un gemito. Ogni vagone portava uno cumulo di corpi umani. Rimasi come pietrificato dall’orrore della scena che mi  scorreva davanti: facce interamente prosciugate del sangue, e piedi nudi irrigiditi dalla morte e dal freddo. Il decimo vagone ci aveva appena sorpassato quando qualcosa di perfino più orribile accadde. Quattro o cinque corpi scivolarono via dal carico malamente bilanciato e caddero al lato dei binari. Il treno funereo non si fermò. Un gruppo di ufficiali e sottufficiali dal nostro treno sopraggiunse per investigare. Guidato da non so quale elemento di curiosità saltai giù dal vagone e mi diressi verso gli ufficiali. Salutai e chiesi con una voce tremolante se gli uomini fossero morti. Un ufficiale mi guardò attonito e capii che avevo appena abbandonato il mio posto di guardia. Doveva aver notato la mia confusione, dato che non mi rimproverò.

Lo penso anch’io, disse tristemente. Puoi aiutare i tuoi compagni a seppellire quei poveri corpi. Poi si voltò e si allontanò. Hals era venuto com me. Tornammo al nostro vagone per prendere le pale e iniziammo a scavare trincee ad una breve distanza sopra l’argine. Laus e un altro tipo perquisirono gli abiti degli uomini morti per tentare di trovare qualche elemento utile ad identificarli. Appresi più tardi che la maggior parte di quei poveri diavoli non aveva identità da civile. Hals e io avemmo bisogno di tutta la nostra capacità di sopportazione per trascinare due di loro oltre il fossato senza guardarli. Stavamo ricoprendoli con terriccio quando fischiò il segnale di partenza. Stava diventando più freddo da qualche minuto. Mi sentii sopraffatto da un vasto senso di disgusto.

Un’ora dopo il nostro treno passò attraverso una doppia barriera di strutture e, malgrado l’assenza di luce, potevamo vedere che fossero più o meno distrutte. Incrociammo un altro treno, meno sinistro del precedente, ma scarsamente confortevole. I suoi vagoni erano marcati con croci rosse. Attraverso qualche finestrino potemmo vedere delle barelle, che dovevano trasportare a malapena gli uomini feriti. Da un altro finestrino, soldati avvolti nelle bende ci stavano salutando. Finalmente arrivammo alla stazione di Minsk. Il nostro treno si fermò per tutta la sua lunghezza presso una banchina piena di una folla indaffarata ed eterogenea: soldati armati e di corvè, civili, e gruppi di prigionieri russi legati ad altri prigionieri che indossavano fasce al braccio rosse e bianche e portavano dei manganelli. Questi erano gli informatori che avevano denunciato i famosi “commissari del popolo” ed erano perciò anti comunisti. Reclamavano il diritto di sorvegliare i loro compagni, il che andava molto bene alle nostre autorità, dato che nessuno avrebbe sperato di ottenere un giorno di lavoro decente dai prigionieri russi.

Potemmo udire gli ordini che venivano impartiti, prima in tedesco, poi in russo. Una folla di uomini venne verso il nostro treno, e lo scarico iniziò alle luci dei camion parcheggiati lungo la banchina. Prendemmo parte al lavoro, che richiese due ore buone, ci scaldammo un poco, poi ci gettammo ancora una volta sulle nostre provviste. Hals, uno stomaco insaziabile, aveva consumato più della metà della sua assegnazione in meno di due giorni. Passamo la notte in un grande edificio dove fummo capaci di dormire secondo un buon livello di confort. Il giorno successivo fummo inviati a un ospedale militare, dove fummo trattenuti per due giorni e ci vennero dati una serie di caricatori. Minsk era molto danneggiata. C’erano molte case sventrate e mura segnate dal fuoco delle mitragliatrici. Alcune strade erano totalmente impraticabili, con una linea continua di buchi d’artiglieria e crateri di bombe, spesso profonde più di quindici piedi


Written by dago64

February 20, 2011 at 4:50 pm

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Riflessioni sulla scuola

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Questa settimana ho assistito alla sconfitta dell’istituzione scuola fra l’ipocrisia generale. E grazie alla mia ingenuità, una serie di colpi bassi di cui l’origine mi è sconosciuta. Credo troppo nei miei alunni, credo troppo nelle persone, e continuerò a farlo, nonostante tutto.

Written by dago64

February 6, 2010 at 7:04 pm

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Un nuovo inizio

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Ho trascorso l’ultima settimana un pochino sottotono, voglia di fare certo, ma poca lucidità. Penso sia un fatto da addebitare al periodo vacanziero, dove si perde il ritmo. Anche stare al pc mi disturba. E domani ricomincia la scuola, un altro punto interrogativo. Chissà come andrà, non avrò più, dopo tre anni, le due classi del pedagogico, mi spiace molto, ma non si poteva fare nulla. Peccato, avrei voluto portarle in quinto queste due classette, magari non mi sopportano, ma come al solito, mi affeziono alle classi e poi non intendo più lasciarle!!! Sicuramente domani mi divertirò a commentare il nuovo ambiente e i vari personaggi che faranno da sfondo. Voglio vedere se riesco a fare una specie di diario quotidiano…..Per il resto, avrò i soliti pomeriggi da trascorrere con i computer (anche se il lavoro l’ho notevolmente diminuito e forse dopo tanto, mi sono anche stufato!!!). Una novità vera? Beh, la palestra mi sta ragalando momenti di divertimento e non pensavo di stare così in forma. Tanto è vero che ho deciso di riprendere a giocare a tennis. Ok, ho un’età, ma se me la sento, perchè rinunciarvi? Vado a occuparmi dei miei amati wargames. Ci “sentiamo”p presto.

Written by dago64

September 13, 2009 at 3:47 pm

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I wish you a Merry Christmas and a Happy New Year

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Written by dago64

December 26, 2008 at 10:09 am

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