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Il Rinnegato – II capitolo definitivo

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II capitolo – Schiavo

La stiva della nave aveva un odore terribile. Il buio intorno a Dago. A fargli compagnia lo squittìo dei topi e il rumore delle catene. Gemiti di dolore, di rassegnazione provenivano dagli angoli scuri di quel posto dimenticato da dio. Rimaneva solo la rabbia a sostenere quel giovane dagli abiti eleganti, ma ormai logori e strappati. Il suo passato di ricco giovane veneziano era lontano. Era prigioniero di pirati a bordo di una galeotta diretta chissà dove. Il Mediterraneo occidentale era da tempo preda dei nuovi pirati mori provenienti dal Nord Africa. Prima Arouj poi il fratello Kheyr-ed-din avevano fatto di quel mare la loro riserva di caccia. Dago faceva parte di un nuovo bottino di schiavi da vendere al mercato di Algeri, la capitale e residenza dei temuti fratelli Barbarossa. Gli infedeli cristiani catturati erano semplicemente merce da rivendere.

 

“Schiavo?”, rimuginava, “ No, fuggirò e tornerò a Venezia e quei bastardi pagheranno.”

 

I suoi desideri di vendetta lasciarono ben presto spazio all’incertezza della destinazione e alla sua nuova condizione di schiavo. In preda a questi pensieri, circondato da relitti umani e da un terribile fetore, Dago si addormentò. Al suo risveglio Dago si ritrovò accanto a un uomo di mezza età, stanco, ma con gli occhi pieni di vita. Una casacca verde a coprire il corpo magro e smunto. Una lunga barba contornava il suo volto. Un semplice codino dei capelli secondo la moda turca scendeva lungo la testa pelata. L’uomo osservò Dago.

 

“Smettila di pensare a ciò che pensi, cristiano. E’ troppo evidente e i turchi sono maestri nel notare queste cose. Sanno trattare e capire gli schiavi.”

 

“Io non sono uno schiavo, vecchio!”, gli rispose Marco accecato dal furore. Sono Marco Dandolo e….”

 

“Qui non sei niente, stupido. Prima lo capirai, meglio sarà per te. Come ti ha chiamato il turco? Ah si, Dago, vero? Sei Dago e siine felice. Hai perfino un nome. Un lusso raro per uno schiavo”. Il tono del vecchio, pacato e gentile, rasserenò per un attimo Dago.

 

“Tu non sembri molto preoccupato….”

 

“Perché dovrei esserlo? Sono stato schiavo degli albanesi finchè sono riuscito a fuggire. Poi sono caduto in mano ai cristiani a Famagosta…prigioniero per cinque anni. Poi sono fuggito di nuovo solammente per essere ricatturato dai pirati mori. Eccomi qui ora.”

 

Dago lo osservò incuriosito e interessato. Forse questo vecchio pieno di risorse poteva fare al caso suo.

 

“Come ti chiami?”

 

“Selim”

 

“Ehi, Selim, forse tu ed io potremo fuggire. Mi sembra che tu hai molta esperienza da vendere”

 

“Prima voglio vedere i nostri padroni. La schiavitù potrebbe essere piacevole.”

 

“Sei pazzo? Come può essere piacevole la schiavitù?”

 

“No, sei troppo giovane per capire. Lo schiavo è un verme, certo, senza futuro e senza dignità. Ma è necessario. Anche il leone ha dei pidocchi. E se il leone è grasso, i pidocchi vivono bene, vedrai!”

 

 

Trascorsero alcuni interminabili giorni scanditi dal lento procedere della galeotta. La stiva era sempre avvolta nell’oscurità e solo all’ora del rancio si poteva intravvedere la luce del sole che filtrava attraverso la botola che permetteva l’accesso. L’odore di escrementi umani era insopportabile e l’umidità si faceva sentire nelle ossa. Vermi e pidocchi la facevano da padroni. Una persona amica poteva alleviare l’orrore e lo schifo e così Dago ebbe modo di approfondire la sua conoscenza con Selim, che aveva attraversato mezzo Mediterraneo e affrontato mille avventure. Soprattutto sembrava un profondo conoscitore dei pirati mori e delle loro abitudini. Dago voleva sapere tutto di quel mondo a lui tanto estraneo.

La galeotta pirata fece diverse soste lungo la rotta che l’avrebbe riportata nelle coste del nordafrica, base del Barbarossa. Solo in quelle occasioni era permesso a Dago e gli altri schiavi di camminare e respirare all’aria aperta lungo il ponte, ma sempre incatenati e sotto il vigile controllo dei pirati mori. La traversata continuò per diverse settimane. Il caldo era sempre più insopportabile. Molti prigionieri agonizzavano. Dago aveva sempre lo sguardo perso nel vuoto e solo i discorsi con Selim lo distraevano dai suoi desideri di vendetta. Una mattina il grido dei gabbiani e un’assordante confusione proveniente dall’esterno svegliò bruscamente i due compari. Un colpo sordo contro lo scafo della nave e il rumore delle catene dell’ancora che veniva gettata erano segnali di una nuova sosta. Si sentiva troppa confusione. Non sembrava il solito porticciolo per la sosta.

Dago guardò con aria interrogativa Selim. I dubbi dei due furono presto interrotti dall’ improvvisa apertura della botola. Una luce accecante illuminò quel putrido buco. Un pirata moro ruggì.

 

“Fuori, vermi! Fuori tutti”.

 

Lentamente quelle figure barcollanti si alzarono e in fila indiana salirono gli scalini della nave. Rumore di tavole smosse e tintinnìo di catene ad accompagnarli. Appena sul ponte della nave, un pesante colpo di frusta colpì la schiena di Dago.

 

“Muoviti, cane! C’è il carico da portare a terra”

 

“Ora io….”

 

“Buono,” la mano ossuta, ma ferma del vecchio Selim lo bloccò da qualsiasi reazione. “Hai detto che ho esperienza, no? Allora lascia che ti insegni alcune cose pratiche, che evidentemente ignori.”

 

Dago desistette immediatamente da ogni reazione e prese una cassa da scaricare.

 

Il sole era già alto . Il porto era un via vai di marinai, schiavi e soldati. Da ogni angolo, grida e schioccare di fruste. Intorno a quelle carni torturate alle prese con il carico delle navi, turbanti di seta a formare un giardino multicolore. Diavoli di un giardino infernale, da cui provenivano solo comandi e colpi di frusta. Selim osservò attentamente e disse a Dago.

 

“Ecco, la città del Barbarossa, il porto dei pirati mori: Algeri.”

 

 

 

Dago e Selim non potevano certo soffermarsi a contemplare il porto di Algeri, quell’angolo d’africa ricco e capitale del Nord Africa. Dovevano scaricare la nave sotto lo sguardo vigile e minaccioso dei loro aguzzini. Ad accompagnarli lo schiocco delle fruste. Uno fra le guardie meglio vestite gridò con veemenza.

 

“Svelti, svelti”.

 

Una flebile, ma ferma voce di uno schiavo rispose seccamente al comando.

 

“Non mi toccare con quella frusta!”

 

“Cosa mormori, immondo verme? Se hai qualche cosa da dire, parla a voce alta. Hussif si interessa ai latrati dei suoi cani.”

 

Con sorpresa di Dago, Hussif vestiva si abiti turchi, ma aveva chiari lineamenti occidentali.

 

“Ehi, ma quell’uomo è un occidentale”.

 

“Già,” gli confermò il vecchio Selim“Ci sono molti rinnegati fra gli uomini di Barbarossa. Hanno abbracciato l’Islam. Cambiano nome e sono peggio dei turchi. Guardati dalla jena che corre tra i lupi, Dago.”

 

Hussif si avvicinò allo schiavo che aveva osato rispondergli.

 

“Allora? Hai qualche cosa da dire, schiavo?”

 

“Allontanati da me, bastardo di un rinnegato!”.

 

Lo schiavo tentò di colpire Hussif, ma venne immediatamente bloccato da due guardie turche.

 

“Tenetelo stretto, credo sia giunto il momento di dare la prima lezione”.

 

La scimitarra di Hussif brillò al sole di Algeri e con un deciso e rapido movimento, piombò sul collo dello schiavo. La testa rotolò sul ponte, il liquido rosso schizzò ovunque. Il corpo ormai senza vita dello schiavo, con un tonfo sordo cadde sul ponte della nave.

 

“Imparate la lezione e vivrete un po’ di più, schiavi. Da qualunque posto voi veniate, scordate chi siete e ciò che avete lasciato. Ora siete ad Algeri e qui i padroni siamo noi. Non abbiamo pazienza e questa è la punizione per coloro che osano ribellarsi. Tenetelo a mente”.

 

Gli schiavi osservarono in silenzio. Dago tentò di frenarsi, cercando di seguire il consiglio del suo nuovo amico.

 

“Ehi, tu hai capito cosa ho detto?”, Hussif si rivolse proprio al giovane veneziano.

 

“Si, ho capito quanto dici, padrone.”

 

Il tono fermo e senza esitazione lasciò perplesso Hussif.

 

“Non lo credo, schiavo. Ma ti concedo il beneficio del dubbio. Oggi la mia sete di sangue è stata placata. Al lavoro!”

 

Dago prese la cassa e percorse la passerella fra la nave e il porto. Il suo lavoro di schiavo era iniziato. Algeri gli aveva dato il benvenuto.

Algeri, fortezza sul mediterraneo, base dei corsari arabi e capitale del regno di Kheyr-ed-din, fratello di Arouj, che era riuscito a consolidare la posizione dei pirati turchi nel mediterraneo, vero flagello di qualsiasi galera si avventurasse in mare aperto. Carlo V nel 1518 aveva inviato una spedizione di diecimila veterani per ridurre il potere di Arouj. Nella battaglia che seguì vicino Algeri, Arouj trovò la morte. Primo di una potente tribù islamica e grande soldato, il pirata aveva un fratello minore che riuscì nell’impresa di mantenere il regno costruito dal fratello e stabilire una grande alleanza con Solimano. Il suo nome era Khizr, ma era noto ai musulmani sotto il nome di Kheyr-ed-din e ai cristiani sotto quello di Barbarossa. Il pirata e condottiero seppe unire alla scienza militare e all’audacia, la prudenza dell’uomo di stato, ciò che lo portò dal livello di semplice capo pirata alle cariche più alte dell’Islam. Algeri era la capitale del Barbarossa. Il nido dei pirati mori, in guerra perenne contro Carlo V. Da qui partivano le galere che razziavano e terrorizzavano le coste dell’Europa meridionale. L’incubo del mediterraneo.

 

Dago era prigioniero di questo incubo. Alcuni giorni erano trascorsi dal suo arrivo ad Algeri e lui e Selim avevano avuto modo di provare le fatiche dello schiavo e la frusta di Hussif. Il loro crudele padrone. Un mattino, si presentò al porto un cavaliere dal turbante nero. Lanciò un’occhiata attenta agli schiavi.

 

“Quanto valgono queste bestie, Hussif?”

 

“Poco, signore. Al massimo serviranno per la pesca delle sanguisughe. Le donne, poi, spaventerebbero anche il demonio.” Rispose il rinnegato con fare ossequioso.

 

“Ci penserà Abdul a rivalutarli. Domani portali al mercato e consegnali a lui. Certamente sarà capace di ricavarne un prezzo ragionevole.”

 

“Va bene, mio signore” rispose con reverenza Hussif. “Abdul potrà dimostrare di essere un mago potentissimo”.

 

Il cavaliere si allontanò e Hussif tornò ai suoi schiavi. Dago e Selim, come al solito alle prese con casse da caricare e scaricare, lo osservavano.

 

“Quel rinnegato, se potessi ucciderlo”

 

“Calma, Dago. Che ci guadagneresti? Ne troverai molti come lui e non puoi sterminare tutta la specie. Pensa alla tua pelle e a rimanere vivo. Il resto potrebbe essere molto pericoloso”.

Si, Selim riusciva a tenere a freno Dago, ma il giovane veneziano era sul punto di esplodere. Non poteva accettare quella nuova vita senza lottare, senza reagire. Una rabbia indescrivibile lo guidava.

 

Dago era spesso accompagnato dal desiderio di morte. Sembrava che solo la violenza potesse placare la sua sete . Era come un cane rabbioso pronto a mordere. Selim tratteneva a stento quell’uomo che voleva dispensare morte. Sapeva che prima o poi non l’avrebbe trattenuto dal commettere una sciocchezza.

 

Non c’erano feste nella vita degli schiavi. Solo fatica e dolore. Ogni giorno uguale all’altro, la fatica come unica compagna. Erano delle candele che lentamente si consumavano. Una mattina otto galeotte turche rientrarono al porto, di ritorno dalle razzie lungo le coste italiane. Erano piene di merci, ma soprattutto di schiavi. Fra questi una coppia, distinta e ancora sotto choc. Chissà dove erano stati catturati. Improvvisamente l’uomo si avvicinò a Hussif, che presiedeva come al solito l’arrivo dei nuovi schiavi.

 

“Signore, devo parlarti. Ho una grazia da chiederti.”

 

“Una grazia? Tu? Un bastardo cristiano? Torna al tuo posto, prima che ti faccia frustare a sangue.”

 

“Aspetta, o mio signore. Ho un diamante nascosto. Sarà tuo se farai in modo che mia moglie ed io possiamo rimanere insieme.”

 

“Mmmmm, un diamante.” Gli occhi di Hussif si accesero. “Questo potrebbe cambiare molte cose. Mostrami questo gioiello.”

 

“Ci lascerai insieme? Giuralo”

 

“Lo giuro, lo giuro, in nome di Allah. Ed ora mostrami quel diamante”.

 

L’uomo estrasse da una tasca nascosta all’interno della sua giubba un grosso diamante, di inestimabile valore a prima vista.

 

“Guarda, guarda, credevo vi avessero perquisito bene. Come lo hai nascosto?”

 

“Quando ci hanno catturato, l’ho ingoiato e poi l’ho nascosto per bene fra le mie vesti. Ero gioielliere. Ora mantieni la tua promessa.”

 

Hussif scoppiò a ridere, rigirando il diamante fra le sue dita.

 

“Ah ah ah, è vero la promessa. Soldati, portate quella strega al mercato del porto e vendetela. Non importa se il prezzo sarà basso. E portate via il suo uomo.”

 

Alle sue parole, il gioielliere si scagliò contro Hussif e il diamante rotolò per terra. Selim, pronto e lesto, lo raccolse e lo consegnò al rinnegato.

 

“Eccolo, nobile signore. Non abbassarti a frugare nella polvere.”

 

Mentre la coppia veniva portata via verso un orrendo destino, Hussif studiò il vecchio che aveva davanti.

 

Hmmm, vedo che sei veloce e furbo. Hai altre qualità?”

 

“Leggo e scrivo, mio signore. Parlo turco, greco, persiano e italiano. Sono veloce coi numeri. Mi chiamo Selim.”

 

“Bene, Selim. Domani presentati al mio segretario. Ti farà lavorare nei magazzini. E ricorda. So essere generoso, ma uso la frusta con chi non mi serve bene.”

 

Selim, in segno di gratitudine, s’inginocchiò. “Lo ricorderò, luce di Allah.” Dago osservò la scena e maledisse l’amico mille volte. Selim aveva cominciato le sue lezioni, ma Dago sembrava non capire.

 

“Miserabile verme! Dovrei romperti il collo!”

 

“Uufff sei insopportabile, giovane testardo cristiano. La tua istruzione richiederà tempo e pazienza. Lavora adesso. Risparmia il fiato per arrivare fino a sera.”

 

Altre ore interminabili fino a sera. Avanti e indietro, su e giù, da una stiva all’altra, da un magazzino all’altro, trasportando e scaricando i bottini di guerra delle navi dei pirati o le merci preziose di tutto il mediterraneo, che alimentavano il fiorente mercato di queste parti. Dago lavorava, lavorava, uno schiavo tra gli schiavi, una bestia tra le bestie. Nient’altro. La dolce laguna era lontana, il ricordo cominciava a svanire. Solo l’odio lo sosteneva. Finalmente arrivò la notte. Una tregua senza sollievo, con il silenzio rotto dai lamenti dei poveri uomini in schiavitù. C’è chi moriva nel sonno, senza accorgersene. C’è chi invece esalava l’ultimo respiro fra atroci grida. Dago si guardò attorno.

 

“Non reggeremo a lungo,” pensò.

 

La specie di dormitorio prigione degli schiavi si trovava a ridosso del porto. Una sola via d’accesso, mal controllata. Nessuno poteva fuggire da Algeri, tanto meno i cristiani. Non c’era galea che avrebbe aiutato un fuggitivo e il deserto impediva qualsiasi fuga via terra. Come giaciglio Il freddo e duro pavimento , come bagno un semplice anfratto seminascosto nell’edificio. Poca igiene e caldo asfissiante. Ci si ammalava facilmente di febbri che potevano condurre in breve tempo alla morte. Il riposo era spesso una tortura, ma l’alba era come una condanna. I minacciosi turbanti delle guardie giunsero come al solito al dormitorio degli schiavi imprecando e facendo roteare le fruste. Dago e Selim si alzarono precipitosamente nonostante le ossa doloranti per non ricevere qualche colpo di frusta. Hussif fece un cenno a Selim.

 

“Ehi, tu, bastardo. Devi lavorare nei magazzini, muoviti!”

 

“Arrivo, signore”, rispose Selim ancora mezzo addormentato. Il portone della casa dormitorio venne aperto per far uscire lo schiavo e un raccapricciante spettacolo gli diede il buongiorno

 

Poco distante, appeso a faccia in giù ad un palo, il corpo martoriato del gioielliere.

 

“Guardate schiavi!” urlò Hussif. “non minaccio invano.”

 

Alla vista del corpo, Dago venne assalito da una cieca follia. Malgrado le catene alle mani, si scagliò contro il rinnegato e lo buttò a terra, riempiendolo di pugni e calci. Hussif era già una maschera di sangue prima che due suoi sgherri potessero intervenire a bloccare il veneziano.

 

“Hai imparato, bastardo di un rinnegato?”, gridò Dago, “ Peccato non abbia potuto ucciderti.”

 

Hussif, con il volto pieno di sangue, dolorante per i colpi ricevuti, si rialzò.

 

“Ti sei tolto il gusto eh? Ora pagherai. Ti scuoierò vivo, ti farò pentire di essere nato.”

 

Selim osservava la scena a distanza e non potè far altro che condannare l’azione eroica, ma stupida dell’impetuoso Dago. Attirati dal trambusto, un gruppo di soldati a cavallo che scortavano un alto dignitario si avvicinarono al luogo dell’aggressione.

 

“Hussif, cane rinnegato, smetti di giocare con i tuoi pari, quando arrivo io.”

 

“Perdonami, nobile signore. Questa carogna mi ha aggredito selvaggiamente e……”

 

“Risparmiami la tua storia. Kheyreddin vuole avere subito il dono del sultano. Portalo personalmente a palazzo.”

 

“Lo farò, nobile signore.”

Un dono dal sultano. Barbarossa aveva giurato fedeltà a Solimano il magnifico e questo lo ricambiava con doni e privilegi. L’esercito turco e i pirati del Barbarossa costituivano un’armata invincibile per gli eserciti cristiani. I turchi avrebbero ben presto dominato l’Europa sia in terra che in mare. Uno scontro di due grandi civiltà si profilava all’orizzonte e il risultato non era certo. Barbarossa costituiva un grande aiuto alle mire del Magnifico.

 

Dago ebbe un attimo di tregua. Fu incatenato mentre Hussin a malincuore si affrettò verso i suoi magazzini, per recuperare il dono del sultano inviato al Barbarossa.

“Appena torno da palazzo, finirò ciò che ho iniziato, maledetto cristiano.”

“Io sputo su di te, assassino di gente inerme”.

 

Il volto di Dago era solo una maschera d’odio, un uomo ormai senza destino, ma che ancora combatteva per una causa giusta. La sua.

 

Il palazzo del Barbarossa si trovava al centro di Algeri. Elegante, ma non sfarzoso. Barbarossa amava le comodità, ma era uomo d’azione e non seguiva sicuramente le mode e i vizi di altri principi turchi. Coloro che entravano a palazzo sentivano un nodo di paura allo stomaco. Troppa gente non era tornata da quell’edificio. Voci calme e inespressive accolsero Hussif. Ma lui non ascoltava. Doveva solo onorare il suo sovrano Kheyreddin con l’oggetto di Solimano. Entrò in un grande salone che attraversò camminando lungo un tappeto rosso con devozione e paura. Davanti al trono del Barbarossa s’inginocchiò e porse con riverenza il cofanetto con il dono del sultano.

 

Davanti a Hussif si ergeva la figura imponente del re del Mediterraneo. Kheyr-ed-din. La sua statura era superiore alla media, il suo portamento maestoso; ben proporzionato e robusto; villosissimo, portava una barba folta e arruffata; le sue ciglia e sopracciglia erano assai lunghe e spesse. I capelli castani lucenti leggermente brizzolati. Un uomo forte, intelligente che si era dimostrato un abile diplomatico. Appena preso il potere alla morte del fratello Arouj, aveva inviato un’ambasciata a Costantinopoli per fare formale offerta della sua nuova provincia al Magnifico che non esitò ad accettare l’offerta di questo imponente territorio del Nord Africa. Il Barbarossa era umile vassallo del sultano con il titolo di Begleberg, governatore generale di Algeria. Era una specie di vice rè, certo sottoposto a Solimano, ma la distanza era sua alleata. Poteva organizzare il suo territorio come voleva, senza che Costantinopoli interferisse. Solimano era solito inviare presenti ai suoi fedelissimi. Questo regalo era un altro segno di riconoscenza. Barbarossa osservò l’oggetto e lo prese dalle mani tremanti di Hussif

 

“Il dono del sultano eh? Solimano fa bene a coprirmi di regali. Lui sa che Barbarossa è l’unico che possa fermare le flotte cristiane.”

 

Ma l’apertura del cofanetto rivelò una sorpresa.

 

“Ma che cos’è questo?” Barbarossa rovesciò la scatola e solo un pugno di sabbia ne uscì.

 

“Spiegamelo, Hussif. I sigilli sono rotti e il cofanetto è pieno di sabbia. Non credo che Solimano invii dono del genere.”

 

“Non capisco, signore, non l’ho nemmeno toccato e non ho rubato nulla.”

 

“So che non l’hai fatto, ma è evidente che non hai saputo custodirlo. Ora andrai a occupare il posto nel cofanetto, o almeno lo faranno le tue ceneri.”

 

 

 

La crudeltà di Kheyreddin era nota. Non tollerava gli errori. Chi sbagliava andava incontro alla morte.

 

Le guardie del Barbarossa non persero un minuto a incatenare Hussif e a condurlo verso il suo triste destino. Altro lavoro per il boia di Algeri. La scimitarra questa volta era per il rinnegato Hussif.

 

Al porto intanto, Selim e Dago, in un raro momento di tregua, osservavano il mare. Il vecchio aveva tra le dita sudice delle pietre multicolori.

“Osserva, mio giovane amico. Potrei comprarci un impero e solo uno stupido come Hussif poteva lasciare incustodito il cofanetto nei suoi magazzini. Queste pietre significano la morte per colui che le possiede. Ecco, diamole ai pesci così nessuno le troverà. Barbarossa ha molta memoria”

 

Lentamente i preziosi affondarono nell’acqua putrida del porto. Avrebbero potuto fare la fortuna di molti uomini. Ma ad Algeri avrebbero significato solo morte.

 

“Non capisco, Selim, perché l’hai fatto? Hai sacrificato ciò che avevi già ottenuto, un incarico sicuro e tranquillo con Hussif. Perché?

 

“Forse perché anche il saggio si sforza di essere tale. Forse perché non ho mai avuto un figlio”

 

“Continuo a non capire”

 

“Logico,” sorride il vecchio. “neanche io mi capisco bene. Ma sono soddisfatto. Oggi il pidocchio ha distrutto il leone. Non succede spesso.”

 

La mezzaluna tagliava in due il cielo e si rifletteva livida sulle acque del porto di Algeri. Un altro giorno era trascorso. Ma non era uguale agli altri. C’era una giustizia qualche volta su questo mondo. Due uomini non avevano perso tutte le speranze. Combattevano e vivevamo. Non avevamo futuro, ma non si volevamo arrendere.

Il giorno dopo, il sole salutò il giorno di mercato ad Algeri. Giorno di caos, di rumore, di nubi e di mosche sulle merci esposte. Grida ovunque, canti, imprecazioni. Cinguettio di uccelli proveniente dalle gabbie di legno. Tintinnio dei sonagli dei cavalli di tiro. Dago e Selim attendevano di essere venduti. Hussin era ormai un ricordo. Non si sentiva nell’aria la sua frusta con sollievo di tutti. Ma quegli uomini sapevano di far parte di quelle merci. Assomigliavano a quegli uccelli nelle gabbie di legno. Erano in vendita. Arrivarono ai margini del grande mercato presso un grande spiazzo. Da un lato gruppetti di possibili compratori li osservavano interessati. Al suono delle fruste gli schiavi furono allineati. Dago si tratteneva a stento, stringeva i pugni e fremeva. Non era questo il comportamento adatto per salvarsi, ma Selim aveva deciso di essere paziente con il suo figlio adottivo. Un maestro doveva esserlo.

 

“Ora studieremo i compratori. Dobbiamo sceglierci bene il padrone.” Gli sussurrò Selim

 

“Scegliere? Noi?” Gli rispose incredulo Dago.

 

“Si, Dago, ora cerco di farti capire. Vedi quel grasso turco? I suoi schiavi al seguito sono magri e malvestiti. E’ un avaro. Se ti guarda durante le offerte, fissalo con durezza, lo offenderai e non ti comprerà. Quel vecchio, invece non è niente male. I suoi schiavi sono curati, e pare anche in buona salute. Se offre denaro per te, sorridi!

 

Il discorso di Selim fu interrotto da Abdul, l’abile venditore che con la frusta in mano, attirava l’attenzione di tutti i mercanti intervenuti.

 

“Osservate amici, il meglio nel regno del nostro signore Barbarossa. Schiavi forti, capaci di lavorare dall’alba al tramonto. E a prezzi modici.

 

Fra i possibili compratori, nobili di tutte le specie. Dalla tenda di una portantina con le tende rosse, un braccio fasciato e maleodorante fece un cenno verso una schiava cristiana.

Intanto Ibrahim, noto mercante di Algeri, osservava le dentature e quando fu il turno di Dago, si ritrovò con una falange spezzata dal morso terribile del veneziano. Un grido risuonò per il mercato. Ibrahim sanguinava. Selim osservava la scena preoccupato.

 

Di nuovo il tendaggio della portantina si aprì e il braccio fece un altro cenno ad indicare Dago.

 

“Venduto al nobile Piris Baja. Solo un saggio come lui poteva apprezzare il valore della merce senza badare ai piccoli dettagli della cattiva condotta. Allah lo benedica.”

 

Abdal tirò un sospiro di sollievo, aveva evitato inutili ripercussioni.

 

“Dio ci protegga,” esclamò uno schiavo. “E’ lui, Piris Baja, il lebbroso!”

 

Selim non perse tempo. Non voleva abbandonare Dago. Fece un passo avanti e guardò con ammirazione e soddisfazione all’indirizzo della levantina di Piris. Abdal ignaro della manovra di Selim, continuò la sue vendita.

 

“Ecco a voi un geniale conoscitore di tante lingue. Legge, scrive e fa di conto. Un eccellente organizzatore.”

Di nuovo l’inquietante braccio indicò il vecchio. Anche Selim farà parte degli acquisti di Piris, il lebbroso. I nuovi acquisti furono condotti verso la portantina di Piris Baja e il suo seguito. Non si perse tempo. La carovana si rimise in marcia, seguita dagli schiavi e dalla scorta. Selim e Dago avevano un nuovo padrone. Le voci del mercato erano ormai un ricordo. Un nuovo destino, oscuro e misterioso li aspettava. La dimora di Piris non era così vicina. Fra gli schiavi si mormorava almeno un giorno di marcia nella sabbia, sotto il sole cocente. Al tramonto, Dago e Selim poterono vedere all’orizzonte un palazzo. La residenza di Piris Baja, il lebbroso!

 

“Pare che ci siamo,”mormorò Selim. “Evidentemente Piris Baja non ama vivere in città”

 

“Comprensibile, con il suo puzzo la spopolerebbe in un’ora.”

 

Gli schiavi vennero accompagnati in una grande costruzione adiacente le stanze del nobile Piris. Il sovrintendente scelse proprio Dago e Selim per il primo incarico. Un grande calderone pieno d’acqua troneggiava nella stanza. Sotto un forno di pietra a scaldarlo. Uno schiavo si occupava del fuoco, l’altro lo alimentava e un paio portavano le otri d’acqua su per la scalinata fino al grande pentolone.

 

“Lavorerete qui, cani. Il nobile Piris Baja ha bisogno continuamente di acqua calda per combattere i dolori della sua terribile malattia”

 

I giorni successivi furono un autentico inferno. Il lavoro si fece sempre più ossessionate. Il lebbroso aveva bisogno sempre più di acqua calda. Dago e Selim erano addetti al fuoco e non avevano un momento di tregua. Il caldo era infernale. Il vapore insopportabile. Pochi i momenti di pausa e in uno di questi, Dago e Selim assistettero allo spettacolo preferito di Piris, i combattimenti fra lottatori professionisti fino alla morte. Due uomini possenti lottavano nel cortile del palazzo, il sangue delle ferite bagnava la sabbia. Scene di violenza inaudita si presentarono agli occhi del veneziano, rumore di ossa rotte, arti spezzati fino ad assistere al massacro finale di uno dei due contendenti. Dago, forse esausto dal lavoro, non riuscì a starsene in silenzio di fronte al bagno di sangue, ignorando le raccomandazioni di Selim.

 

“Maledetto assassino! Chi si diverte a uno spettacolo simile merita di marcire all’inferno!”

 

Dal balcone la mano bendata strinse la tenda bianca e si fermò un attimo. Poi si ritrasse.

 

“Sei pazzo? Non hai imparato nulla? A che ti serve sfidare chi è più forte di te?”

 

“Non potevo sopportare. E’ stata una morte selvaggia e stupida”

 

Selim sospirò. Dago si era firmato la condanna a morte. Non c’era pietà per coloro che i ribellavano al volere di Piris. Qualche minuto e una delle guardie condusse Dago dal lebbroso.

 

Le stanze al secondo piano del palazzo erano piene di profumi. L’aroma dell’incenso ovunque. Ma a fatica coprivano quell’odore spaventoso, di putrefazione, proveniente dalla camera da letto di Piris. Due soldati ordinarono a Dago di entrare. Alla vista del nobile, Dago ebbe un sussulto. Davanti a lui il volto devastato dalla lebbra. Un occhio coperto di croste, un naso ormai inesistente. E le bende a coprire il resto del corpo. Dago rimase sconvolto da tale visione

 

“Oh, mio dio!” Esclamò il veneziano.

 

“Avvicinati, Cristiano. Ti faccio orrore? E’ logico. Sono orribile. Un morto vivente. E ciò mi fa odiare tutto quanto è vivo. Come te. Ti ho sentito, vorresti che io marcisca all’inferno. Sai, le mie ossa, la mia carne, già sono prede dell’inferno. Ma non ci andrò da solo. Molti mi accompagneranno e tu sarai uno di questi. Guardati. Sei bello, possente, invincibile. Voglio divertirmi a vederti morire lentamente fra mille dolori. Combatterai contro il mio lottatore indù più forte, potrai salvarti la vita solo se riuscirai a ucciderlo. Ma ho molti dubbi in merito. Andrai prima tu all’inferno, bastardo di un infedele. Portatelo via e preparatelo per lo scontro.”

 

Altri schiavi entrarono nella stanza e versarono acqua calda nella grande vasca da bagno in cui Piris era immerso. Le guardie portarono Dago nel cortile, dove avrebbe affrontato il lottatore indù. L’avversario di Dago era ora di fronte a lui. Era imponente, praticamente imbattibile. Dago non ebbe nemmeno il tempo di prepararsi allo scontro. Il lottatore lo afferrò brutalmente, colpendolo ripetutamente al volto e allo stomaco con il famigerato nuki kokutsi, una specie di ferro con lunghe punte applicato sulle nocche. Dago sembrava perduto. Dal balcone le grida di incitamento di Piris all’indirizzo del suo campione.

 

“Uccidilo. Uccidi quel maledetto cristiano. E’ giovane e sano! Perché deve vivere mentre io muoio? A morte!”

 

Dago era ormai sulle ginocchia. Bisognava fare qualche cosa per salvarlo. Selim si defilò dalla scena del combattimento e dalla stanza dell’acqua, prese un’anfora e la riempì di uno strano acido, usato per la pulizia dei pavimenti. Altamente corrosivo. Furtivamente salì le scale fino alle stanze di Piris. Si unì agli altri schiavi in fila per versare l’acqua. Qualche istante e potè entrare. Con fare gentile si rivolse al lebbroso.

 

“Altra acqua calda, mio signore?”. “Certo, che aspetti?”

 

Selim non perse tempo e versò il contenuto velenoso dell’anfora nella grande vasca d’oro. Nell’acqua una strana vita. Bollicine e gorgoglii. Piris fu avvolto da una nuvola di vapore assassino e si perse nell’acqua della vasca con un grido acuto di dolore. Selim aprì la tenda del balcone e annunciò la morte del nobile lebbroso.

 

“Solo Allah possiede la verità! Il nobile Piris Baja è morto! Il profeta ha finalmente accolto la sua anima. Finalmente ha smesso di soffrire.” Tutti si guardarono increduli. Il malvagio signore era morto. Finalmente.

L’annuncio ebbe un effetto immediato. Il lottatore indù, prossimo a finire Dago, smise di combattere e diede la mano al suo avversario. Le guardie corsero a incatenare gli schiavi, pronti ad accogliere i prossimi cambiamenti. La maledizione era finita. Dago, malconcio, ma vivo, fu condotto in una stanza per essere medicato. Ad accoglierlo Selim.

 

“Selim, sei stato tu?”

 

“Sei un pessimo schiavo, Dago. Ti sei salvato di nuovo, ma non so per quanto potremo continuare. Sei troppo impulsivo.”

 

“Selim, grazie”

 

“Chiudi il becco. Pensa che domani torneremo ad Algeri. Troveremo un nuovo padrone.”

 

Selim aveva ragione. Quella inquietante dimora in mezzo al deserto non aveva più ragione di esistere. I fedeli di Piris non avevano sostentamento e avrebbero dovuto per forza tornare sulla costa alla ricerca di un nuovo padrone. Ma tutto sommato fu un sollievo per tutti. La cieca rabbia di Piris era finita.

Gli schiavi, prima dell’alba, vennero radunati e incatenati. Erano pronti a tornare ad Algeri. Il palazzo in mezzo al deserto sarebbe stato ben presto una rovina dimenticata.

La carovana fu accolta dalla voce del Muezzin che si alzava nell’alba grigia, acuta e solitaria a cantare la gloria di Allah, pietoso e amato. I minareti di Algeri dominavano imponenti sulla città. All’orizzonte il sole stava nascendo. Allah è grande. Ma gli schiavi non sapevano nulla di questa grandezza. Sapevano solo che il nascere di un nuovo giorno significava per loro una maledizione. Un lavoro massacrante, le frustate, la possibilità di morire ad ogni istante. Qualcuno ci provava a reagire, mosso dall’orgoglio. Ma le guardie avevano ordini precisi. Ogni tentativo, anche piccolo, di ribellione, doveva essere punito con la morte. Gli schiavi che sapevano frenare e controllare la loro rabbia, sarebbero vissuti certamente più a lungo. Dago sembrava aver capito la lezione. Si rivolse con fare sottomesso alle guardie che lo presero in consegna con il fidato Selim. Le riempì di elogi e si prostrò di fronte a loro. Aveva imparato. Certo, non era stato difficile. Se al cattivo alunno toccava la morte, ogni altra alternativa era benvenuta.

 

Il tempo passava. Dago e Selim erano stati assegnati a un nuovo lavoro. Dovevano fare pesanti lavori di manutenzione immersi fino alla cintola nell’acqua. Un colpo di tosse richiamò l’attenzione di Dago.

 

“Non stai bene, Selim?”

 

“Alla mie età non si sta mai bene, Dago. Siamo castelli che crollano senza bisogno di arieti”

 

“Stasera parlerò con il capo perché ti faccia riposare qualche giorno”

 

“Splendido. Sei sempre un povero illuso. Chiedigli che ti abbassi anche la luna. Hai le stesse probabilità di udire un si.”

 

Dago si sentì come non mai impotente. Non poteva far nulla per aiutare l’amico, e trascorse il resto della giornata a pensare il da farsi. Scese la sera. Finalmente il riposo. Selim sputava sangue. I polmoni non gli reggevano. Mai come adesso si sentiva alla fine del suo tribolato cammino. Dago vegliò per tutta la notte il vecchio. Ne ascoltava i lamenti sommessi, una lotta disperata contro la morte. I poveri ripari in cui erano sistemati gli schiavi non permettevano alcun tipo di cura.

 

La mattina seguente Dago provò con un’estrema richiesta alle guardie.

 

“Selim ha bisogno di riposo, signori. E’ possibile?”

 

“Mmm, sembra che il vecchio non durerà molto. Allora che si riposi mentre sposta le pietre dal fondo del mare. In marcia e silenzio.”

 

Ormai rassegnato, Dago aiutò l’amico ad alzarsi.

 

“Ehi, miserabili cani”.

 

Un soldato in alta uniforme richiamò l’attenzione delle guardie.

 

“La nostra barca si è arenata vicino alla riva. Ho bisogno di braccia forti. Portate quei rifiuti per disincagliarla.”

 

Le due guardie lo guardarono con disprezzo. “E chi ci sarebbe su quella barca per consentirti di urlare così, figlio di una scimmia lebbrosa?”

 

“Il Beylerbey. Ti basta, verme?”

 

“Il……..perdonami, nobile amico. Come potevo sapere? Io…”

 

“Chiudi quella cloaca che hai per bocca e muoviti. Il Beylerbey non è paziente.”

 

Alcuni schiavi vennero radunati e condotti verso la vicina spiaggia, dove, poco distante dalla riva, una massiccia imbarcazione giaceva arenata. Dago era fra loro. Il gruppo di schiavi si posizionò intorno alla barca e il veneziano lanciò un’occhiata a bordo. Il sangue gli si gelò. Barbarossa in persona. Un grande turbante con un prezioso diadema copriva la testa del pirata di Algeri. Indossava un prezioso abito blu sormontato dal mantello con una fascia rossa a cingere la vita. Una lunga barba rossiccia, curata e morbida, gli adornava il viso.

 

“Per questo i guardiani sono tanto spaventati,” pensò Dago.

 

Guidati dalle guardie, gli schiavi tentarono di disincagliare la barca. Ma il giovane veneziano non partecipava. Un rapido movimento e senza che gli altri se ne resero conto, inclinò pesantemente la barca. Barbarossa cadde in acqua come un sacco di patate. Dago chino sul pirata allungò una mano.

“Che Allah ci perdoni, nobile signore della guerra, lascia che ti aiuti ad alzarti.”

 

“Non mi toccare, carogna. Credi che non sappia camminare?”

 

“Come potrei pensare questo, del grande Kheyreddin? Io, infimo granello di polvere di fronte alla montagna d’oro della sua grandezza?”

 

“Lasciami, ho detto. Faccio da solo.”Con uno strattone Barbarossa si liberò di Dago e si rimise in piedi. Bagnato e umiliato, Barbarossa imprecò verso tutti. La barca era ora libera. Barbarossa, circondato dai suoi soldati, saltò di nuovo a bordo. L’imbarcazione si allontanò velocemente. Dago aveva uno sguardo compiaciuto, quasi di vittoria.

 

“Il grande Barbarossa perde facilmente le staffe eh?”

 

“Già,” risponde tossendo Selim.”Ma altri pazzi possono perdere anche più facilmente la testa. Perché l’hai fatto?”

 

“Perché hai bisogno di riposo e l’unico modo per averlo è pagare. Guarda, mentre l’aiutavo a rimettersi in piedi, gli ho rubato questo diadema di rubini rossi. Non credo che i guardiani rifiuteranno un tale gioiello. Barbarossa è stato generoso senza saperlo.”

 

“Sei pazzo”

 

“Forse. Ma non è questo il momento di discuterne”.

 

Scese di nuovo la notte. E con essa la febbre, la terribile lotta dei polmoni per l’aria affliggeva il povero Selim.

 

“Domani non potrò alzarmi.”

 

“Domani non dovrai alzarti. Smonterò i diamanti dal diadema e comprerò riposo, medicine e cibo. Guarirai.”

 

“Ammiro il tuo ottimismo”.

 

Improvvisamente una torcia nell’oscurità del porto illuminò il rifugio di fortuna in cui Dago e Selim stavano riposando.

 

“Tu, bastardo! Vieni fuori”, urlò la guardia.

 

“Io, perché?”

 

“Muoviti, ho detto fuori! E preparati!”

 

Dago venne trascinato a forza fuori in strada. Venne scaraventato a terra e, davanti a lui, un uomo a cavallo con un volto che sembrava fatto di pietra. Attorno a lui, quattro giannizzeri turchi.

 

“Molto astuto, cristiano. Solo quando mi sono accorto che mi mancava la spilla ho capito ciò che era successo. Astuto e pazzo. Credevi di poter derubare Barbarossa e restare impunito?”

 

“Io….”

 

Dago non riuscì ad aggiungere nulla. Barbarossa lo incalzava

 

“Non sprechiamo parole. Ridammi la spilla e avrai una morte rapida. Non nego che in fondo ammiro il tuo coraggio. Ma ho cose più importanti di cui occuparmi.”

 

“Mi dispiace, Beylerbey. Non posso restituirtela!”

 

A queste parole le fruste delle guardie colpirono pesantemente il veneziano, che stramazzò di nuovo a terra. Il sangue uscì copioso dalla schiena martoriata, ma rimase fermo nella sua decisione di non restituire il gioiello rubato. Barbarossa lo osservava.

 

“Mi stupisci sempre di più, cristiano. Non capisci la tua situazione? Una morte rapida sarà per te un dono divino.

 

“Lo so. Ma non posso ridarti la spilla.”

 

Altre frustate lo costrinsero a gridare dal dolore lancinante e venne trascinato via verso degli alberi a cui venne legato saldamente. Le terribili fruste delle guardie del Barbarossa lo colpivano ripetutamente. Ormai era l’alba. Le frustate divennero veri flagelli divini. Grandine, uragano sulla sua schiena. No, Dago non parlava. Sapeva che ne andava della vita del suo amico Selim. Lui aveva bisogno di quel gioiello. Le percosse e le frustate proseguirono per ore. I carnefici si davano il cambio esausti. Il sole cominciò a illuminare quella radura di violenza e sofferenza. Il rosso del primo giorno si riflettè sulla schiena sanguinante di Dago. Un ufficiale del Beylerbey si avvicinò al suo signore.

 

“Guarda, mio re, è ormai mattino inoltrato, ma lo schiavo non ha ceduto”

 

“Basta, ormai sappiamo chi è il più forte. Non serve continuare questa tortura. Non so quale sia il motivo per tacere, ma deve essere troppo forte. Eh sia, decapitatelo.”

 

“Un momento, Beylerbey, lasciami dire qualche parola.”

 

Selim si reggeva a stento, ma era riuscito a raggiungere la radura.

 

“E tu chi sei?” Tuonò il Barbarossa.

 

“Io sono la ragione del furto. L’ha fatto per salvarmi. Era disposto a farsi uccidere per questo. Ascolta, Beylerbey. Che cosa dice Allah su chi sa amare tanto i propri amici? Eccoti la maledetta spilla. E’ troppo tardi perché possa salvarmi la vita. Ma sarebbe triste che troncasse quella del giovane cristiano. Pensaci, Beylerbey. Cerca un po’ di commozione nel tuo cuore. Hai tutto ciò che un uomo può desiderare. Noi, invece, abbiamo solo la nostra amicizia. Per questo siamo pronti a morire per essa senza paura.” Selim diede il gioiello al Barbarossa e cadde a terra, privo di forze. Il vecchio aveva fatto l’ultimo sacrificio per il suo amico e figlio Dago.

 

“No, Selim, non morire!” Gridò Dago.

 

“E’ il momento. Che Allah e il tuo dio cristiano ti proteggano, figlio mio.”

 

“Selim….no!”.

 

Le mani di Selim strinsero per l’ultima volta il viso di Dago e lentamente si abbassarono prive di vita. Dago piangeva, le sue lacrime erano quelle che non aveva potuto versare per la morte del suo vero padre. Aveva trovato conforto e aiuto, ma ora Selim se ne era andato. Dago era di nuovo solo. Barbarossa, il terrore dei mari, il padrone del mediterraneo, ammiraglio del sultano, guardava in silenzio, alla luce rossa dell’alba.

 

“Lasciate che il cristiano seppellisca il suo amico e curatelo. Poi lo manderete su una galera come rematore. Ah, dimenticavo. Usate lo stesso trattamento per i guardiani. Ma a loro, prima, siano mozzate le orecchie. Che paghino per la loro incapacità!”

 

Prima di andarsene, si tolse il mantello e lo consegnò quella figura inginocchiata.

 

“Prendi, schiavo. Avvolgici il tuo amico, che non scenda nudo nella tomba. E’ la migliore seta di Baghdad.”

 

 

Poi diede un lieve colpo di redini e si allontanò. Barbarossa il potente, temuto, l’invidiato. Nessuno può immaginare che in questo momento sta invidiando un povero, vecchio schiavo morto.

Dago avvolse il corpo esanime di Selim nel pregiato mantello e pianse. Il sole era ormai alto, quando Dago venne ricondotto alle prigioni, prima di essere assegnato alle galere come rematore.

 

Written by dago64

September 11, 2011 at 4:08 pm

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Il Rinnegato – Prologo e I capitolo definitivi

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Prologo

Questa è la storia di un uomo, un veneziano di nobile famiglia che poi, suo malgrado, fu costretto a vagare per tutta l’Europa del XVI secolo alla ricerca di se stesso e di coloro che gli avevano rubato la vita. In quegli anni il destino della civiltà occidentale era incerto, dato che i due più grandi e potenti imperi del periodo si contendevano il dominio. Da una parte l’impero Ottomano, con base a Costantinopoli, era all’apice della sua gloria e delle sue ambizioni espansionistiche. Era governato da una delle figure più affascinanti del tempo, Solimano il Magnifico, il cui impero andava dal fiume Tigri ad oriente fino alle coste dell’Algeria, e si estendeva fino alla penisola balcanica e alle pianura ungherese. Nell’Europa centrale, questo colosso fronteggiava un impero cristiano ugualmente grande e potente. L’impero degli Asburgo si estendeva dalla Danimarca e Olanda al Nord, Austria ad est, alla Spagna e oltre, fino al nuovo mondo. Questo vasto dominio cristiano era guidato da un imperatore giovane, dinamico e profondamente devoto alla chiesa di Roma: Carlo V. Sia Solimano che Carlo si consideravano difensori delle loro religioni e si ergevano contro l’infedele come se avessero ricevuto ordine dall’Onnipotente. Molte furono le occasioni di misurarsi per i due imperatori. L’Europa e il mare Mediterraneo furono teatro di duri scontri, che mai determinarono un sicuro vincitore. Un epico duello in cui un veneziano si ritrovò protagonista. Partecipante attivo nel confronto fra due religioni, due culture estremamente diverse, due civiltà che conobbe profondamente e che imparò a rispettare, malgrado le contraddizioni interne che esse presentavano. Un uomo che, seguendo il suo destino, determinò involontariamente quello di due grandi imperi. Un personaggio misterioso, non citato nelle fonti storiografiche, che conobbe le fortune e le disgrazie dei grandi del Rinascimento.

I capitolo – Il complotto

Venezia. Maggio del 1519. La tregua con l’impero di Carlo V aveva sancito un periodo di relativa tranquillità per la Serenissima. L’imperatore e Francesco I di Francia si contendevano l’Italia settentrionale. La repubblica veneta temporeggiava, considerando anche la minaccia dei pirati del Barbarossa, al soldo di Solimano il magnifico. Non si dormiva tranquilli nei sontuosi palazzi del potere veneziano. Nell’ombra sorgevano complotti e strane alleanze fra chi bramava più ricchezze e gli inviati dei monarchi stranieri. Venezia non era un posto sicuro e tutti ben presto se ne sarebbero accorti.

Mezzanotte. Una moltitudine di nuvole, parzialmente illuminate dai raggi della luna, copriva l’orizzonte. La luna sembrava galleggiare attraverso di esse, come una regina che cammina con passo lieve, mentre il suo splendore era riflesso in ogni onda del mare Adriatico. La città era immersa nel silenzio. L’acqua della laguna era increspata dalla brezza notturna che soffiava gentilmente attraverso le colonnate di San Marco. La basilica, imponente e spettrale come non mai, era testimone silenziosa degli incontri notturni. Il silenzio che avvolgeva Venezia fu rotto dallo sciabordare di un remo.

Avvolta della nebbia notturna una gondola avanzava lungo il canale. Un uomo incappucciato e inquietante si ergeva a prua, a poppa il rematore, che al cenno dell’incappucciato accostò l’imbarcazione all’altezza di un piccolo porticciolo. Illuminato dalle luci fioche provenienti dalle finestre dalla duplice arcata che si affacciavano sul canale, l’uomo misterioso scese dalla gondola e salì i quattro gradini che lo condussero davanti al portone di uno dei tanti palazzi eleganti di Venezia. Sul petto appesa una collana, portava una preziosa daga. Indossata come ornamento, ma terribile strumento di morte. Ad attenderlo sul portone c’era un servitore con una torcia.

“Benvenuto, nobile Caravello. Gli altri ospiti vi stanno aspettando.”

L’uomo si tolse il mantello. Vestito elegantemente, statura media alto, di corporatura snella, capelli corvini e lunghi fino a sfiorargli le spalle. Aveva un viso di colore pallido, quasi emaciato. Un naso aquilino, mento sporgente e due grandi  occhi neri sormontati da folte ciglia davano al suo sguardo qualche cosa di minaccioso, inquietante. Luigi Caravello percorse un ampio porticato che si apriva su un vestibolo da dove partiva una scalinata fiancheggiata da dei stanzoni adibiti a magazzini. Con passo deciso il nobile salì le scale di marmo e raggiunse il primo piano del palazzo, dove si trovava il gran salone con ampie finestre che si affacciavano direttamente sul Canal Grande e da cui penetrava la fredda luce della luna. C’erano due uomini a riceverlo, eleganti e silenziosi. Uno dei due, con una benda nera a coprire un occhio, lo salutò.

” Temevo che non arrivassi, ci sono tanti pericoli in questi periodi incerti.”

L’uomo con un occhio solo indossava, sopra la larga veste, un mantello nero con le maniche tagliate da cui uscivano gli sbuffi della camicia. Un collare di cuoio con rubini e smeraldi rimarcava il suo alto lignaggio.

“ Caro Procuratore,” rispose Caravello con sarcasmo, “il pericolo è il sale della mia vita. La giusta dose è gustosissima….. ma…… non vedo il nostro buon amico Kalandrakis.”

“Arriverà a breve. Lui non ama il sale del pericolo, neppure in giusta dose. Il suo mondo è fatto di oro e di lettere di credito. Tutto ciò che non è finanza lo spaventa.”, non è un uomo d’azione. Ci sei tu per i lavori sporchi.” Rimarcò il procuratore accarezzandosi la lunga barba.

“ E’ un peccato doversi servire delle jene per far trionfare i leoni! Esclamò il terzo dei presenti con il capo contornato da un tipico turbante turco di colore rosso. A giudicare dai suoi indumenti doveva essere un nobile turco di prestigio. Indossava una tipica camicia turca celeste, pantaloni a sacco bianchi e fascia gialla alla vita.

“ Sarebbe un peccato peggiore se i leoni perdessero. Non credi, Ahmed Bey?”

Un uomo di corporatura massiccia, folta barba nera e viso rotondetto con un copricapo tipicamente orientale spuntò dalla penombra. Una larga veste bianca con una tunica nera coprivano il suo corpo grasso.

“ Ah, come al solito, caro Kalandrakis, spunti dall’ombra. E’ chiaro, non puoi lottare contro la tua natura!”.

I due si scambiarono uno sguardo di insofferenza, ma a richiamarli all’ordine la voce profonda e autoritaria del procuratore.

“Vi prego, amici, non sprechiamo tempo in dispute inutili. Abbiamo molto da rischiare e molto da perdere. Accomodatevi.”

Il lugubre quartetto si sedette intorno a un tavolo illuminato solo dalla fioca luce lunare proveniente dalle finestre. Una statua, immobile e silente, dominava la sala. Il procuratore prese la parola e prese in braccio un grosso gatto grigio, dal muso diabolico e famelico.

“Tu, Kostas Kalandrakis, puoi perdere le tue banche. Hai ammassato ricchezze in tutta Europa, ma, attenzione, tutto vacilla, tutto è messo in discussione. E non di meno rischi anche tu, Ahmed Bey. Solimano confida in te per impedire l’alleanza fra l’imperatore Carlo V e Venezia. Certo, finora hai lavorato bene e grazie ai tuoi servigi, Solimano ti ha coperto di fama e ricchezza. Bada bene, se il nostro piano fallisce, ti attende la mannaia a Costantinopoli. Ma se con il vostro aiuto diventerò doge, le vostre fortune si moltiplicheranno. Se sarete distrutti, allora lo sarò pure io. I nostri destini sono uniti per sempre. Quanto a te, mio caro Caravello, oltre all’oro che prendi dal sultano, potresti perdere anche la tua amata, Ortensia Morosini, la donna che per te vale di più della tua stessa vita. Tutti noi siamo ora in pericolo a causa di un solo uomo. Lui o noi. Dovremo distruggerlo o sarà lui a distruggere noi. Lo conosciamo tutti questo uomo: Dandolo, il maledetto Domenico Dandolo. Preparatevi, l’ora della verità è giunta.”

I quattro uomini sinistri si scambiarono un cenno d’intesa e senza aggiungere altro, si allontanarono. Il gatto si allontanò dalla sala e si perse nell’oscurità, miagolando compiaciuto. Alea iacta est, avrebbero detto i romani.

Non molto distante dal luogo di quel complotto sanguinario , si trovava la residenza dei Dandolo che dominava la riva degli Schiavoni, l’approdo dei mercanti provenienti dalla Dalmazia che portavano e vendevano carni e pesci salati. Era uno dei palazzi più belli della Serenissima. La sua facciata era caratterizzata da dei grandi finestroni centrali sormontati da arcate gotiche che illuminavamo un lussuoso salone al primo piano.

I Dandolo erano una delle casate più antiche e illustri a Venezia. Ricche e rispettate, anche se oscurate nel prestigio dalle nuove famiglie emergenti della Serenissima. Domenico era un fedelissimo del doge e le sue ricchezze provenivano dal commercio del sale pugliese, dalle spezie d’Egitto e dalla conchiniglia per colorare proveniente da Corfù. Un vero uomo d’affari che aveva anche aperto una filiale del banco dei Medici. Un fatto che lo aveva reso immensamente ricco. Il vecchio Dandolo era sempre vigile, sapeva che la sua fortuna poteva essere fonte d’invidia. Troppe serpi strisciavano a Venezia. Non era rimasto a guardare. Sapeva il fatto suo e aveva cominciato ad indagare su quelle voci insistenti di un interesse straniero alle sue ricchezze. Persona onesta e retta, non accettava bassi compromessi. Non era uno speculatore, ed era quindi odiato da altri importanti uomini d’affari europei e del vicino oriente.

Domenico Dandolo preferiva curare i suoi affari in una stanza attigua al salone centrale della sua residenza. Il suo studio, arredato senza sfarzo, era illuminato solo dalla fioca luce di qualche candela. Quella sera era piuttosto umido e Domenico indossava un pregiato mantello rifinito di pelliccia, ma non era solo l’umidità e il freddo che lo disturbavano. Il nobile leggeva con sguardo corrucciato i documenti sparsi sul suo scrittoio. Il viso rivelava sorpresa e indignazione. E provava una stanchezza, una stanchezza che prendeva le ossa, che gelava il sangue. In bocca, l’amaro di una verità prima solo sospettata e ora, con quelle carte a fare da testimone, provata. Il silenzio della riflessione fu interrotto dal cigolio della porta. Una giovane dama entrò nello studio e posò la mano sulla spalla del nobile.

“Avete un’espressione strana, padre. Non state bene?”

“E come potrei stare bene, Fiammetta? Venezia lotta su tutti i fronti per sopravvivere. La repubblica è circondata da nemici. Guarda questi documenti. Sono le prove del più miserabile tradimento contro la nostra città. Due uomini stanno cospirando con il turco Solimano. Uno di loro è addirittura veneziano.”

“ Come può essere, risponde preoccupata la donna? Chi?”

“Luigi Caravello, mia cara.”

“ No, non può essere. E’ nostro amico di lunga data. Il compagno preferito di Marco. Non ci credo. Sei sicuro? E cosa intendi fare?”

Fiammetta aveva ancora uno sguardo innocente e non era pronta ad affrontare i pericoli del mondo. Gentile e discreta, era amata da tutti. Non vestiva come voleva la moda veneziana dell’epoca, molto audace e provocatrice. Era una bellissima giovane donna, ma non amava mettere in mostra le sue grazie, come facevano altre ragazze della sua età. Nutriva per il fratello maggiore amore e ammirazione. Sapeva della profonda amicizia fra Marco e Luigi e in qualche modo era turbata e non voleva credere alle confessioni del padre. Ma sapeva anche che il padre non parlava mai a sproposito.

“ Andrò da Gritti, capo del consiglio dei dieci, e gli consegnerò i documenti perchè li faccia pervenire al doge. E come prova inconfutabile, so della presenza a Venezia dell’inviato turco del sultano, Ahmed Bey. Il doge dovrà prendere atto di questa slealtà e prendere i dovuti provvedimenti.”

“ Va bene, padre, è giusto quanto dici. Ma Marco, che dirà?”

“ Non lo so, ma in un modo o nell’altro, dovrà venire a saperlo.”

A Palazzo Morosini, Ortensia, la giovane marchesina padrone di casa appena ventunenne, era felice e preoccupata allo stesso tempo. In grembo portava il figlio dell’amato Marco Dandolo, ma voleva assicurarsi che l’uomo la sposasse prima di confessargli il segreto. Non si fidava del bel giovane, ammirabile per qualità tanto inaffidabile per le promesse. Quella sera aveva organizzato un incontro nella sua residenza. Marco venne accompagnato dall’inseparabile amico Luigi, guascone quanto lui, anche se a Ortensia non era mai piaciuto. C’era qualche cosa nel suo volto che l’adombrava, e qualche volta ne rimaneva spaventata. Ma per amore di Marco, l’aveva accettato fra i suoi più cari amici. Ortensia attese i due nella terrazza , davanti al giardino interno, un luogo piacevole per l’incontro di tre giovani nobili da cui si poteva ammirare il fantastico panorama offerto da Venezia. Ortensia, nonostante la sua giovane età, era già donna, aveva un corpo scolpito e le sue curve femminili erano perfettamente messe in risalto da uno splendido abito di seta bianca. Il suo seno era contenuto a fatica dall’abito e un velo nascondeva a fatica i capezzoli e grazie a dio non si vedeva ancora la pancia crescere. Un collo di merletto sottolineava la bellezza del suo volto sormontato dai capelli rosso tiziano, portati secondo la moda all’epoca. Le orecchie erano adornate da preziosi orecchini orientali.

“Buonasera, mia amata Ortensia,” disse Marco, compiaciuto alla vista della bella fidanzata.

Ma le parole che Ortensia usò non furono certamente di gioia. Anzi. Lo splendido viso fu attraversato da una smorfia seccata. Non perse tempo la giovane e passò subito all’attacco.

“ Ma-tri-mo-nio. Hai capito, buffone? O non sai di che cosa parlo?”

Marco rimase per un attimo senza parole. Era un giovane aitante, moro, vestito elegantemente con una raffinata camicia di lino bianca, farsetto nero senza maniche e calzabraghe blu, con la daga appesa alla cintura di argento, portata più per vezzo che per utilità. Anche se l’uomo era considerato uno dei spadaccini più temuti di Venezia.

Il giovane Dandolo si chinò verso la giovane donna e con fare gentile le parlò.

“ Ortensia, amore mio, sogno mio, vita mia, morte mia, ascolta. Sto per avere un posto nella flotta. Combatterò agli ordini del nostro glorioso ammiraglio. E’ difficile per me pensare al matrimonio, anche se, credimi, lo desidero con tutto il cuore.”

“Lo so, lo so, rispose Ortensia con uno sguardo di rassegnazione. Contro i Turchi, contro i pirati di Barbarossa, chissà contro chi altri. Ma io? Quali sono i tuoi progetti per me?”

Marco sorrise. Di un sorriso sincero e onesto. Il suo sguardo illuminato metteva ancora di più in mostra la sua bellezza. Capelli mossi e neri, lineamenti del viso duri, ma allo stesso tempo affascinanti. I suoi occhi blu cobalto raccontavano di un giovane sicuro di se, ma al tempo stesso attento a non ferire gli altri. Era innamorato della sua Ortensia. Molto. Certo, non lo dava a vedere, era pur sempre una delle prede più ambite di Venezia, ma aveva già deciso di sposare la dama più bella della città. Marco amava la vita e gli piaceva prendere e prendersi in giro. Non si curava dei potenti. Aveva l’abilità e il carattere di tener testa a chiunque. Ortensia era più riservata, ma quel giovane tanto spavaldo l’aveva affascinata fin dal loro primo incontro al gran ballo di Carnevale e non si erano più lasciati. Ora erano vicini al grande passo, ma doveva essere lui a fare una proposta seria.

“ Conosci le mie intenzioni, vita mia, amarti notte e giorno. Finchè diverrai una deliziosa vecchietta!” E si lasciò andare a una fragorosa risata.

“ Scordatelo!” Esclamò stizzita Ortensia. “ Io non aspetterò di essere una deliziosa vecchietta per sposarmi. Quindi scegli o i turchi e i pirati o me!”

Marco ammutolì, stordito dalla veemenza dell’amata.

“Suvvia, Ortensia, non lo sgridate. Se non vi sposa lui, lo farò io. Quale migliore punizione per le sue esitazioni?”

“ Zitto voi, Luigi. Mi basta uno svergognato per volta.”

Ginetta, ormai irritata e delusa, si allontanò, fra lo sguardo attonito dei due giovani.

“Mmm, la tua bella fidanzata è decisa, vero Marco?”

“ Si. Hai ragione Luigi. E ciò rende il mio futuro molto cupo. Temo che stavolta non troverò scuse per salvarmi dal matrimonio.”

“ In questo caso, caro Marco, urgono provvedimenti. Non lasciamo per domani il vino che possiamo bere oggi.”

“ Ah ah ah, hai ragione, Luigi. E nemmeno le ragazze che possiamo baciare. Parole sante. I locali di Venezia ci aspettano. Andiamo, altrimenti non ci rimarrà nulla. I piaceri di Venezia saranno nostri.”

Ridendo e scherzando i due giovani abbandonarono la terrazza e percorsero i lunghi corridoi del palazzo fino alla scalinata di marmo. Scesero al pianterreno e uscirono dal portone secondario dove ad attenderli c’era una gondola.

Marco Dandolo non era particolarmente desideroso di prendere moglie. Era nato nel 1490 e la ricchezza paterna gli aveva permesso di avere un’ottima istruzione. Aveva studiato presso la prestigiosa scuola diplomatica di San Marco e aveva ottenuto brillanti risultati. Il padre non voleva che diventasse un topo di biblioteca e ne affidò l’addestramento militare a un celebre cavaliere che aveva partecipato alla disfida di Barletta. Si rivelò un ottimo allievo. Svelto di mente e di braccio, abile spadaccino e cavallerizzo. Questa indole da combattente lo portò ben presto lontano dalla famiglia dagli agi di Venezia. Aveva partecipato a molte battaglie fra cui Agnadello. Malgrado i continui dissidi con il padre, che lo voleva erede della sua fortuna, concluse i suoi studi di Giurisprudenza. Con la lega di Cambrai si guadagnò il titolo di capitano d’armata. La bellissima Ortensia era la sua fidanzata da tempo e aveva deciso di mettere la testa a posto per lei. Ma il suo spirito indomito era costantemente attratto dalle vicende belliche che affliggevano l’intera Europa agli inizi del XVI secolo. Desiderava pure un figlio, ma l’amore per l’avventura era la momento più grande. Si profilava un grosso problema all’orizzonte. E non sapeva proprio come uscirne. Forse se avesse saputo della gravidanza di Ortensia, non avrebbe esitato. Ma era proprio questo che la nobildonna desiderava vedere. Conosceva bene il suo Marco e non voleva costringerlo a condurre una vita che non voleva. La responsabilità di un figlio l’avrebbe sicuramente frenato.

Nel frattempo il vecchio Dandolo non perse tempo e, dopo aver congedato la figlia Fiammetta, si recò a palazzo Gritti. La costruzione di affacciava come tutti i palazzi più importanti di Venezia sul Canal Grande. Un palazzo con i tipici tre piani che distinguevano le residenze del tempo. Sette finestre centrali con arco a tutto sesto dominavano la facciata. Lungo tutti i balconcini fiori e piante. Ad attendere il mercante il servo Giannetto che mostrò uno strano sorriso beffardo.

“Ah, buonasera signor Dandolo, entrate. Il procuratore vi aspetta.”

“ Il procuratore conosce il motivo della mia visita, Giannetto?”

“ Si ed è molto inquieto. Mi ha detto di farvi passare subito.”

Lo studio del procuratore era maestoso, tappezzato di costose stoffe e arredato con mobili di alta fattura. Ben diverso da quello di Domenico. Andrea Gritti non era comunque un uomo comune. Fin da giovanissimo venne condotto dal nonno in varie ambascerie in Inghilterra, Francia e nelle Spagne. Si era anche trasferito a Costantinopoli dove riuscì a stringere rapporti commerciali con il sultano Bayezid e a diventare punto di riferimento per tutta la comunità dei mercanti europei.
Si instaurò fra Gritti e la Sublime Porta un legame così stretto che sarebbe durato per tutta la sua vita. Andrea al ritorno in patria ricoprì varie cariche senatorie e diplomatiche, ma il suo incarico più importante e incisivo fu sicuramente quella di capitano generale. Infatti riconquistò Padova e i territori perduti dopo la sconfitta di Agnadello. Nel 1509 venne eletto alla Procuratoria di San Marco. Questa nomina, appannaggio di un numero ristretto di patrizi, era emblematica di una carriera politica di particolare prestigio. Una persona di spessore, dunque. Un uomo di cui ci si poteva fidare secondo quello che pensava Domenico.

“Buona sera, nobile Dandolo.”

“ Porgo i miei saluti, procuratore. Purtroppo sono messaggero di funeste notizie. Leggete qui, questi sono documenti scottanti e vergognosi per la Serenissima.”

Gritti lesse le carte accuratamente. Alla fine sollevò il suo sguardo verso Dandolo.

“Non credo ai miei occhi, Caravello e Kalandrakis. Due nobili di alto lignaggio. Sembra incredibile. Sai se ci sono altri implicati?”

“ Si, procuratore. Pare ci sia un nobile molto molto importante, ma non ho scoperto chi. Mi metterò subito all’opera per stanarlo. Dovrei riuscirci in breve tempo.”

“ Capisco.” mormorò Gritti. L’uomo riflettè qualche minuto e si rivolse di nuovo a Dandolo.

“Lasciate qui questo rapporto. Domani sarà mia cura consegnarlo nelle mani del doge. Vi ringrazio, Dandolo, per la fedeltà dimostrata.”

Lo sguardo di Andrea Gritti accompagnò Domenico Dandolo fino al portone d’ingresso. E rimase immobile a pensare. Qualche minuto e si scosse.

“Giannetto! Dove sei?”

“Eccomi signore.”

“ Trovami Salvatore, subito. Ho un incarico speciale per lui.”

“ Si, signore, me ne occupo subito.”

Giannetto a passo svelto uscì dallo studio e corse a compiere la sua missione. Su Venezia si stava per abbattere la tragedia e il rumore cupo della campane lasciava presagire solo ore funeste.

L’indomani, con il sole già alto, rauco per i canti, sazio di vino, Marco fece ritorno a casa. Aveva trascorso una notte di bagordi con l’amico fraterno. Il gondoliere lo aiutò a salire gli scalini del suo palazzo e barcollante, ma soddisfatto, il giovane salutò la vita. Era felice. Una felicità da fare invidia.

“Cosa posso volere di più? Una sposa meravigliosa, un amico inestimabile, una carriera brillante. Non è un sogno, è realtà e grazie Dio per avermi concesso tanta grazia!”

Come sempre, quasi in un gesto rituale, sfiorò il vecchio scudo di pietra appeso a fianco del portone. Lo stemma bianco e rosso dei Dandolo, simbolo della loro fama e ricchezza. La sua bandiera, scolpita nel suo cuore.

“Lunga vita ai Dandolo.” gridò il giovane.

Ad accoglierlo nel salone la madre. Una bella donna di mezza età, vestita con un abito rosso damascato. Al collo indossava un prezioso gioiello, regalo dell’adorato marito. Le mani sui fianchi non lasciavano presagire nulla di positivo per Marco.

“Ah, sei qui? Hai finito con gli stravizi? Dovresti vergognarti!”

“Cara Madre! Niente mi rallegra più di una calda accoglienza. Dammi un bacio.”

E l’abbracciò, con una genuina allegria che la fece sorridere e che la rese la madre più felice del mondo. Nella stanza adiacente , sedevano il padre e la sorella che parlottavano fra di loro.

“Glielo direte, padre?”

“ Non posso. Luigi è come un fratello per lui. No. Forse sono vile, ma non riesco a dirglielo. Gli ho scritto una lettera che potrà leggere più tardi.”

Marco si avvicinò ai due. “Sorellina, già alzata? Sei bella come il sole, stai diventando grande e presto dovrò litigare con i tuoi pretendenti! E voi, padre, potete cominciare a brontolare.”

“ No, Marco, oggi no. Dopotutto anch’io da giovane ho avuto la mia parte di notti brave.”

Il vecchio Dandolo prese un plico sigillato dalla tasca del suo mantello e lo diede al figlio.

“Prendi, ti ho scritto una cosa molto importante e voglio che tu la legga appena sarai solo. Lo farai?”

“ Lo prometto, padre. Diavolo. Ho veramente sonno. E puzzo come pochi. Mi ritiro nella mia stanza.”

Marco si allontanò e salì la scalinata che conduceva alle camere da letto del piano superiore.

“Leggerò la lettera più tardi, non mi reggo in piedi.”

Con il sole alto, Marco sprofondò nel suo letto. Nella mano la missiva del padre, che lentamente scivolò fra le sue dita a terra.

Venezia era invece ben sveglia anche se il primo cittadino non brillava per capacità. Il Doge Loredan aveva avuto un periodo veramente difficile dal punto di vista politico. La lega di Cambrai non gli dava pace, anche se la guerra poteva ritenersi conclusa, e la tregua con Solimano non lo lasciava tranquillo. Il doge, che forse pensava di doversi godere gli ultimi anni di vita piuttosto che dedicarli all’amministrazione, aveva favorito una certa rilassatezza di costumi nella società veneziana. Vi furono molti scandali finanziari e molte cariche pubbliche vennero acquistate piuttosto che ottenute per merito. In questo periodo il doge comprava perfino cariche per figli e parenti, usando al massimo la sua influenza. La serenissima era allo sbando. Un doge così preso dai suoi affari clientelari , non poteva essere in grado di amministrare la repubblica. Molti nobili vedevano nella sua debolezza, la possibilità di instaurare nuovi equilibri, nuovi poteri. Gritti era fra questi. Il complotto contro il Dandolo avrebbe eliminato un pericoloso avversario e la strada verso la carica di doge sarebbe stata praticamente libera. Bisognava fare presto però. Non c’era tempo da perdere e Gritti convocò per la seconda gli altri tre compari lontano questa volta da occhi indiscreti. Non voleva farsi soprattutto vedere in giro con il turco e il greco, Ahmed e Kalandrakis, qualcuno avrebbe potuto farsi domande strane. Il luogo del rinnovato incontro era molto lontano dai palazzi della nobiltà che si affacciavano sul Canal Grande. Sotto un piccolo ponte che univa le tante calli di Venezia. Raggiunsero il luogo a piedi, camminando furtivi per la città. Ormai l’ora dell’azione era imminente e non bisognava fare errori. L’acqua del canale aveva un odore acre, di putrefazione. I quattro uomini , avvolti nei loro mantelli oscuri, incappucciati, tramavano nella penombra.

“ Allora, tutto deciso? Esclamò uno dei tre.

“Si, dovrà essere stanotte. Salvatore, il miglior falsario di Venezia ha preparato le lettere, vere opere d’arte. Ma non voglio correre rischi inutili. Mi dicono che il giovane Marco Dandolo sia un abile spadaccino.”

“ In effetti, è il migliore a Venezia, procuratore. Ma la mia daga penserà a tutto.”

La lama dell’arma illuminò per un attimo il viso pieno di furore di Luigi. Gli occhi rosso sangue, quasi a presagire l’imminente delitto. Uno sguardo demoniaco, non umano. Luigi nutriva una profonda invidia per Marco e non vedeva l’ora di eliminarlo.

“Mi occuperò io di lui.”

Tolto di mezzo Marco, non ci sarebbero stati problemi per dei sicari prezzolati ad uccidere gli altri componenti della famiglia Dandolo. Luigi era il braccio armato del complotto. Gritti lo apprezzava per la sua fermezza. Probabilmente Luigi avrebbe eliminato Marco senza contropartita, tanto forte era il suo odio. Ortensia era la sua dannazione. L’amava da tempo, ma la donna aveva scelto Marco. Non aveva occhi che per lui. Con Marco morto, le ricchezze dei Dandolo da amministrare, Ortensia sarebbe stata sua. Con in testa questi pensieri, Luigi si accomiatò dai complici e si diresse verso palazzo Dandolo. L’ora dell’azione era scoccata. Era sera quando Luigi giunse a casa di Marco. Il giovane era ancora nelle braccia di Orfeo. Luigi non lo fece chiamare, ma si recò di persona nella sua stanza. Entrò furtivamente e gli rovesciò una brocca d’acqua gelata in testa.

“Sveglia, marmotta. Devo dirti cose importanti.”

“ Maledizione,” rispose Marco imprecando ancora mezzo addormentato, “ Ti ucciderò!”

“ Non essere così melodrammatico, mio bel signorino. Alzati e vieni con me, faremo un giro in gondola. Con la luna piena dobbiamo fare una serenata a tutte le ragazze di Venezia.”

“ Ehi,” esclama Marco, ma tu non ti stanchi mai? Va bene, dammi qualche minuto per sistemarmi e risvegliarmi completamente.”

“ Ti aspetto giù. Non farmi aspettare troppo.”

Marco si preparò ad uscire, si cambiò d’abito e mentre uscì dalla stanza, scorse la lettera del padre.

“Accidenti la lettera, l’avevo scordata. La porterò con me e la leggerò alla prima occasione. Ora mi attende una fantastica nottata.”

Marco salutò la sua famiglia senza sapere che quella sarebbe stata l’ultima volta che li avrebbe rivisti vivi. Salì con Luigi sull’imbarcazione che li avrebbe portati fino in Istria, a scoprire le meraviglie di quella costa. Due fidati della famiglia Caravello conducevano la gondola. All’oscuro di tutto, il giovane Dandolo sprofondò nei cuscini della grande gondola, scherzando e ridendo con l’amico. A osservare la loro partenza due loschi figuri, nascosti in un angolo buio non lontano dal palazzo.

“Ecco,” disse uno dei due, “se ne vanno”.

“Perfetto,” rispose l’altro.” Ora possiamo agire indisturbati. Alle undici è l’ora stabilita. Ricorda a tutti le istruzioni.”

L’uomo si allontanò, lasciando l’altro a vigilare.

Le campane di San Marco suonarono le undici. Sei, sette, otto, nove, dieci rintocchi. All’undicesimo un gruppo di uomini incappucciati con dei lunghi mantelli neri bussò con fragore al portone di palazzo Dandolo. L’ora era molto tarda. Poche persone si aggiravano a quell’ora per Venezia. Ci volle del tempo prima che un servo venne ad aprire. Il pesante portone si aprì con uno scricchiolio lugubre. Una torcia illuminò l’atrio.

“Buonasera signori, che volete? E’ piuttosto tardi.” Chiese il servo.

Non fece in tempo a finire la frase, che dal gruppo una lama lo trapassò da parte a parte. Il servitore emise solo un gemito e cadde a terra, mortalmente ferito. Un violento calcio lo spostò da parte.

“Togliti di mezzo e lasciaci passare.”

Il gruppo di sicari percorse velocemente il piano terra del palazzo, dove si trovavano i magazzini dei Dandolo e salì al primo piano. La confusione fece accorrere Domenico, che aveva l’abitudine di rimanere sveglio fino a tardi nel suo studio a fare conti e analizzare documenti. Alla vista di quel gruppo di uomini in nero, minacciosi, si mise sulla difensiva, ma non aveva alcuna arma con se. Non era mai stato un combattente.

“Ma che succede? Che cosa sono queste grida? Ehi, voi cosa volete?”

Le cinque figure nere lo circondarono in un attimo e gridarono all’unisono.

“La tua morte!”

Cinque lame affilate lo infilzarono senza pietà e Domenico Dandolo cadde a terra in un lago di sangue. Non ci fu scampo per nessuno. Gli altri servi erano disarmati e non ci volle molto ad eliminarli. Il gruppo di selvaggi cominciò a distruggere tutto quanto incontravano: cristalli, statue, mobili, vasi. I loro facevano tremare l’intero palazzo. Svegliate dal trambusto, la madre di Marco, Costanza, e Fiammetta uscirono dalle loro camere da letto del piano superiore. Costanza si appoggiò al parapetto e urlò.

“Fermi, miserabili. Cosa significa tutto questo?”

Ci fu un attimo di esitazione fra gli assalitori. Avevano ricevuto degli ordini precisi, ma non era facile uccidere una donna inerme. Ma non durò molto. Uno degli assassini imbracciò una balestra e nell’aria si sentì un sibilo, leggero, mortale. La pesante freccia colpì in pieno petto la donna che cadde pesantemente lungo la scalinata, priva di vita. Fiammetta era paralizzata dal terrore. Non capiva quello che stava succedendo. Vide la madre distesa lungo le scale e corse a soccorrerla. Si chinò su di lei, ma Costanza non dava già più segni di vita. Perché quella crudeltà? Cosa avevamo fatto di male per meritare quella selvaggia punizione? Guardò gli assassini e gridò.

“Cosa avete fatto? Perché? Madre! Noooo!!!!!!!”

Pochi passi e il lugubre gruppo fu intorno a lei. Gli ordini erano di non risparmiare nessuno, tutti dovevano perire. Il tragico pianto di Fiammetta venne soffocato dalle spade dei malfattori che si accanirono contro la ragazza. Dieci, venti, cento colpi mortali vennero inferti su quel povero corpo ormai senza vita. In preda a una cieca follia assassina, i cinque uomini conclusero la loro opera criminale dando alle fiamme l’intera dimora. Lo stemma di famiglia bianco e rosso fu distrutto. Nessuna traccia dei Dandolo doveva rimanere dopo quella notte assassina. Mentre si allontanavano non visti fra le calli di Venezia, palazzo Dandolo bruciava.

Ormai lontano Marco, ignaro di tutto, si godeva la notte della laguna. Era fresco, c’era umidità, ma tutto sommato l’aria era gradevole. I due amici sedevano sui comodi cuscini della loro gondola, si godevano il momento accompagnati dal suono di un mandolino, usato con maestria da uno dei due marinai che li accompagnavano. Una musica celestiale sembrava voler raggiungere le stelle. Marco era disteso e senza pensieri.

“ Splendido, un momento così dovrebbe essere eterno.”

“ Hai ragione,” gli rispose Luigi. “Godiamocela.”

Marco si toccò la sua tasca e sentì uno strano scricchiolio di pergamena.

“Accidenti, la lettera di mio padre. Devi scusarmi un istante, Luigi. Ho promesso a mio padre di leggere questa lettera al più presto.”

“ E leggila,” rispose bruscamente il nobile Caravello.

Improvvisamente l’aria si fece gelida, il suono del mandolino sembrò un grido agghiacciante di un fantasma. Marco finì di leggere e alzò il capo stupito verso Luigi.

“Non capisco,” gli disse. “Mio padre parla di un complotto in cui sarebbero implicati il banchiere Kalandrakis, un certo Ahmed Bey e un nobile veneziano ancora sconosciuto. E in fondo alla lista c’è anche il tuo nome, Luigi.”

“ Io?” Rispose l’amico meravigliato. “Guardami Marco. Mi conosci da sempre. Mi credi capace di questo? Tradire chi amo?”

Marco si voltò a osservare l’acqua e riflettè.

“E’ tutto incredibile. Anche la storia del nobile di cui non si conosce il nome.”

Alle sue spalle, Luigi, non visto, estrasse la daga che portava appesa al collo.

“Io lo conosco. E’ il procuratore Gritti. Ecco l’unico nome che tuo padre non ha scoperto. E per questo sarà già morto come tutta la tua famiglia. E come te!”

Marco non fece in tempo a voltarsi, che venne raggiunto alla schiena da un fendente dell’amico. Un dolore sconosciuto e agghiacciante lo fece barcollare. Uno dei due gondolieri lo spinse in acqua con uno spintone veloce. Un tonfo pesante e Marco si ritrovò fra le onde nere della laguna. Il suo corpo ancora galleggiava, privo di vita, mentre la gondola era già lontana. La daga nella sua schiena sembrava una croce. Uno dei due marinai si rivolse a Luigi.

“ Tutto fatto, signore. I pesci banchetteranno col suo nemico.”

“ Si, hai ragione. Ma anche morendo mi ha tolto qualche cosa. Non ho potuto estrarre la mia daga. Bene, lo accompagnerà in eterno!”

Luigi vide il corpo di Marco sparire lentamente all’orizzonte. Finalmente si era liberato di quel bastardo. Aveva pagato tutti i suoi debiti. Era giunta la sua ora. Ortensia sarebbe stata presto sua.

Era ancora buio a palazzo Dandolo. Molta gente era accorsa alle grida, ma il gruppo di assassini era riuscito a fuggire senza lasciare traccia. Fra la folla che si ammassava davanti al portone, apparse il doge in veste ufficiale con un drappello di soldati. Il primo cittadino di Venezia entrò nel palazzo. C’era un silenzio assoluto. I corpi della famiglia Dandolo giacevano a terra, affogati nel loro sangue. Quasi irriconoscibili dopo il rogo che aveva bruciato tutto e tutti. Il doge osservava attonito la scena e spezzò il silenzio tombale che si era creato.

“ Che massacro!! Ma perché tanta violenza? Chi può essere stato?”

Anche Gritti era presente. Anzi era stato fra i primi ad accorrere proprio per completare il suo piano. Il doge chiese a lui lumi sull’accaduto, dato che sapeva dell’amicizia fra i Dandolo e i Gritti.

“Avete trovato qualche cosa, Gritti?”

“ Si, eccellenza.” Rispose l’uomo dalla benda nera. “Una cosa incredibile. Lettere dal sultano turco a Dandolo. Solimano si lamentava per non aver ricevuto le informazioni promesse.”

Porse dei documenti al doge. Il falsario assoldato da Gritti aveva fatto bene il suo lavoro. I documenti sembravano autentici Il doge lesse con attenzione e annuì.

“E qual’è la vostra conclusione, procuratore?”

“ E’ evidente che Dandolo era una spia del sultano e che voleva tirarsi indietro, come dimostrano le lettere. Solimano ha così deciso di farlo uccidere.”

Il doge, convinto dalle parole dell’infido Gritti, non perse tempo. Aveva trovato la causa di tanta violenza e voleva subito risolvere il caso. Un’intera famiglia di nobili così in vista sterminata poteva nuocere a Venezia e alla sua immagine. Fece una solenne dichiarazione.

“Non abbiamo scelta. Da oggi il nome di Dandolo sarà simbolo di ignominia. Lo stemma della famiglia verrà distrutto e dimenticato. Questo è un mio ordine, un ordine del doge.”

Alla sue spalle, Gritti, fece un ghigno beffardo. Ora aveva campo libero. Presto nessuno avrebbe potuto toglierli il titolo di Doge. Quell’inetto di Loredan era condannato. Ma per il titolo c’era tempo. Il vecchio doge ormai non aveva più tanto potere. Gritti si era costruito una rete d’amicizie importante e prima di tutto doveva cercare di sottrarre tutte le ricchezze ammassate dei Dandolo. A partire dalla banca che aveva aperto. Il doge lo incaricò di occuparsi del palazzo martoriato dei Dandolo. Era una delle più belle costruzioni di Venezia e andava sistemato. Luigi aveva chiesto come ricompensa proprio quella dimora, dove era sempre stato accolto con reverenza e gioia. Là sarebbe andato ad abitare. Era l’alba quando Luigi rientrò a casa. Ora gli era sufficiente aspettare e Gritti lo avrebbe coperto di onori e ricchezze. Marco Dandolo non era più un problema.

Il sole era già alto. La piccola galea avanzava lentamente, verso coste più sicure. Sul ponte l’uomo al comando, armato di frusta e pugnale, osservava quel corpo quasi senza vita sul ponte, che i suoi uomini avevano appena tirato fuori dal mare. Un movimento leggero, quasi impercettibile, ma rivelatore che c’era ancora vita in quel fardello bagnato.

“ Ehi,” gridò l’uomo, “ti sei svegliato, infedele?”

Marco era ancora sanguinante. La schiena gli doleva, le ore trascorse in acqua non erano state di certo piacevoli. Era riuscito a tenersi a galla, nonostante la profonda ferita alla schiena. Quando le forze lo stavano abbandonando e ormai semi svenuto, aveva udito delle voci. Pensava fossero i richiami della morte, ma ora comprendeva che degli uomini misteriosi l’avevano preso a bordo della loro nave. Quella figura imponente che l’aveva ricevuto non aveva però l’aria di un onesto e tranquillo mercante. Sembrava più una specie di bandito. Le molte armi che vedeva in giro non lasciavano presagire nulla di nuovo. Marco, ancora barcollante cercò di alzarsi, senza riuscirvi, rimase sulle su ginocchia di fronte a quel pirata che, bruscamente , gli rivolse la parola.

“Ah, non ricordi molto, vero? Sono Kabir Ben Mahud e comando questa nave. Devi al fatto che avevamo un albero spezzato e navigavamo sottocosta se sei ancora vivo.”

Marco si guardò intorno. Non capiva la lingua usata da quell’uomo. Si trovava su una piccola galea, questo è certo. L’imbarcazione che lo aveva raccolto era snella, lunga circa 40 metri. Non assomigliava a quelle di Venezia e Genova, molto più grandi. Un albero al centro, dotato di una grande vela latina le consentiva una navigazione veloce all’occorrenza, anche se si poteva udire le voci dei rematori provenire dal ponte sottostante. Non era sicuramente veneziano e tantomeno europeo quell’uomo che sembrava il capitano. Marco non era propriamente uomo di mare. Si, aveva navigato, ma doveva ancora completare la sua conoscenza marittima. Dove era finito? Cercò di alzarsi, ma non ci riuscì. Kabir comprese che Marco non capiva la sua lingua e usò un veneto stentato, ma comprensibile.

“ Galleggiavi svenuto, aggrappato a un legno con una daga piantata nella schiena. Chi ti odia così tanto, cristiano? Quale grande crimine hai commesso?”

Marco cercò di alzarsi e rispondere.

“Non ricordo, non lo so. In questo momento non so niente. Ma che farai di me?”

“Di te? Ora sei uno schiavo, tutto qui.”

Marco, improvvisamente, acquistò vita e gridò all’indirizzo del turco.

” Schiavo? Io sono Marco Dandolo, cittadino di Venezia!”

Un pesante calcio colpì il giovane sulla mandibola, facendolo cadere a terra.

“ Zitto, cittadino di Venezia. Io sono un capitano di Kheyr-ed-din, il re del mare. E sputo sulla tua città.”

“Kheyr-ed-din? Il pirata?” mormorò Marco. Improvvisamente comprese dove era finito. Una galeotta della flotta dell’uomo più pericoloso del Mediterraneo. Un terribile sanguinario che spediva i suoi uomini a depredare e uccidere le coste di mezza europa a bordo di veloci galee.

“Si,” rispose l’ufficiale. “Quello che voi chiamate Barbarossa. Il padrone del mediterraneo. Pulisciti la bocca quando parli di lui, cane infedele! E dimmi, questa è la daga che avevi nella schiena, bella. Non è certo strumento da contadini. Che storia c’è dietro?”

Marco raccolse le ultime forze.

” E’ una storia mia, un debito mio.”

Improvvisamente tutto gli tornò in mente. Luigi l’aveva pugnalato e si era ritrovato in acqua. La lettera del padre l’aveva informato di quel complotto in atto. Chissà cosa era successo alla sua famiglia. Temeva il peggio, ma ora doveva pensare alla sua di vita. A risvegliarlo dai suoi pensieri, la voce tagliente di Khabir.

“Ehi, tu da adesso in poi non hai nulla. Debiti, crediti. Nulla. Sei solo uno schiavo. Niente. Nulla. Dimentica chi sei stato perchè non rivedrai il tuo paese e la tua gente.” Lo sguardo minaccioso di Khabir raggelò Marco.

“Non sono uno schiavo, pirata, sono Marco Dandolo.”

A queste parole la collera assalì Khabir.

“Non hai ancora capito? Vuol dire che dovrò chiarirti le idee.”

E lasciò partire un colpo di frusta sulla schiena già martoriata di Marco, che crollò pesantemente a terra, senza forze.

“Vedi come è facile piegare la volontà. Non sei niente. Hai una nuova vita. Hmm, hai anche bisogno di un nuovo nome. Lasciami pensare. Si, ti chiamerò Dago secondo la tua lingua. Non puoi avere un nome turco, sei pur sempre uno schiavo cristiano. Mi sembra un nome appropriato. Dopotutto questa daga è stata come una madre per te. Ti ha fatto nascere a nuova vita. Ora non hai più passato.”

Khabir, compiaciuto di aver catturato un nuovo schiavo, ordinò ai suoi due uomini di portare Marco nella stiva. Venezia era ormai lontana. Non esisteva più l’uomo che si chiamava Marco. La stiva era buia, c’era un terribile odore di corpi umani, di escrementi. Nell’oscurità non vedeva nulla, ma poteva udire lamenti e gemiti accompagnati dal tintinnio delle catene. Marco aveva l’orgoglio ferito, era pieno d’odio, nella testa aveva ancora le parole lette nella lettera del padre. Venne incatenato, ma non oppose resistenza. La guardia controllò che le catene fossero ben salde e disse ridendo.

“ Benvenuto nel tuo nuovo mondo, schiavo!”

Uno schiavo. Era dunque questa la sua nuova condizione? Possibile che la vita gli aveva rivolto improvvisamente le spalle? Come sarebbe tornato a Venezia? Nella sua testa risuonava soltanto una parola: vendetta!

Written by dago64

September 5, 2011 at 5:15 pm

Ritorno a Costantinopoli

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Finisce la prima parte delle avventure di Marco Dandolo /Dago .  Sarà una trilogia, che comprenderà circa 60 anni del Rinascimento. Ora le tappe principali sono più chiare. Ho concluso la prima parte con l’avventura in Abissinia. Riprenderò dal tentativo di Roxolana di uccidere Dago. Poi procederò con le avventure di Barbarossa e lo stesso Dago. Ci saranno le scorrerie dei pirati berberi nel mediterraneo, l’inquisizione. La fuga di Dago nel sudamerica. Al ritorno di nuovo con Barbarossa e il suo luogotenente Dragut. Non prima di aver ammazzato Grimani. Leonardo sopravviverà per tutta la saga, fino all’epilogo con la battaglia di Lepanto, in cui Dago rientrerà a Venezia e potrà ristabilire il nome della sua famiglia.

Ritorno a Costantinopoli.

 

Un’altra guerra. Un’altra spedizione. Il Gran Visir Ibrahim non aveva pace. Solimano voleva la gloria e la conquista di Vienna, l’ultimo baluardo a difesa dell’Europa. Per di più era tornato a combattere l’impalatore. Gli avevano assicurato che fosse morto. Quel maledetto Vlad Tepes dei Carpazi era stato seppellito. La sua testa portata a corte. Come era possibile? Nessuno sapeva spiegarlo. Il conte era ricomparso e aveva sterminato parecchi avamposti turchi. Un demonio, era una belva che risorgeva ogni volta dalle ceneri. Costituiva un autentico incubo per Ibrahim. Storie sinistre si mormoravano su di lui. Fra tutte quella che si nutrisse del sangue e della carne dei suoi nemici e che fosse immortale. Le genti della Valacchia giuravano che non potesse morire. Vlad Tepes chiamato Dracula, che in rumeno significava figlio del drago. Il Gran Visir non ne poteva più di sentire storie e leggende su Vlad. Per lui era solo un sanguinario che si opponeva all’avanzata turca. La Valacchia era indispensabile quale avamposto da cui sferrare l’attacco finale a Vienna. Doveva preparare un nuovo esercito, fatto di giannizzeri scelti, artiglieria e cavalleria. Era pericoloso Dracul. Il Gran Visir aveva paura che potesse diventare il capo di una vera ribellione, come lo era stato Iskander Bey, l’albanese che alcuni chiamavano Scanderberg. Era ora di farla finita con Vlad Tepes. Mentre a Costantinopoli fervevano i preparativi per la nuova guerra, Dago aveva lasciato Roma e aveva bisogno di una nave per tornare a Costantinopoli. In Spagna gli davano la caccia. Francesco I non l’aveva mai amato particolarmente, soprattutto per la sua irriverenza. Certo, il rinnegato aveva cercato di salvarlo, ma rimaneva un uomo scomodo e pericoloso. Nessun re l’avrebbe voluto vicino perché la sua sola presenza lo avrebbe potuto oscurare. Questo non piaceva agli uomini di potere. L’Italia era ormai un unico campo di battaglia. Eserciti stranieri calpestavano lo stivale italico. Milano, Firenze, Venezia si schieravano dove convenisse. Le alleanze duravano lo spazio di una battaglia. Forse sarebbe potuto tornare ad Algeri, ma a Barbarossa, il suo amico nemico, non piaceva averlo fra i piedi. Dago non si tratteneva mai dal criticarlo e tale fatto lo avrebbe messo in cattiva luce di fronte ai suoi sudditi. Costantinopoli era l’unica metà possibile, là aveva una casa con dei servitori. Certo, era pur sempre un cristiano rinnegato, ma stimato dal Gran Visir per la sua fedeltà. Fra l’altro l’aveva salvato anche dai progetti assassini di Roxelana. L’occasione di salpare per le coste ottomane gli si presentò a Napoli.

 

Inserire un’analisi del porto e verificare le rotte navali che condurranno Dago a Costantinopoli.

 

Ecco, di nuovo a Costantinopoli. Non era cambiata la grande città. Inserire breve descrizione

 

Il Gran Visir stava raschiando la penna sulla pergamena nell’immenso salone vuoto. I raggi del sole mattutino illuminavano il suo mantello rosso. Una rosa rosso sangue sul comodino. Lo sguardo assorto, come sempre, quando doveva pianificare e soddisfare i voleri del sultano e amico Solimano. La sua mano smise di scrivere. Dei passi felpati e controllati gli fecero sollevare il capo. Di fronte a lui, il giannizzero nero, l’angelo della morte. Era tornato. Inquietante come sempre. Mantello e divisa nera, la dago infilata nella fascia rossa che gli contornava la vita. Un turbante sormontato da una punta frontale e quello sguardo senza sentimento, freddo e cinico.

“Non mi sorprende che tu sia tornato, Dago. Sembri indistruttibile. Pensavo ti fossi perso nelle pianure europee o morto in una delle tante battaglie. So che hai svolto con efficacia la missione presso il re Francesco.”

“Indistruttibile?  Può darsi, sono le mie vendette non compiute a spingermi.” Piuttosto, non hai un gran bell’aspetto. Sembri molto preoccupato.”

“Governare e cercare di soddisfare il sultano è un suicidio. Tutti stanno in agguato. Le gelosie di corte sono all’ordine del giorno, avidità e ambizione ovunque. Guidare questo impero logora e molto.

“Ah, ma è il tuo destino, caro Visir. Immagino che finirai assassinato o decapitato. Ma questo è il prezzo della gloria.” E’ stata una tua scelta.”

Il Gran Visir lo osservò. Lo odiava per la sua schiettezza. Ma ammirava quell’uomo senza padrone, senza obblighi se non verso la sua vendetta. Sprezzante nei confronti dei potenti. E, soprattutto, leale. Incorruttibile. Una qualità difficile da trovare a Costantinopoli. Aveva bisogno di quell’uomo per la nuova spedizione che avrebbe dovuto condurre l’esercito turco alla presa di Vienna. Questa volta il Gran Visir aveva preso ogni precauzione possibile. Aveva stretto alleanze e trattati che gli avrebbero permesso di raggiungere Vienna e farne un avamposto turco per la definitiva conquista dell’Europa orientale. Si giocava tutto su Vienna che non poteva contare sull’aiuto di Carlo V, impegnato in Italia e Spagna. Francesco I non aveva la forza per opporsi a Solimano. Tutti erano occupatissimi a cospirare e tradirsi. Vienna poteva cadere per le meschini ambizioni dei potenti d’Europa. La guarnigione a Vienna era guidata da

 

Inserire ampio paragrafo sull’assedio di Vienna del 1529

 

L’esercito turco senza incontrare resistenza, raggiunse Vienna in breve tempo e la cinse d’assedio. Il Gran Visir in persona guidava la macchina da guerra di Solimano. Al suo fianco il giannizzero nero, il rinnegato Dago.

 

Decrivere i problemi dell’assedio

 

Dago osservava il campo turco seduto sotto la sua tenda. Pioveva a dirotto. I soldati avevano il morale basso. Non combattevano da mesi e le provviste si stavano esaurendo. La guerra era persa. Un giannizzero si presentò alla sua tenda, grondante d’acqua. Il Gran Visir desiderava vederlo.

“Benvenuto, Dago.”

“Hai bisogno che io prepari i tuoi bagagli per la ritirata?”

“Ritirata? Non abbiamo ancora preso Vienna.”

“E non la prenderai mai. Hai commesso l’errore della tua vita, Gran Visir. I difensori di Vienna non si arrenderanno. Difendono qualche cosa di più grande di ciò che tu attacchi.”

“Basta. Dimentichi con chi parli? Sono la mano destra del sultano!”

“Si” rispose Dago per nulla intimorito. “Molti uomini continuano a vivere con le mani amputate!”

“Piantiamola con le discussioni. Ho una missione per te”

“Ti ascolto.”

Il piano era l’ultima possibilità per il Gran Visir di prendere Vienna. Gi attacchi si susseguivano uno dopo l’altro, ma le mura di Vienna non cedevano e i giannizzeri erano sempre costretti alla ritirata. Fortunatamente la famiglia di uno dei generali a difesa di Vienna era caduta in mano turca. Secondo il Gran Visir rappresentavano la carta vincente. Dago si sarebbe dovuto unire al prossimo attacco dei giannizzeri vestito da austriaco e là avrebbe dovuto contattare il generale a difesa della porta nord, Von Brucknel. L’assalto venne portato nel tardo pomeriggio contro una breccia aperta in precedenza. A presidiarla gli archibugieri austriaci, precisi e letali. Nel trambusto Dago si nascose presso un cumulo di macerie e sgattaiolando raggiunse l’interno della città. Indossava una divisa austriaca e si mise alla ricerca del conte Von Brucknel. Chiese qua e là e finalmente un soldato lo condusse dal nobile. Al suo cospetto, Dago si presentò.

“Ho un messaggio confidenziale per lei, possiamo parlarne?”

Von Brucknel lo osservò attentamente. Non gli sembrava un soldato che difendeva la città. Era ben nutrito e in forze.

“Va bene”. I due si appartarono e Von Brucknel prese la parola.

“Bene, siamo soli ora. Che messaggio invia Ibrahim?”

“Come sai che mi manda lui?”

“Ehi, so riconoscere ancora uno dei miei. Avanti, cosa vuoi?”

“Sono un guerriero e mi costa darti questo messaggio. Si tratta della tua famiglia. Ibrahim l’ha catturata”

Von Brucknel perse la sua sicurezza. C’era la disperazione sul suo volto. E Dago proseguì

“Risparmierà le loro vite se tu farai arrendere il settore che comandi. Avrai onori e ricchezze.”

“Devo arrendermi? Cedere Vienna?”

“E che cos’è Vienna. Una città. Mura, case. Una bandiera. Un re che impone le tasse. Tutto questo vale tua moglie e i tuoi figli?”

Gli occhi del conte si abbassarono e il suo corpo tremava. Ma nella sua voce un tono metallico e deciso.

“Non hai mai avuto una città tua, rinnegato?”

“Si, ma la mia città ha ucciso i miei e mi ha reso come sono.”

“Hai avuto sfortuna. O forse sono io ad averla, dato che amo la mia città e amo i miei. Sono due amori e purtroppo non c’è modo di salvarne uno senza distruggere l’altro. L’entrata dei turchi a  Vienna significherebbe solo il massacro di migliaia di famiglie. C’è solo una cosa da fare.”

Il conte chiamò uno dei suoi. Il soldato l’ho guardò sconvolto.

“No, non puoi chiedermi una cosa del genere”

“Non te lo chiedo, è un ordine”. Von Brucknel s’inginocchiò e la pesante spada del soldato lo decapitò di netto.”

A Dago  fu concesso di tornar al campo turco per riferire cosa aveva visto. Vienna non si sarebbe mai arresa.

Il Gran Visir non poteva credere alle parole di Dago. Se ne andava così l’ultima speranza di catturare la città. L’inverno stava per abbattersi di nuovo e le provviste erano quasi esaurite. Dovevano ritirarsi. Il rinnegato  fece una richiesta.

“E gli ostaggi?”

“Moriranno, naturalmente. Ho dato la mia parola.”

Dago estrasse la sua daga e la piantò alla gola di Ibrahim

“Farai liberare immediatamente la famiglia del conte e la farai condurre alle porte di Vienna o ti ucciderò subito!”

“Uccidermi significherebbe anche la tua morte.”

“Che importa. Tu ed io siamo condannati. Hai fallito davanti a Vienna e io ho fallito nlla vita. Ci rimane solo la nostra dignità.” Il Gran Visir spostò la lama dalla sua gola e con la sua scorta accompagnò di persona la contessa con i piccoli alle mura di Vienna. Si parlò molto di quel gesto magnanimo da parte del turco amico di Solimano. Un cavaliere fra i barbari. Il Gran Visir rientrò al campo.

Dago era soddisfatto. Quando salvava delle vite innocenti, si sentiva sollevato.

“Oggi ci siamo alzati al di sopra della nostra meschinità, Gran Visir. Ti sei reso immortale a Vienna. Siamo due condannati a morte, ma oggi possiamo essere orgogliosi di noi.

Il giorno seguente nel fango, nella pioggia battente l’esercito turco iniziò la definitiva ritirata. Si lasciò dietro montagne di cadaveri e rifiuti. Vienna salutò felice la loro partenza.

 

La ritirata fu disastrosa. Il caos dominava fra i turchi. Una confusione che aumentava giorno dopo giorno. Si abbandonavano le armi, i cannoni. I villaggi erano saccheggiati, gli abitanti spesso uccisi. Si uccideva per un pezzo di pane. Il freddo faceva il resto. L’immenso esercito con cui si doveva conquistare l’europa era completamente allo sbando. Era stato sconfitto dalla sua stessa grandezza. Troppi uomini da sfamare. Milioni di soldati. Milioni di cavalli e muli. Il drago era stato ucciso dalla sua stessa grandezza.

Il Gran Visir era pallido, invecchiato. Doveva tornare a confessare il proprio fallimento. Solimano detestava gli insuccessi. Dago si trovava in quella lunga colonna di soldati sconfitti, non voleva finire preda di qualche disperato che poteva uccidere per mangiarsi il suo cavallo. Decise che ra giunto il momento di defilarsi, abbandonare quella massa senza forza e senza morale. Spronò il cavallo e si perse nelle foreste dei Balcani. Arrivò a Costantinopoli qualche mese più tardi, ormai la notizia sulla sconfitta dell’esercito turco era stata dimenticata, o, meglio, non troppo diffusa. Seppe che il Gran Visir si era inventato una parata al suo ritorno dalla guerra. Una marcia trionfale per le vie di Costantinopoli, per trasformare una vergognosa sconfitta in trionfo. Incredibile, ma il Gran Visir era abile nel manipolare i fatti. Il mercato a Costantinopoli era più vivo che mai. Soldati, mercanti, truffatori e affaristi. Anche mendicanti, individui tragici e sporchi, spesso mutilati per le ferite riportate in una delle tante guerre che aveva combattuto il sultano. C’era molta confusione, ma su tutte le voci una si sentì distintamente. Un povero uomo, senza braccio e senza gamba, si lamentava ad alta voce. Inveiva contro il Gran Visir, ricordava che erano stati sconfitti davanti Vienna. La vittoria era solo un frutto dell’immaginazione. Un giannizzero udì quelle parole di disfattismo e cerco di colpirlo con il frustino. La scena si svolse sotto gli occhi di Dago, che intervenne per fermare la frustata del soldato.

“Non alzare mai la frusta su chi è migliore di te. Questo traditore, come tu lo chiami, ha scalato quattro volte le mura di Vienna nello stesso pomeriggio. L’ultima volta l’ha fatto con un solo braccio e la scimitarra fra i denti. E’ stato l’unico sopravvissuto del suo battaglione. L’abbiamo riportato all’accampamento. Aveva ferite di spada e  una gamba maciullata da un colpo di falconetto. Come osi alzare la frusta su di lui?”

 

Il giannizzero rimase ammutolito di fronte a quella figura nera che aveva preso le difese dello storpio.  Comprese di aver sbagliato e s’inginocchiò di fronte a quell’uomo che aveva dato tutto per il suo sultano. In segno  di scuse gli consegnò il suo coltello e chiese che la sua mano fosse tagliata per essere stato così ingiusto. Il mendicante lo fece rialzare e lo ringraziò del gesto. Non c’era bisogno. Capiva e riconsegnò l’arma al giannizzero. La folla che si era formata, di disperse in fretta e il mendicante con Dago rimasero soli.

 

“Dago, mi avevano detto che eri tornato vivo. Anche con un bottino che ti ha reso ricco.”

“Vieni con me, Hemal. Vivo solo e mi serve un uomo come te, che amministri la mia casa. Ti offro un buon salario e l’opportunità di derubarmi ragionevolmente.”

“Non mi piace la pietà, Dago!

“Vuoi che pianga sul braccio e la gamba che hai perso? Sei troppo abituato a mendicare. Reagisci uomo. Prendere o lasciare.” Lo sguardo di Dago si fece duro. Hemal lo osservò  e poi fece un sorriso sarcastico. Dago non gli offriva la sua misericordia, ma un’occasione per tornare a vivere da uomo, malgrado le sue mutilazioni.

“Accetto.”

Dago e Hemal si diressero verso casa.

 

Inserire qui una descrizione di una tipica abitazione a Costantinopoli (casa di Dago)

 

Passarono alcune settimane. Hemal era ora soddisfatto della sua vita. Aveva perso il suo orgoglio da vecchio soldato mendicando per le vie di Costantinopoli. Dago gli aveva offerto un’occasione e lui l’aveva colta al volo. Ripulito, con la b arba curata e profumata. Begli abiti e perfino un braccialetto d’oro, che lo rendeva rispettosi i mercanti. Ora gestiva la cassa e gli schiavi del giannizzero nero. Dispensava elogi e bastonate. La casa di Dago era governata perfettamente. Fra Hemal e il rinnegato c’era quel rispetto da soldati. Non era un servo per Dago, ma un suo pari. E il rinnegato gli dimostrò la sua amicizia donandogli un bauletto pieno di gioielli, ricompensa del Gran Visir per i favori resi. Era una fortuna. Hemal era diventato un uomo ricco e non doveva più servire Dago. Ma cosa poteva fare un mezzo uomo come lui? Aveva ritrovato la dignità, ma era tutto. Una sera, a cena con l’amico, Dago cercò di spronarlo.

“Mi stai annoiando con i tuoi lamenti. Sei stato un grande guerriero e mi dà fastidio sentirti guaire come un cane randagio.”

“Ma cosa può volere un mezzo uomo?”

“Tanto per cominciare, cercati una moglie. Non sei più giovane e devi fare qualche figlio.”

“E dove la trovo una moglie, pensi che possa attrarre qualcuna nelle mie condizioni?”

“Al mercato degli schiavi. Ti cerchi una giovane, bella e obbediente. E sei a posto, non credi?”

Dago aveva ragione. Hemal pensò seriamente al consiglio dell’amico.

Il mercato degli schiavi di Costantinopoli.

Inserire descrizione mercato

 

 

Sono là, portati da tutte le parti del mondo da eserciti vittoriosi o da flotte pirata. Pelli di tutti i colori, occhi pieni di terrore per il futuro. Gli schiavi del mercato di Costantinopoli attendevano il loro destino. Merce destinata alla vendita. Bellezze Circasse, nubiani forti e resistenti, bambini perfetti per i lavori domestici. C’era di tutto, ma c’erano anche quelli che non si arrendevano, uomini e donne difficili da piegare. In un angolo una ragazza bellissima veniva frustata perché rifiutava di alzarsi. Il mercante di schiavi imprecava. Hemal, che stava facendo il suo giro per seguire il consiglio di Dago, vide quella donna di colore, bella e altera, sporca, in mezzo alla polvere. Si avvicinò al mercante e bloccò il suo braccio che teneva la frusta.

 

“Fermo. Che fai? La ragazza è bellissima, ne ricaverai un buon prezzo, non la sfregiare.”

“Questo lo credi tu. L’ho portata sei volte all’asta e ogni volta lei ha morsicato i clienti e gli ha sputato, con il risultato che nessuno ha offerto una moneta per lei.”

“Eppure e tanto bella.”

La donna era davanti a Hemal. Superba. Uno straccetto nero a coprire le sue curve femminili che lasciava intravedere un corpo da sogno. Lo sguardo della donna era assente. Il mercante di schiavi notò l’interesse di Hemal e reagì velocemente all’opportunità che gli si presentava.

 

“Sei un intenditore, al suo paese era una principessa. Penso che per questo la sua condotta lasci a desiderare. Basteranno poche bastonate e sarà dolce come il miele. Un prezzo modico per lei.”

 

La donna improvvisamente intervenne nella discussione.

 

“Non mi comprare, mezzo uomo. Sono figlia di re e non mi arrenderò mai. Tanto meno davanti a un uomo che non può prendere una tazza con due mani. Non mi comprare.”

“Come osi parlare, cagna abissina! Ti darò dieci frustate!”

Hemal fermò nuovamente il braccio del mercante.

“Fermo, la compro per due pezzi d’oro.”

 

Hemal condusse la sua nuova schiava alla casa di Dago. Ma subito l’impresa di domarla non fu semplice. Grida, urla, suppellettili che si infragevano contro le pareti. Dago fu svegliato dal baccano.

 

“Cosa succede qui? Chi disturba il mio riposo?”

La cucina sembrava un campo di battaglia. Hemal era abbastanza affranto. La nuova schiava abissina, chiamata Moala, non si sottometteva.

“Questa è la mia nuova schiava, Moala, stavamo discutendo un po’.”

“Discutere?” rispose Moala. Io non parlo  uomini con braccia e gambe di legno. Nella mia terra sono alti e forti e corrono come antilopi. Non puoi comandarmi, devi strisciare come un verme uomo senza braccio.”

“Bel caratterino, pensavo ti scegliessi una mogli che ti rendesse la vita facile non una specie di tigre nera che potrebbe sbranarti.”

“Hai ragione Dago. Ma è una tigre che voglio.”

 

“Bah….non sono esperto di donne, generalmente mi risultano fastidiose. Lasciala perdere.”

“Parli facile, amico mio. Tu hai il cuore morto e privo di necessità.”

 

La notte scese sulla casa di Dago. La questione di Hemal con Moala era rimandata. Ma non fu una notte tranquilla. Delle ombre furtive scavalcarono il muretto e penetrarono nella casa. Hemal era sempre attento alla sicurezza e aveva un sonno leggero. Si destò e vide cinque uomini che avevano prelevato Moala dal suo giaciglio per condurla via.. Non perse tempo, il veterano di mille battaglie. Prese prima la balestra e colpì al petto uno dei rapitori.  Poi raccolse la fida spada e si scagliò contro i rapitori. Ne stese due in un lampo, la sua abilità di soldato era nota. Moala era ora libera e si mise al riparo. Un quarto  ferì alla Hemal  schiena, ma un colpo alle spalle  tranciò di netto la testa dell’assalitore. Dago era intervenuto ad aiutare l’amico. Ne rimaneva solo uno. E non costitutiva di certo un pericolo, dato che sembrava tutto meno che un combattente. Era una faccia nota. Hemal lo riconobbe. Il mercante di schiavi che gli aveva venduto Moala.

“Guarda, guarda, il buon mercante in persona. Ti sei pentito della vendita?”

“Per favore non mi uccidete” disse l’uomo supplicando. “Un uomo vuole comprarla per cento pezzi d’oro. Posso dirvi chi mi ha promesso la ricompensa.” Hemal e Dago si scambiarono un cenno d’intesa.

“Va bene, parla”. Con stupore i due amici ascoltarono quanto aveva da dire il mercante.

Il giorno dopo Dago, Hema e Moala si ritrovarono al cospetto del Visir Ibrahim che gli raccontò l’intera storia. Era stato lui a ordinare di rintracciare la donna, ma non sapeva in quali mani fosse finita. Moala era figlia del re di Abissinia, alleato di Solimano. Purtroppo una ribellione interna, appoggiata dai veneziani con lo scopo di appropriarsi delle ricchezze di quella regione, aveva rovesciato il monarca, ucciso. I parenti della sua casa erano poi stati venduti come schiavi. Moala era quindi finita  a Costantinopoli. Il Visir voleva ristabilire la famiglia deposta sul trono di Abissinia e Moala era l’unica sopravvissuta. Un esercito sarebbe stato inviato in Abissinia per rimetterla sul trono. Il Gran Visir non perse tempo. Dago fu messo a capo della spedizione.

Quella sera, nel giardino della casa di Dago, Hemal sedeva alla luce della luna, pensieroso, malinconico. Moala non era più una schiava. L’aveva persa, forse per sempre. La principessa d’Abissinia lo vide dalla finestra. Aveva visto un vero guerriero in sua difesa, la notte del tentato rapimento. Uscì e raggiunse Hemal.

 

“Ora non vuoi più sposarti con me?”

“Mi prendi in giro? Una cosa era Moala la schiava un’altra è la prossima regina d’Abissinia.”

“Dimentichi Moala la donna. Quella che ti ha visto lottare come un leone e ha capito che perderti era peggio della morte.”

La luna si rifletteva nella fontana. Nell’aria un dolce profumo di fiori. Moala s’inginocchiò di fronte a quell’uomo fantastico e coraggioso.

 

“Hemal, per favore….amami.”

 

Il Gran Visir non perde tempo per preparare la campagna d’abissinia. Il giannizzero nero era per la prima volta al comando di un vero esercito. Era temuto e rispettato. Un uomo che i soldati definivano cupo e allarmante. Persino Barbarossa lo temeva. Un capo abile e spietato con il nemico. Dago aveva pianificato la campagna in maniera ottimale. Il territorio ostile dell’abissinia richiedeva una strategia accorta. Dago stabilì di lasciare depositi con acqua e provviste a ogni giorno di marcia in maniera tale da non doverli portare con loro. La velocità era essenziale in quella guerra. La regina Moala era il simbolo di questa guerra di riconquista. Una vera guerriera. Al suo fianco il marito Hemal. L’uomo troncato, come lo chiamavano i suoi giannizzeri. Mutilato, ma soldato temibile e ora l’uomo che avrebbe riportato la regina sul trono.

A fronteggiare la spedizione turca re Selassiè, appoggiato apertamente dai veneziani. Nel grande villaggio del nuove re abissino, un distaccamento di veneziani. A comandarli una vecchia conoscenza : Leonardo Caravelli, ormai fidato condottiero al soldo del doge Grimani.

 

Inserire descrizione del villaggio abissino.

 

Durante il XV ed il XVI secolo l’Eritrea settentrionale e la zona costiera finirono sotto il totale controllo ottomano, che governò la regione per oltre 300 anni dalla sua sede nel porto di Massawa.

 

Leonardo era lì per curare gli interessi di Venezia e assicurare l’appoggio militare di cui aveva bisogno Selassiè. Il re aveva svuotato le casse del regno per pagare le armi e i mercenari che Leonardo aveva portato con sé. Non era un’alleanza che poteva durare molto. Spesso i mercenari lanzichenecchi depredavano i villaggi o si approfittavano delle donne abissine. Leonardo non sopportava quel territorio e non vedeva l’ora di tornare al più presto nella sua Venezia. Era giunta voce, fra l’altro, dell’arrivo di una forza turca con la regina Moala, erede al trono in quanto figlia del deposto re. Selassiè aveva bisogno di altro oro per mantenere il suo esercito di soldati prezzolati e chiese a Leonardo di preparare una spedizione per il tempio di Hassa Habar, dove conservava le sue ultime riserve d’oro. Leonardo e il suo consigliere Michele non erano interessati al destino dell’Abissinia. L’oro di Hassa Habar doveva finire nelle loro tasche e in quelle di Venezia. Radunarono un compagnia di mercenari tedeschi e si prepararono a partire. A osservare i preparativi, un vecchio mendicante che allevava delle colombe bianche. Era una figura abituale per  la cittadina di Debarwa, sede del re Selassiè. Non era sempre stato un mendicante. Rivestiva la carica importante di ministro con il re deposto e aveva fatto frustrare a sangue il nobile Selassiè, colpevole di tramare complotti per deporre il re, il padre di Moala. Ma non era morto sotto i pesanti colpi della frusta. Si riprese, e con l’appoggio di Venezia potè rovesciare il re e avviare una vera epurazione di tutti i suoi nemici. Fra questi c’era ovviamente il ministro, che fu accecato e ridotto in povertà. Molti pensavano che quel vecchio cieco, miserabile e quasi pazzo non costituisse un pericolo alcuno. Ma si sbagliavano. Aveva tenuto le sue colombe viaggiatrici per mandare informazioni all’esterno, senza che nessuno sospettasse. Con occhio attento e parlando con i soldati in partenza, aveva capito l’obiettivo di quella nuova spedizione militare. Doveva inviare un messaggio all’esercito di Moala.

 

Intanto il corpo di spedizione turco comandato da Dago avanzava. Sapevano della presenza di soldati europei mercenari nelle fila di Selassiè ed erano anche a conoscenza di personalità veneziane a supporto dell’usurpatore. Dago ovviamente ignorava la presenza in quel posto remoto del suo vecchio amico Leonardo.  Nell’avanzata Dago non trovò molta resistenza. Non erano lontani da Debarwa, ma non conoscevano l’esatta composizione del nemico. Dovevano avere cautela. Piantarono l’accampamento per decidere il da farsi dopo aver avuto più notizie sulla posizione e le intenzioni del nemico.

 

I mercenari lanzichenecchi non marciarono direttamente verso Hassa. Persero alcuni giorni ad approfittare dei villaggi che incontravano lungo il loro cammino. Si sentivano invincibili. Erano a conoscenza dell’arrivo dei turchi, ma si ritenevano i miglior soldati del mondo. Spadroneggiavano e uccidevano senza pietà. Solo alcuni giorni dopo i Lanzi raggiunsero Hassa, l’enorme tempio in cui era custodito segretamente l’oro del re Selassiè. A custodirlo solo pochi soldati fedeli del re che non opposero resistenza e accolsero i mercenari. I forzieri pieni di preziosi vennero caricati su due carri. Una missione facile, pensava l’ufficiale al comando. Ben presto si rese conto dell’opposto. Una gola univa il tempio alla piana del deserto e qui i lanzi trovarono la sorpresa. Ad attenderli, appostati dietro le rocce, duecento giannizzeri turchi con Hemal al comando. Lo scontro fu breve. Una pioggia di frecce dimezzò il numero dei mercenari e la successiva carica li sterminò senza pietà. Pochi quelli che riuscirono a fuggire. L’oro di Selassiè era ora in mano a Moala. A Derwaba Selassiè non si dava pace. La notizia del massacro della colonna dei mercenari l’aveva lasciato senza oro. Come poteva continuare la guerra? Ma, soprattutto, come avevano potuto i turchi sapere del tempio di Hassa Habar? Ci furono delle indagini. Molti a corte avevano notato quelle strane colombe che volteggiavano intorno al vecchio ministro. Proprio Leonardo notò quell’uomo stranamente vigile e attento il giorno in cui fu inviata la colonna dei lanzichenecchi ad Hassa. Una colomba era volata via, ma non aveva capito allora. Non fu difficile scoprire che le colombe erano addestrate. Leonardo riferì dei suoi sospetti e delle sue indagini a Sellasiè. Il giorno dopo il ministro fu decapitato in pubblico.

Dago aveva dunque vinto la prima battaglia contro l’usurpatore abissino e i veneziani. I mercenari di Leonardo avevano deciso di rimanere a combattere, nonostante non ci fosse più oro. Si sarebbero ripagati depredando l’abissinia. Fra l’altro il doge aveva garantito che non avrebbe abbandonato Selassiè fino a che la minaccia turca fosse durata. I maledetti turchi che appoggiavano la regina Moala. Dopo il massacro di Hassa, avevano cominciato a temere i giannizzeri  e soprattutto si vociferava del loro comandante. Un rinnegato. Un veneziano vestito di nero passato al servizio del Gran Visir Ibrahim Pascià. I lanzichenecchi stazionavano a Derwaba e c’era un caldo d’inferno. Leonardo e Michele si stavano rinfrescando e facevano il punto della situazione.

“Non sopporto più questo caldo, Michele. Non vedo l’ora di tornare a Venezia”

“Potrai farlo presto, signore. Non appena risolto il problema dell’invasione dei turchi. Il doge è stato chiaro al riguardo.”

“All’inferno anche il doge! Lui se ne sta comodo a Venezia, davanti al fuoco con la sua giovane moglie che gli massaggia le tempie, mentre io crepo qui di caldo.”

“Sei il suo braccio destro. E’ logico che abbia mandato te. L’abissinia è una grossa fonte di guadagno per la sua repubblica e il suo re è docile e compiacente. Non possiamo permettere che i turchi rimettano sul trono la figlia del compianto re.”

“Lo so, lo so. Dobbiamo organizzare l’esercito di questo re pagliaccio e vincere la guerra per lui.”

“Hhmmm esercito? Me lo chiami esercito? Abbiamo un’orda di selvaggi, disordinati con i lanzichenecchi sempre a lamentarsi.”

“Cosa sappiamo dei turchi?”

“Dispongono di un solo corpo di giannizzeri. Guerrieri ben addestrati. Molte tribù li appoggiano e i nostri problemi sono ora raddoppiati.”

 

I giannizzeri e i guerrieri delle tribù che si erano alleate sgominarono senza fatica la milizie di frontiera  di Selassiè, anche se il grosso dell’esercito non era ancora sceso in campo. Dago, Hemal e Moala non erano sicuri del successo. Il nemico li superava di numero e anche se disponevano di soldati più addestrati, la missione rimaneva difficoltosa. Selassiè disponeva della compagnia di Lanzi e di un esercito composto da un enorme numero di guerrieri. Di certo non addestrati, ma pur sempre temibili. Moala riferì queste informazioni a Dago, dopo essere riuscita ad averle da persone fidate a Derwaba. I tre ragionavano sotto la tenda della strategia da seguire

“Ci sono anche un inviato del doge e vari consiglieri che lo aiutano.” Disse Moala.

L’interesse di Dago improvviamente si svegliò.

“Conosci il nome di questo inviato?”

“Leonardo, Leonardo Caravelli.”

Dago impallidì. Hemal lo osservò incuriosito.

“Che ti prende? Sei bianco come un lenzuolo”

“Io…devo uscire…..a respirare.”

Tutta l’odio di Dago venne a galla. Leonardo, l’omicida e traditore era a portata di mano. Uno strano scherzo del destino. Sentiva dentro di sé salire la rabbia. Il suo sguardo fisso nel vuoto con quella ossessione. Leonardo non immaginava neppure che fosse ancora vivo. Lo riteneva morto e sepolto. A meno che la moglie del doge avesse riferito del suo incontro durante il sacco di Roma.  Ma non era importante. Non era solo la guerra per la conquista dell’abissinia. Un’altra guerra lo attendeva. Questa personale, ma non meno violenta.

Nei giorni seguenti Dago combattè alla testa dei suoi uomini in maniera demenziale e brillante allo stesso tempo. Sempre alla loro testa, uccideva senza pietà ogni suo avversario e con marce forzate si avvicinava a Derwaba. I suoi giannizzeri lo consideravano un pazzo e infedele. Ma come combattente e stratega si rivelava insuperabile. Li avrebbe sicuramente condotti alla vittoria. Continuò ad attaccare senza soste anche le pattuglie nemiche in avanscoperta e le guarnigioni a guardia delle linee di rifornimento. In una di queste scaramucce, lasciò vivo un ufficiale, un lanzichenecco e gli raccontò una storia da riferire a Leonardo. Ulrich si chiamava quel soldato. Fu lasciato andare, ferito e impolverato. Ulrich raggiunse Derwaba dopo alcuni giorni di cammino e fu chiamato a rapporto da Leonardo.

 

“Ulrich, cosa è successo?”

“Hanno attaccato i depositi vicino le alture di Karifa. Sono l’unico sopravvissuto. Il loro capo mi ha detto di raccontarti tutto…..strano.”

“A che ti riferisci?”

“Mi ha prima interrogato sulla tua identità. Voleva sapere tutto su di te. Che posto occupavi a Venezia, dei tuoi figli, su tua moglie, la tua ricchezza. E mi ha detto di riferirti che cercava te. Non sembrava un uomo, ma un vero demonio con quella uniforme nera e lo sguardo assassino. Attento Leonardo.”

 

“Mi cerca? Ma chi è”?

 

Ormai la guerra in abissinia era persa per i veneziani alleati con i Lanzi tedeschi per sostenere l’usurpatore Sellasiè. Leonardo e il suo consigliere Michele non avevano più ragione di rimanere a sostenere una guerra persa. Potevamo prolungare lo scontro o cercare un accordo con i turchi. Scelsero di contattare il capo della spedizione turca. Era un rinnegato, avrebbero tentato di corromperlo e cercare così di rovesciare le sorti della battaglia.  Leonardo desiderava anche  conoscere il misterioso avversario. Un rinnegato che cercava informazioni su di lui  e che proveniva da Venezia. Era giunto il momento di conoscere questo fantasma che li aveva sconfitti con grande abilità. Michele si occupò di organizzare l’incontro. Ma Leonardo non era tipo da incontri leali. Ordinò all’ufficiale dei lanzichenecchi, Ulrich, di preparare i suoi uomini per un’imboscata. Si voleva assicurare che un avversario tanto temibile scomparisse definitivamente nel caso non fosse stato disposto a essere corrotto. L’incontro si sarebbe tenuto sulla riva del mare. Leonardo ordinò che una galera fosse tenuta pronta al largo, nel caso di pericolo.

 

Dago e Hemal lessero il documento inviato da Leonardo. Erano dubbiosi a riguardo. Soprattutto Hemal non si fidava.

 

“Il veneziano vuole vederti…..Non mi piace. Ho sentito parlare di questo Caravelli e ti consiglio di non…….”

“Lo incontrerò, Hemal”. Dago non gli lasciò nemmeno finire la frase

“Non è prudente, Dago.”Aggiuse la regina Moala.

“Questo non importa. Devo incontrarlo. Da solo”

 

Moala e Hemal non capivano. Il rinnegato sembrava tremare ogni volta che si nominava il veneziano. Avevano intuito che c’era qualche cosa di personale e Dago sembrava aver dimenticato le regole naturali della prudenza. Non voleva sentire ragioni. Senza scorta, dritto in bocca a un nemico subdolo. No, Dago si stava condannando a morte.

Una nebbiolina vischiosa accolse Dago lungo la riva del mare all’alba del giorno dopo. Ad attenderlo Leonardo Caravelli, più nervoso del solito senza sapere la ragione. In fin dei conti il suo avversario era un semplice rinnegato cristiano corruttibile. Nulla di cui preoccuparsi eccessivamente. Prima il rumore degli zoccoli di un cavallo e poi, nella nebbia, una figura nera si fece sempre più vicina. Un silenzio irreale, rotto solo dalle onde che facevano da testimoni all’incontro. I due cavalieri erano ora uno di fronte all’altro. La nebbia li avvolgeva, ma si poterono guardare direttamente negli occhi. Leonardo non riconobbe il vecchio amico. Dago controllò il suo odio e assunse il suo solito sguardo impassabile e penetrante.

“Sono qui come puoi vedere, veneziano, parla. Cosa hai da proporre?”

“Ah, finalmente ho di fronte  il famoso Dago. Ho sentito molto parlare di te.”

“Lascia stare i convenevoli e badiamo al sodo. Hai un’offerta da farmi, vero?”

“Si, ignoro il motivo per cui hai lasciato Venezia, ma posso offrirti un indulto totale e più oro di quanto tu possa sognare. Torneresti in patria ricco e onorato.”

Dago sorrise. Ma era un ghigno crudele, feroce e allo stesso tempo beffardo. Leonardo sembrava riconoscere quello sguardo, dove aveva già visto quegli occhi. Era come se avesse già incontrato quel cavaliere nero.

 

“Devo fidarmi della tua parola, veneziano?”

“Sono un nobile e il mio onore non è mai stato messo in dubbio.”

 

Di nuovo una risata sottile attraversò il viso di Dago.

“Il tuo onore…….Come sta Ortensia, Leonardo? Ho saputo che l’hai sposata.”

Leonardo improvvisamente impallidì e i muscoli del suo viso si contrassero.

“Eh? Come puoi conoscere mia moglie…come?”

“So tutto di te, Leonardo. Ma tu non mi riconosci. E’ ovvio. Anni di schiavitù tra i turchi cambiano l’aspetto di un uomo. Ho conosciuto il remo, il deserto, la frusta e il fuoco. Ho conosciuto miserie e orrori che tu non puoi nemmeno sognare. Sono stato schiacciato e ucciso mille volte. E mille volte sono resuscitato. Si, molti inferni ho attraversato e non mi sorprende che tu non mi riconosca.”

“Basta….chi sei?”

“Neanche i tuoi amici mi hanno riconosciuto….Kalandrakis e Ahmed Bey. Non mi hanno riconosciuto, ma io ho ricordato loro il mio nome prima di ucciderli. Con te non ne avrò bisogno. Dopotutto tu eri il mio migliore amico, non è così Leonardo?”

Il viso di Leonardo era ora una maschera di terrore.

“No, non può essere…tu sei….tu sei…….no……”

Ormai balbettava, un brivido gli percorse la schiena. Improvvisamente gli tornò alla mente quella notte di sangue, su cui aveva costruito tutta la sua fortuna. Gli occhi di Dago erano quelli di un serpente che stava per assaltare la sua preda.

“Sono venuto a restituirti la daga che mi hai conficcato nella schiena, Leonardo”

“Marco….Marco Dandolo. Non può essere. Tu sei morto. Morto”.

Leonardo non credeva alle sue orecchie, ma le due pistole che aveva sotto il mantello gli ricordarono che poteva ancora uccidere quel fantasma. Riuscì a estrarne una, ma il fulmineo movimento della scimitarra del rinnegato gli troncò di netto la mano. Un dolore lancinante attraversò il corpo di Leonardo. Dago poteva disporre di lui come voleva.

“Pensa ai miei, bastardo. Mio padre, mia madre e mia sorella….e a me. Pensaci, assassino, e comincia a pentirti. Leonardo soffriva dal dolore, ma ebbe la lucidità di estrarre la seconda pistola con la mano rimasta. E senza pietà Dago colpì violentemente per la seconda volta con la lama della sua spada. Ora di fronte a lui un uomo monco, terrorizzato e pieno di sangue. Riuscì solo a gridare, e in suo aiuto accorsero i lanzichenecchi del fido Ulrich, nascosti fra le dune. Le minacciose alabarde dei tedeschi avanzarono verso Dago. Doveva immaginare che Leonardo non aveva onore e gli aveva teso una trappola. Il giannizzero nero era perduto. I lanzichenecchi erano troppi per un solo uomo. Ma il cielo all’improvviso si oscurò. Un nugolo di frecce cadde sul battaglione dei mercenari. La sorpresa fu totale. Lungo la spiaggia i giannizzeri si lanciarono alla carica. I lanzichenecchi presi alla sprovvista, si diedero alla fuga. Intanto, approfittando della confusione, Leonardo era salito su una barca. Si era preparato la via di fuga con una galera che lo aspettava al largo. Era già lontano quando Dago tornò a occuparsi di lui. Leonardo gli era sfuggito. La vendetta era per il momento rimandata. I giannizzeri fecero strage degli uomini di Ulrich. A comandarli Hemal, che aveva deciso di proteggere Dago.

“E così hai deciso lo stesso di corpirmi.”

“Sei una testa dura, Dago. Non vale la pena discutere con te. Ho agito per conto mio e a quanto pare, ho fatto bene.”

“Si, hai fatto bene, amico mio.”

Dago si voltò a guardare quella galera allontanarsi. Alzò il braccio sicuro che quell’uomo monco lo stesse osservando.

 

“Arrivederci, Leonardo. Aspettami, un giorno sarai mio.”

 

A bordo dell’imbarcazione Leonardo fu medicato. Era ancora terrorizzato. Guardava la costa allontanarsi, e ancora nei suoi occhi aveva quella figura nera, demoniaca, che non lo avrebbe più abbandonato nei suoi sonni veneziani. L’incubo era appena iniziato.

 

Con la fuga di Leonardo e i lanzichenecchi decimati dai continui attacchi dei giannizzeri guidati da Dago, la guerra d’Abissinia volgeva al termine. Re Selassiè disponeva ormai solo di uno sparuto gruppo di guerrieri, che non potevano sicuramente opporsi al giannizzero nero e le sue truppe. Derbawa fu investita dai cavalieri turchi. Non ci fu molta resistenza. L’ultima battaglia per il trono d’abissinia era iniziata. Non c’erano dubbi, ormai, sulla vittoria della regina Moala. Selassiè non ebbe scampo. La sua guardia personale fu facilmente massacrata dalle scimitarre dei giannizzeri turchi. Ad attenderlo l’ascia dei traditori. Fu decapitato il giorno stesso della sua sconfitta. Giustizia era fatta. L’Abissinia tornava a essere governata dalla sua regina legittima. La regione era ridotta in miseria. Molti villaggi non avevano di che mangiare. Per la regina Moala il difficile veniva adesso. Non doveva più lottare contro un esercito, ma contro la miseria in cui il suo paese era immerso. Doveva trovare cibo, seminare e resuscitare il commercio. La guerra non aveva fatto che aggravare questa situazione. C’erano delle tribù ribelli e molti non vedevano di buon occhio la regina. Moala e il suo consorte Hemal avevano un’altra impresa da compiere. Più difficile della prima. Dago non aveva ancora deciso di tornare a Costantinopoli. Leonardo gli era sfuggito, ma voleva ancora aiutare l’amico e la sua bella moglie. Un nuovo tipo di sfida lo attendeva. Non più come uomo d’arme e violenza. Ora poteva costruire qualche cosa per la vita, qualche cosa che la creasse, non che la distruggesse. Chiese Uomini, farina e ferro. Avrebbe provato a rendere più vivibile quella martoriata regione. Aveva bisogno di un po’ di pace per la sua anima e quella era l’occasione. Un altro tipo di battaglia. Un’altra sfida attendeva il rinnegato.

Una mattina lasciò Derbawa seguito dal gruppo di uomini che l’avrebbero accompagnato per la regione. Lui a cavallo, seguito dal quel gruppo di uomini, non guerrieri, ma gente che credeva in lui e l’avrebbe aiutato nella ricostruzione di quella terra martoriata. Il giannizzero nero sembrava animato da un’energia differente. Lui, uomo di guerra e violenza, doveva ricostruire una nazione, doveva dare fiducia a un popolo ridotto alla disperazione. Forse ne aveva abbastanza di tanto odio e furore. Oppure, più semplicemente, anche lui aveva bisogno di una tregua. Il suo cuore di pietra batteva quando c’era qualcuno da aiutare. Il guerriero più feroce che aveva mai cavalcato quelle terre si lanciava in una crociata con un gruppo di straccioni. Si fermò in molti villaggi. La sua esperienza del deserto fece il resto. Ordinò di scavare pozzi d’acqua sotterranei, come facevano i beduini del deserto. Con l’acqua si procedeva a irrigare i campi seminati. Fece costruire mulini e forni per preparare la farina e produrre pane. L’anno dopo, incredibilmente, i primi germogli. I primi campi. La vita per quella povera gente. Dago era felice. Finalmente donava la vita invece di toglierla. La sua sete di vendetta era per il momento placata. Una vittoria conseguita con la volontà senza che nessuno morisse. Il suo nome girava di villaggio in villaggio. Moala e Hemal potevano ora veramente pensare di ricostruire un paese. Ma solitamente un trionfo scatena invidia e ambizioni. Molti nobili vicino a Moala cominciarono a lamentarsi. Il nome del giannizzero nero risuonava ovunque. La folla inneggiava al suo salvatore. Ministri e generali non erano contenti. Moala era pur sempre la regina, ma il popolo chi avrebbe seguito? A chi avrebbe obbedito. La gloria di Dago cominciava ad oscurare la regina. Moala era donna forte e aveva il senso dello stato. Sapeva che quanto dicevano i suoi ministri e consiglieri era vero. Non poteva condividere il potere con il rinnegato. Se ne doveva andare. La sua gratitudine doveva essere sacrificata alla ragion di stato. Hemal non condivideva la sua scelta. La donna che tanto amava voltava le spalle all’uomo che aveva fatto tanto per lei e la sua gente. Posizione difficile per lui che tanto doveva all’amico rinnegato. Moala, nonostante il diniego di Hemal, prese la sua decisione. Avrebbe inviato Dago dal sultano con un suo dono per ringraziarlo dell’aiuto. Si sarebbe così liberata di quello scomodo personaggio. Hemal lasciò per qualche giorno la capitale e andò a trovare Dago, lasciando la sua regina Moala. Entrambi non si resero conto di quanto stesse succedendo a corte. Aluf, ministro con grandi ambizioni, ambiva al trono. Era lui uno dei più insistenti nel voler la partenza di Dago. Le sue ragioni non erano messe sul piatto per rafforzare il potere della regina, bensì doveva allontanare quel condottiero tanto temibile se voleva conquistare il trono di Abissinia. Moala si fidava di quell’uomo, sbagliando, aveva ancora molto da imparare se voleva governare con giustizia. Aluf aveva dato il via a un vero e proprio complotto. Ormai la notizia che Dago avrebbe abbandonato l’Abissinia era ufficiale. Sapeva bene che la gente adorava quel rinnegato cristiano con la divisa nera. Se fosse stato ucciso, il popolo avrebbe accusato Moala. I guerrieri abissini, fedeli a quell’uomo che li aveva condotti alla vittoria, non avrebbero capito e Moala avrebbe fatto da capro espiatorio. Aluf cercava di destabilizzare l’Abissinia e con un Dago morto e sepolto, avrebbe poi potuto prendere il potere con facilità.

Hemal giunse a uno dei tanti villaggi che Dago aveva aiutato a prosperare. Campi di grano intorno. Sembrava un miracolo in quella terra tanto deserta e arida. Dago era capace di compiere i miracoli. Da guerriero temibile si era trasformato in uomo di terra, un contadino che zappando e seminando, aveva riportato la fiducia e la voglia di vivere fra quella povera gente. Hemal lo trovò così. In mezzo ai campi, stanco e sudato, ma felice. Non l’aveva mai visto così.

“E’ incredibile ciò che hai ottenuto.”

“E’ solo l’inizio. Voglio allargare i canali d’irrigazione per fertilizzare nuove terre. Questa valle ben si presta ai miei progetti. Creeremo impianti per salare il pesce, ospedali e scuole. Voglio far sorridere alla vita questa gente.”

Hemal sospirò. Non aveva il coraggio di guardare in faccia l’amico di tante avventure.

“Hemal, che ti prende, ti vedo turbato.”

“Lo sono, amico mio, lo sono.”

Dago capì all’istante

“Allora le voci sono vere. La regina desidera che io lasci l’Abissinia”

“Come lo sai”

“Ne parlano tutti. I miei contadini mi hanno persino chiesto armi per difendermi. Sono venute delegazioni di soldati per mettersi ai miei ordini. Non vogliono che me ne vada. Ho rimandato tutti ai loro reggimenti. Ho lottato per lei e per questa terra. Non lotterò contro Moala.”

“Allora che farai?”

“Semplice, lascerò l’Abissinia. Non voglio essere motivo di discordia. Ricordi quando abbiamo iniziato questa avventura assieme? Il nostro sogno era di riconquistare un regno per una principessa. Lo abbiamo realizzato. Quel sogno è già marcio. Sono nati timori e invidie di palazzo. La bella avventura è ormai un ricordo sbiadito. Peccato, ci ho creduto per un attimo. Avevo già preparato le mie cose. Partirò subito.”

Mangiarono assieme, ricordando i bei tempi. Ma regnava un’atmosfera di tristezza. Dago salì a cavallo e salutò Hemal. Di nuovo solo, di nuovo a condurre una vita senza scopo eccetto quello della vendetta. Cavalcò tutto il giorno, fra mille ricordi. Al tramonto si fermò. Iniziò a preparare il piccolo accampamento per la notte, ma non ne ebbe il tempo. Un gruppo di uomini gli saltò addosso all’improvviso. L’avevano seguito per tutto il giorno e avevano atteso il momento propizio per sorprenderlo. Una corda alla vita e due grossi uomini a bloccarlo. Dago non capiva. Chi erano? Fu legato saldamente e qualche ora più tardi giunse un uomo a cavallo con la sua scorta. Aluf era venuto a dargli l’ultimo saluto. Dago lo riconobbe.

“Ti conosco, sei Aluf…”

“In persona, Dago. Guardami bene, sarà l’ultima volta per te.”

“Moala? Ti ha mandato per uccidermi?”

“No, è una povera stupida. Non immagina neppure quello che le sta per capitare.”

“Hmmmm, capisco. Hai previsto tutto. Il mio assassinio le sarà attribuito e nella confusione ne approfitterai per prendere il potere.”

“Sei perspicace. Esatto. Proprio per questo farai una fine orribile. Per aumentare l’indignazione popolare.”

L’uomo non aggiunse altro e si allontanò con i suoi soldati. Dago fu sepolto fino al collo. La sua testa fu cosparsa di miele. Quella era zona delle terribili formiche del deserto. Non c’era speranza di salvarsi, pensò Dago. Le formiche, attratte dal miele, lo avrebbero spolpato vivo, una morte lenta e terribile. Non ci volle molto prima di veder apparire la prima ondata di quelle formiche nere assassine. I quattro sgherri di Aluf rimasti a controllare, ridevano dello spettacolo. Lo schernivano addirittura.  Le formiche non persero tempo e ben presto la testa di Dago fu coperta dagli insetti. Piccoli morsi, uno dopo l’altro, il dolore aumentava minuto dopo minuto. Una morte degradante. Il giannizzero nero era arrivato al capolinea. Ormai era l’imbrunire, Dago non ne poteva più, stava per perdere i sensi. Un sibilo nell’oscurità e la testa di una delle  guardie rotolò. Prima che l’altro si accorgesse di qualche cosa, si ritrovò con la pancia squartata dalla scimitarra di Hemal. Gli altri due superstiti non si fecero sorprendere e la schiena di Hemal fu trafitta. Il mozzato reagì e con l’uncino colpì alla gola il suo feritore, uccidendolo. L’ultimo della banda infilzò Hemal al petto. Ma non ne potè approfittare. Il vecchio giannizzero, sebbene ferito, riuscì con l’ultimo slancio a colpirlo in pieno petto . Hemal era stremato e sanguinante. Riprese fiato e rovesciò un secchio d’acqua sulla testa di Dago, che ormai aveva perso i sensi. Con le ultime energie rimaste scavò intorno al corpo di Dago e poi stramazzò a terra. Dago si liberò definitivamente e si chinò sull’amico.

 

“Hemal, perché sei qui, mi hai seguito?”

“Ho pensato molto,” disse a voce bassa e stentata. “Ho deciso……. che se il sogno era completamente distrutto, non valeva la pena rimanerci aggrappato…… Volevo tornare a Costantinopoli con te. Credo, però che te ne andrai da solo.”

Furono le ultime parole di Hemal. Dago aveva perso un altro amico fidato. Lui, che non cercava l’amicizia e contava solo su se stesso, doveva ancora piangere per una perdita. La frontiera abissina era là davanti a lui ora. Non aveva più nulla da fare in quella terra. Ma ora aveva una nuova missione da compiere. Caricò il corpo dell’amico su un cavallo e prese la direzione di Derwaba.  Cavalcò tutta la notte  e a mattina inoltrata raggiunse Derwaba. Si fermò davanti al palazzo di Moala. Molti occhi nella capitale osservarono il suo arrivo. Al suo passaggio un rispettoso silenzio Giunti davanti al palazzo della regina, Dago prese in braccio il corpo ormai senza vita di Hemal ed entrò. C’era una riunione in corso. Aluf e il suo seguito avevano dato il via al loro piano. Dago interruppe proprio il discorso del ministro che stava accusando pubblicamente Moala di tradimento.

 

“Hai perduto, Aluf. Sei un serpente a cui deve essere mozzata la testa.” Dago appoggiò il corpo di Hemal a terra e impugnò la sua scimitarra. Aluf si voltò verso quel demone nero.

“Tu! No aspetta, possiamo ancora……” . Dago non gli fece dire altro. Un colpo secco portato con due mani, la scimitarra tagliò di netto la gola di  Aluf  che crollò a terra. Dago aveva vendicato  l’amico. Il silenzio scese sui presenti. Moala impietrita. Ora aveva capito il suo terribile errore.

La voce profonda e minacciosa di Dago ruppe il silenzio.

“Il criminale è stato punito. Ci sono altri colpevoli. Ma non mi interessa. Nulla ormai m’interessa più. Vi lascio al vostro odio, alle vostre stupide ragioni di stato. Alla vostra ambizione che tanto acceca gli uomini. Non valeva la pena di combattere per voi. Soffrire tanto per tornare al punto di partenza.” Moala, piangente per la perdita di Hemal,  cercò di dire qualche cosa.

“Aspetta…..ho commesso un errore, ma…..”

Dago non l’ascoltò. Il rumore dei suoi stivali risuonò mentre attraversava i grandi corridoi. Ecco il portone segnato dal sole gli indicava la via d’uscita da quello schifo. Risalì a cavallo, senza guardarsi intorno. Il solito volto inespressivo e terribile. Solo all’ultimo si voltò e li vide. La folla lo osservava. Silenziosi, sofferenti, disperati. Migliaia di occhi accompagnarono la sua partenza. Per loro Dago era la speranza che li abbandonava. Il cuore di ghiaccio del rinnegato, per un attimo, tremò. Dago gli fece un cenno di saluto, amaro. Poi girò la schiena e toccò leggermente il cavallo con gli speroni. Un mormorio di dolore si levò dalla folla. Il giannizzero nero li aveva lasciati. L’Abissinia per un attimo era tornata a sperare. Purtroppo ora piangeva per un uomo che l’aveva amata più della sua vita e che ancora una volta doveva riporre il suo amore.

 

Leonardo aveva fatto ritorno a Venezia. Il suo incontro con Dago l’aveva quasi ammazzato. Aveva perso entrambe le mani. Nel palazzo che era stato una volta dei Dandolo, c’era un odore acre, pesante di medicine. Il doge Grimani era andata a trovarlo. Ad  attendere il primo cittadino di Venezia, la bella Ortensia Caravelli. La donna non aveva più il sorriso di un tempo, quando trascorreva le sue serate con Marco. Ora era sempre ombrosa,  tesa, segnata dalla sventura, lo sguardo spesso apatico e assente, interrogativo talvolta. Quegli occhi verde smeraldo non luccicavano più. Erano ora infossati. La ragazza più bella di Venezia aveva perso il suo splendore. Un bel fiore che non attira più gli insetti per una qualche misteriosa ragione. Leonardo riposava, ma il suo riposo non era dei più sereni. Il suo vecchio complice, l’uomo con la benda che aveva architettato il piano contro i Dandolo, era davanti a lui. I due uomini avevano stretto nel passato un patto di sangue. L’uno dipendeva dall’altro. Leonardo, ancora dolorante sia nel corpo che nell’anima, si rivolse ironicamente al doge.

“Ah, mio buon doge….che piacere che abbiate trovato un po’ del vostro prezioso tempo per venire  a trovare questo umile servitore.”

“Sono venuto non appena ho potuto. Venezia è una repubblica potente e richiede grande impegno”

“Si, certo. Siete venuto quando non avevate nulla di meglio da fare. Che succede, mio buon doge. Non avete più bisogno del mutilato Leonardo Caravelli?

Il nobile mostrò con rabbia i due avambracci, ormai privi delle mani. Due moncherini. Era un mezzo uomo ormai. Aveva bisogno del servo anche per grattarsi. Dago non aveva completato la sua vendetta, ma il castigo per Leonardo era duro. Forse sarebbe stato meglio morire per uno come lui. Ma si sa, la coscienza ci rende codardi. Meglio sopravvivere, pensava Leonardo. Il Doge osservò quel triste e macabro spettacolo e rispose con tono deciso.

“Tu mi hai servito per cupidigia, caro il mio Leonardo, non certo per lealtà. Sei stato ben ricompensato, mi pare. Non incolpare me delle tue sventure. In Abissinia hai corso un rischio e hai perso.”

“Che faremo con Marco?” Il Doge sospirò e ripetè quel nome maledetto.

“Marco Dandolo…..è incredibile. Dopo tanti anni ancora vivo. Non solo. E’ diventato un grande guerriero agli ordini del sultano Solimano e addirittura il braccio destro del magnifico Gran Visir Ibrahim Pascià”

“Non dimenticare che ha ucciso Kalandrakis e Ahmed Bey. La sue vendetta non è finita. Noi due saremo i suoi prossimi bersagli.”

“Ti preoccupi troppo…”

“Credi? Non l’hai affrontato direttamente e solo io ho potuto vedere quel volto demoniaco. Non è più umano. La sua rabbia l’ha trasformato e non avrà pace fino a quando non ci avrà trovato e uccisi. E tu devi fare qualche cosa. Devi eliminarlo.”

“Devo? Tu ordini a me, il doge?”

“Si, io so troppo sul tuo passato, Grimani. Se non fai uccidere Marco, sono pronto a rendere pubblici i tuoi crimini e tradimenti contro la famiglia Dandolo e il vecchio doge. Lo giuro!”

“Parli per paura…sei sconvolto.”

“Si, ho terrore, ma ancora ragiono. Marco Dandolo, prima o poi, arriverà a noi.”

Il Doge sapeva che Leonardo aveva ragione e poi non poteva rischiare una confessione che l’avrebbe certamente condotto al patibolo.”

“Va bene, va bene. Calmati. Comincerò a inviare delle spie per sapere meglio dove sta e che cosa fa. Quale nome ha adottato fra i musulmani?”

 

Leonardo quasi non riusciva a pronunciare quel nome, quel suo incubo che ormai non lo lasciava più. Anche il suono di quella parola lo spaventava.

 

“Dago……Si chiama Dago.”

 

Il Doge salutò Leonardo e uscì da quella camera da letto, sgradevole al naso a causo delle medicine. Su quel letto giaceva un uomo ferito nell’anima e nell’orgoglio, con una fissazione che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita. Grimani era consapevole della minaccia costituita da Dago. Per di più, c’erano dei grossi problemi a raggiungerlo ed eliminarlo, vista ormai la sua posizione occupata alla corte del Sultano. Il doge era comunque abile nel complottare e sapeva chi contattare per iniziare la sua guerra personale contro il rinnegato. Roxolana era la chiave. Si, la preferita del sultano poteva aiutarlo ad eliminare il giannizzero nero.

 

 

 

 

Fine prima parte

 

Dago non amava risiedere a Costantinopoli. Non gli piaceva stare vicino agli uomini potenti e agli intrighi di corte anche se ormai era il braccio destro del Gran Visir Ibrahim. Il giannizzero era comunque un uomo ricco. Aveva una residenza degna di un principe. Schiavi al suo servizio che lo osservavano nei suoi gesti quotidiani. Ogni mattina Dago seguiva lo stesso rito. Si lavava nell’acqua gelida, non amava le comodità. Poi prendeva la scimitarra e si allenava duramente percuotendo un tronco. I pasti erano molto frugali. Il suo cuoco aveva rinunciato da tempo a tentare di eccitare i suoi appetiti. Pane nero, verdure bollite e acqua erano gli unici cibi che voleva. Il giannizzero nero viveva come un fantasma. Non parlava con  nessuno e nessuno gli rivolgeva la parola. Un uomo solo, con un solo obiettivo nella vita. Che avrebbe raggiunto prima di morire.

 

Written by dago64

July 7, 2011 at 2:39 pm

Posted in Il Rinnegato

Il rinnegato VIII – Antonia

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Il sacco di Roma – Antonia

La situazione di Dago era inverosimile. Arruolato fra i suoi nemici e diretto in Italia a unirsi alle truppe imperiali comandate dal conestabile di Borbone, il traditore di Francia che Dago aveva conosciuto prima della battaglia di Pavia. L’Italia era un campo di battaglia. Un caos. Tutti combattevano contro tutti. Le alleanze cambiavano in continuazione. Ma c’era una novità. Gli eserciti imperiali, costituiti per gran parte da mercenari, non ricevevano la paga da tempo e, ormai senza precise direttive, si dirigevano a Roma, che potevano saccheggiare facilmente e ripagare così tutti i loro sacrifici. L’esercito imperiale era composto da soldati spagnoli e in maggioranza da mercenari tedeschi luterani fuori controllo. Il Conestabile, al comando, cercava di trattenerli, ma si rivelava impresa ardua. Si avvicinava un terribile massacro che tutte le città d’Italia avrebbero conosciuto. Carlo V, l’imperatore più cattolico del mondo, stava segnando il destino di Roma. Spagnoli e tedeschi. Non ricevevano paga da quasi un anno, in pratica dalla battaglia di Pavia. Avevano vinto, ma non c’era stato molto bottino. Erano vestiti di stracci e non avevano molto da mangiare. Solo gli ultimi rinforzi da Madrid stavano meglio, ma non avevano molte provviste e avrebbero dovuto arrangiarsi depredando le città italiane. Un tale esercito poteva mantenersi solo con il saccheggio. Non c’erano linee di rifornimento o una catena logistica. L’Italia era un grosso pezzo di carne da spolpare. Indifeso di fronte alla potenza di  quell’esercito.

 

Dago sta per entrare in italia al seguito dell’esercito spagnolo. Di nuovo lo stivale italiano sarà il campo di battaglia degli eserciti europei. Il Papa aveva firmato diversi trattati di pace con le città italiane, ma non sarebbe bastato per fermare l’orda tedesco-spagnola che si sarebbe riversata in Italia. L’esercito francese, dopo la batosta di Pavia, si stava riorganizzando. Le diverse compagnie di ventura italiane non potevano fronteggiare un esercito numeroso come quello di Carlo V. C’era un’amara ironia. Un imperatore cattolico avrebbe dovuto garantire il papa e i suoi alleati. Ma metà dell’esercito di Carlo V era composto di tedeschi e svizzeri protestanti che avevano come unico desiderio di bruciare san pietro. Roma doveva stare in guardia. A comandare l’esercito di Carlo V in Italia il traditore per eccellenze, il Conestabile di Borbone (inserire la sua storia nel precedente capitolo). Quella sera nell’accampamento il Conestabile tornò da una missione  e casualmente vide Dago. Non poteva credere ai suoi occhi.

“Dago, sei proprio tu?”

“Sono io, conestabile, le nostre strade s’incrociano di nuovo.”

“hmmm ti aspetto stasera nella mia tenda. Ho del buon vino.”

Uno strano soldato Dago. Amico dei grandi, misterioso per tutti. Un rinnegato che si trovava spesso nel posto sbagliato. Il Conestabile lo attendeva nella sua grande tenda, degna di un re da come era allestita. Un servo alimentava le braci per scaldare l’ambiente. Due coppe sul tavolo piene di vino. Una coperta rossa copriva le gambe stanche del Conestabile, provato dalle ultime vicende che lo avevano bollato come il grande traditore di Francia.

“Non ti domando cosa fai nell’esercito spagnolo, Dago. Ti conosco, non ami parlare del tuo passato e a me non piace domandare.”

2sembri stanco, Conestabile.”

“Lo sono. Questa guerra ci è sfuggita di mano. Non possiamo pagare i soldati. Dunque non li possiamo dirigere. Sono un’orda che si tiene assieme solo per il prossimo bottino.”

“Il prossimo bottino? Cosa vorrebbero fare?”

“Marciare verso Roma!”

I due si guardarono. Sapevano di quello che erano capaci quei soldati allo sbando, ma ancora tanto temibili. I lanzichenecchi tedeschi erano i più motivati, spinti anche dalle loro idee religiose protestanti. Nessuno avrebbe potuto fermarli. C’erano delle truppe papali ad attenderli, ma senza l’aiuto delle città italiane, avrebbero soltanto ritardato l’avanzata degli imperiali. Dago avrebbe potuto facilmente tirarsi fuori dal pasticcio, ma una forza misteriosa lo spingeva a continuare. Strano a dirsi, ma per sentirsi vivo, ne aveva bisogno. Fra l’esercito di Carlo V ormai quasi allo sbando e Roma solo un condottiero si frapponeva: Giovanni dalle bande nere. Inserire qui una breve biografia e verificare quando dago l’ha incontrato.

Intanto la marcia proseguiva. Roma era sempre più vicina. I soldati del Conestabile avanzavano in disordine. Non sembravano più un esercito. Solamente una massa di uomini senza disciplina se non quella della ricerca del bottino. In fin dei conti erano mercenari. Non ubbidivano più nemmeno al Conestabile, ormai un generale ascoltato  a malapena. Ogni villaggio sul cammino dei lanzichenecchi era messo alle fiamme e depredato. Le donne stuprate. I frati impiccati o bruciati vivi. Le chiese, simbolo dell’odiato papa, distrutte e saccheggiate. Dago osservava e non sopportava quei soprusi, ma era impotente. Si massacrava nel nome di Lutero. Il rinnegato non aveva mai creduto nei fervori religiosi, sia cristiani che musulmani. Non capiva come un uomo potesse abbassarsi a tanta crudeltà gratuita. Certo, lui non era un santo, ma uccideva solamente per difendersi o per combattere un’ingiustizia, non in nome di una religione, ma perché sentiva che quella cosa era la più giusta da fare. Stranamente aveva un codice etico da seguire che lo rendeva diverso da quegli assassini. Una sera, nell’accampamento principale spagnolo, Dago venne convocato dal Conestabile. Dago, entrando nella tenda, vide un uomo che sembrava il pallido ricordo di quello splendido cavaliere che aveva conosciuto.

“Sembri un ammalato, signore.”

“Hai ragione. Non ho più un esercito. I soldati hanno eletto dei loro rappresentanti. Non ho più potere. Tra poche settimane saremo davanti Bologna. Farà la stessa fine delle città che abbiamo distrutto finora. Non voglio questo. Bisogna fare qualche cosa. Forse con un riscatto potremo evitare che Bologna venga rasa al suolo. Devi andare in città e spiegare la situazione come mio inviato.

“C’è Giovanni delle Bande nere fra noi e Bologna, dovrò attraversare le sue linee per riportare un eventuale riscatto.”

“Sei suo amico, parlagli e vediamo cosa decide.”

 

 

Giovanni de Medici o delle Bande nere comandava l’esercito che si era formato dopo l’accordo di Cognac del maggio 1526 fra Francesco I, Venezia, Firenze, il Papato e Francesco II Sforza. Sotto le sue insegne c’erano l’intera fanteria e un migliaio di cavalleggeri.

Dago, prima di entrare a Bologna, doveva contattare Giovanni e il suo piccolo esercito che certamente non poteva difendere a lungo Bologna. Non fu difficile per il rinnegato rintracciare il grande capitano. Giovanni non esitò. Amava Bologna e avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvarla. Diede un salvacondotto e una scorta a Dago. Giovanni. Uno dei più grandi condottieri del suo tempo. Dago lo apprezzava per il suo coraggio. Era un combattente sempre in testa ai suoi uomini. Un abile spadaccino, incosciente ma ammirevole.

Il rinnegato e la sua scorta raggiunsero Bologna. Inserire breve descrizione della città e il signore che la governava all’epoca. Fu ricevuto al palazzo comunale da……….. Il consiglio cittadino non era molto propenso a concedere il riscatto all’orda imperiale. Avevano una buona milizia e tutto sommato, le mura di Bologna garantivano la difesa. Dago ascoltò in silenzio e poi con tono fermo e deciso espose la situazione.

“Signori, non sarei venuto qui, se non ci fosse alcun pericolo. L’esercito imperiale si compone di 30000 veterani laceri, affamati e rabbiosi. Per la metà lanzichenecchi luterani di Baviera, Sassonia e Franconia. Non ci sarà rispetto per nessuna città cattolica. Non avete abbastanza acciaio per affrontarli, solo l’oro potrebbe garantirvi la salvezza. Il consiglio cittadino chiese un giorno e diede appuntamento a Dago l’indomani.

Il mattino seguente due carri pieni d’oro attendevano Dago e la sua scorta. Il consiglio aveva deciso di accettare. Bologna sarebbe sopravvissuta. Il rinnegato sorrise e saltò a cavallo al comando della colonna. Durante il ritorno, Dago passò di nuovo per l’accampamento militare dell’amico Giovanni. C’erano molti soldati malconci e alcuni feriti gravi erano cadaveri. C’era stata una battaglia presso una località vicina a Governolo contro i Lanzichenecchi. Giovanni aveva sbaragliato i tedeschi anche se in inferiorità numerica. Il prezzo in vite umane era però stato alto. Lui stesso era stato ferito gravemente con un colpo di falconetto alla gamba. L’arto maciullato doveva essere amputato per impedire la cancrena. Dago entrò nella tenda dell’amico per sincerarsi delle sue condizioni. Il cerusico aveva già messo mano alla sega. Giovanni soffriva terribilmente. Salutò Dago che ricambiò poggiandogli una mano sulla spalla. Il capitano sorrise alla notizia che Bologna era salva. Ma il sorriso non durò che un istante. Doveva affrontare il dolore dell’amputazione, che poteva essere mortale. Dago non si trattenne oltre e uscì dalla tenda. Vegliò tutta la notte, in attesa. Poco prima dell’albeggiare, il cerusico, stanco e afflitto, uscì dalla tenda.  Dago attendeva.

“E’ morto, impossibile salvarlo.”

Giovanni aveva 28 anni. Roma aveva perso il suo condottiero più di prestigio. Dago si coprì il volto con la mano, turbato. Certo, lui era morto dentro e non gli importava nulla della sua vita. Ma la perdita di un amico così leale e coraggioso era difficile da sopportare. Non attese oltre. Non voleva vedere il corpo deturpato e ormai privo di vita di Giovanni. Voleva ricordarlo a cavallo con il suo sorriso e alla carica contro il nemico. La piccola colonna con i cigolanti carri dell’oro si rimise in marcia. Intanto dietro di loro, si dava fuoco ai cadaveri. (vedi lo scontro in cuì Giovanni fu ferito e cosa succedeva ai periti in battaglia).

Intanto a Roma saliva la preoccupazione. Il Papa Clemente VII si chiedeva dove fossero i suoi alleati. Non riusciva a capacitarsi della minaccia proveniente proprio dal cattolico Carlo V. Francesco I era stato appena liberato e stava tornando in Francia. Gli alleati delle città non osavano schierarsi apertamente con Roma. Si erano rinchiusi all’interno delle loro mura. Su Firenze non si poteva fare affidamento. Lo stesso di Siena.  I colonna, famiglia da sempre disposta ad appoggiare il santo padre (vedi breve biografia), ma che non voleva un Medici sul sacro trono, si era messa dalla parte di Carlo V. Il genovese Andrea Doria venne chiamato a dirigere le operazioni di difesa in caso di attacco a Roma. Roma stava per subire un saccheggio terribile.

Dago con i suoi commilitoni spagnoli seguivano l’orda impazzita. Il fervore religioso li spingeva ancora di più. C’erano molti leader fanatici come Enfeldt, che girava per l’accampamento con una bibbia in mano. La voce di dio, la definiva, voleva lavare con il sangue la corruzione che imperava a Roma. Più volte Enfeldt e Dago si erano scambiati sguardi di odio. Dago era un rinnegato, un senza dio agli occhi di Enfeldt. Il fanatico era addirittura più ascoltato del Conestabile, e spingeva i soldati a bruciare, stuprare e distruggere qualsiasi segno della chiesa cattolica in Italia. A capo dei lanzichenecchi tedeschi c’era il generale Frundsberg, ma come il suo comandante in capo, non riusciva più a controllare i suoi uomini. Volevano salvare Roma, ma i Lanzichenecchi si sarebbero fermati solo per l’oro. Forse un riscatto colossale poteva salvare Roma. Ancora una volta il Conestabile inviò il fidato Dago a mediare con Clemente VII.

Roma disponeva di poca gente in arme. Il Papa aveva rimosso molti soldati credendo di essere al sicuro e voleva risparmiare denaro. Sugli spalti quella mattina venne avvistato Dago con quattro compagni spagnoli. Chiese udienza all’ufficiale di guardia. Dapprima molti non gli diedero importanza, e non era possibile concedere un’udienza in così breve tempo. Ma Dago usò argomenti convicenti e descrisse la minaccia che stava per arrivare. Qualche ora e fu ricevuto dal Papa nella sala delle udienze. Ad ascoltare tutti i porporati romani. Il rinnegato parlò sinceramente, dovevano fra presto se volevano salvare Roma. Dovevano raccogliere tutto l’oro disponibile e consegnarlo. Il Papa chiese tempo. Dago gli concesse un giorno, non di più. Uscì da quella sala del Vaticano dall’atmosfera così silente e pesante. Su Roma gravava una condanna a morte imminente. Dago cercò un posto per mangiare e dormire. Roma non sembrava rendersi bene conto del pericolo incombente e c’era molto movimento per le strade. Un incontro inaspettato scosse Dago dai suoi pensieri. In una locanda incontrò Benvenuto Cellini. Artista, soldato e donnaiolo  aveva condiviso con Dago più di un’avventura in precedenza (specificare come e dove). Benvenuto fece un quadro completo della situazione a Roma. Capi corrotti, Chiesa corrotta, il marciume imperava nella città più bella del mondo. Benvenuto era pronto a difenderla, anche se la situazione appariva disperata. Comunque il papa acconsentì al pagamento del riscatto e due carri pieni di scudi d’oro furono affidati a Dago e ai suoi commilitoni spagnoli. Non dovette cavalcare molto per tornare all’accampamento dell’esercito imperiale, sempre più vicino a Roma. Enfeldt lo osservò mentre rientrava e notò soprattutto quei due misteriosi carri. Frundsberg, capo riconosciuto e amato dai suoi lanzichenecchi fu ascoltato e i tedeschi accetarono di fermare la loro furia in cambio dell’oro. I capetti fanatici come Enfeldt non potevano constrastare il comandante, visto che c’era dell’oro facile da prendere anziché combattere per Roma. Ma la soddisfazione del Conestabile e di dago durarono lo spazio di una giornata. Misteriosamente Frundsberg venne avvelenato. Enfeldt non ci mise molto a sobillare i soldati e fargli capire che quella era la volontà di Dio. A Roma, solo a Roma dovevano dirigersi. Era fatta, il Conestabile era fuori dal comando. Tipi come Enfeldt guidavano i Lanzichenecchi. Il Conestabile ordinò a Dago di avvertire Roma e prepararsi all’impari combattimento. Mentre l’esercito imperiale si rimise in cammino con un ruggito mostruoso, il rinnegato già era lontano. Una missione disperata la sua, lo sapeva. Ma ci voleva provare.

Era fine febbraio del 1527 quando Dago raggiunse di nuovo Roma. Corse dal papa Clemente per avvertirlo che tutto era perduto. L’unica speranza era combattere, anche se mancavano i mercenari che il papa aveva licenziato troppo frettolosamente. I forzieri del Vaticano erano ormai vuoti.

 

“Forse io ho la soluzione.” Disse una voce di donna

 

Dago si voltò e vide seduta all’angolo della stanza, una dama molto distinta e sicura di se. Capelli neri raccolti, vestito tipicamente spagnolo con ricami sulle spalle.

 

“Ah, adesso sai operare anche miracoli, Antonia?”

“No, ma conosco dei mercanti ricchissimi che sognano la porpora e pagherebbero per averla.”

“Potrebbe essere una soluazione. Di quale cifra stiamo parlando?”

“Diciamo duecentomila ducati?”

“Sei sicura? E’ una fortuna!”

“Tu dimmi si,”disse la donna al papa osteggiando molta sicurezza “e al resto penso io.”

“Certo che ti dico si. Sei cardinali in più non fanno differenza.”

“Ti servirà anche un uomo abile per reclutare quegli uomini. I tuoi generali sono troppo vecchi e non sanno combattere.”

Il papa e la donna guardarono Dago.

“Dago ci aiuterai?”

“Questa non è la mia guerra. Non voglio schierarmi. Ho buoni amici da entrambe le parti.”

“E’ Roma, Dago,” disse Clemente con tono greve “Se Roma sarà distrutta, l’Europa non sarà più la stessa.”

Dago era perplesso. Non voleva far parte di quel progetto, ma già come gli era capitato in precedenza, c’era qualche cosa che lo spingeva. Il nome Roma era sacro e, anche se non credeva più in niente, quel nome lo spingeva a fare qualche cosa, a rischiare per una causa che non fosse la sua.

“Va bene, lo farò. Ma chi è la dama che mi ha coinvolto in questa catastrofe?”

“Questa è la duchessa Antonia de  Medina, una delle dame più ricche d’Europa e anche una delle più colte. Insolente e testarda, ma consigliera di tutto rispetto.”

“Una dama spagnola?”

“Solo per matrimonio, prima ero una Medici, come il papa mio zio!”

“E vostro marito approva l’aiuto che date allo zio?”

“Il mio amato marito manca del potere di approvare i miei atti. E’ morto! Basta parlare di me. Vi aspetto domani nel mio palazzo per organizzare la raccolta del denaro e il reclutamento.”

 

Dago prese commiato dal papa e si diresse alla locanda dove aveva visto per l’ultima volta Benvenuto Cellini. Aveva bisogno di un farabutto per salvare Roma e l’artista soldato poteva aiutarlo in molti modi. Benvenuto come al solito si stava battendo per soldi o per l’onore di qualche donna. Dago lo richiamò all’ordine e gli spiegò l’intera faccenda. Benvenuto non oppose resistenza, ma avvertì Dago di quanto pericolosa fosse Antonia. Benvenuto conosceva bene la sua storia. Una gran bellezza, sposata quasi bambina a un nobile decrepito. Con un carattere da Baldracca del porto. Una collezionista di uomini di tutti i tipi. Li usava per una notte e li buttava via. Anche lui aveva fatto parte di quella schiera. Dago lo osservò e fece un sorriso malizioso. Era stato colpito da quella donna così sicura di se, così ammaliatrice, e ne era molto incuriosito. Non gli interessava il suo passato. Aveva visto qualche cosa in lei che non vedeva da tempo.

Il giorno dopo Dago tornò in Vaticano. Ad attenderlo la misteriosa Antonia. I due non si piacevano molto. Antonia diffidava di tutto e tutti. Dago era incuriosito. I due percorsero i grandi saloni del vaticano e arrivarono a un lungo corridoio con grandi ritratti di papi appesi alle mura. Il pavimento era di marmo bianco e ai lati i forzieri pieni d’oro aperti che illuminavano di un chiarore giallognolo l’intero locale. Eccoli, i duecentomila ducati erano pronti, come aveva promesso il papa. Antonia si rivolse a Dago con tono deciso e severo.

“Eccoli qua, duecentomila ducati….e tu che risultati hai?”

“Duemila guardie svizzere, duemila veterani delle bande nere di Giovanni de medici e più di tremila volontari della milizia cittadina.”

“Saranno sufficienti?”

“Scherzi? Dovremo affrontare trentamila dei migliori soldati del mondo, assetati di saccheggio. Non ci sarà battaglia, solo resistenza, ma di breve durata.” I due s’incamminarono verso le stanze della nobildonna e si fermarono di fronte alla sua camera da letto, Antonia non capiva le intenzioni di Dago. Quell’uomo era misterioso e imperscrutabile.

 

“Ma allora perché un uomo come te ha accettato un’impresa disperata? Forse per entrare nel mio letto? Guarda lo desideri?” Antonia si denudò davanti a Dago. Dei seni perfetti si presentavano al suo sguardo. Il rinnegato osservò, inespressivo e rispose.”

“No. Non ho mai pagato una donna e non pagherò quando mi chiedono la salvezza di Roma….ci sono puttane che cercano di sopravvivere e puttane che vogliono umiliare. Ma per umiliare un uomo, dovrebbero tenere le cosce strette. Lo sguardo di Antonia passò da quello di una donna pronta a concedersi a una maschera d’odio profondo.

“Fuori di qui o ti faccio uccidere!”

Dago fece un inchino irriverente.

“Duchessa, sono il tuo umile servitore.”

 

Antonia sbattè violentemente la porta in faccia a Dago. Se poteva, l’avrebbe fatto uccidere. Dago si voltò per andarsene, ma un suono proveniente da quella porta chiusa lo bloccò. Avvicinò l’orecchio e ascoltò per un attimo. Sentì un pianto disperato.

Il giorno seguente Dago e Benvenuto iniziarono a girare per le strade di Roma e a verificare cosa fosse possibile fare per fermare l’orda imperiale. I due ragionarono sulla necessità di usare armi che potessero far desistere gli assedianti. Avevano bisogno di pietre, olio bollente, barili di polvere con micce e asce. Dago sapeva cosa fare. Ormai era diventato un esperto militare e ancora si ricordava dei sui insegnamenti quando era Marco Dandolo, il veneziano. Benvenuto lo ascoltava attentamente.

“Vedo una nuova luce nei tuoi occhi, mio caro amico. Ti stai innamorando di Roma?”

“Non lo so, Benvenuto, ma sento di voler fare qualche cosa per salvare questa splendida città.”

“Hmmm, si il tuo nuovo amore si chiama Roma, ma dimmi, come è andata con Antonia?”

“Una baldracca, una semplice baldracca nobile e piena di soldi.”

“Sei ingiusto, Dago, non è proprio come pensi.”

“Come, ora la difendi perché ci hai passato una notte?”

“Ho dormito con lei, ma non ho visto il suo corpo. Non lo mostra a nessuno, ma con le mie mani d artista, l’ho toccata e il suo corpo mi ha raccontato una storia terribile.”

“Spiegati meglio.”

“Scoprilo da solo, io ti dico che sei stato ingiusto.”

I giorni passavano, la preparazione alla battaglia procedeva sempre più febbrile. Dago non lasciava nulla al caso. Non voleva perdere quella battaglia. Riuscì nell’impresa di assoldare altri mercenari, in particolare un gruppo guidato da un misterioso individuo chiamato Mezzafaccia per la sua copertura di metallo che indossava sulla faccia fino all’altezza del naso. I mercenari non dicevamo mai no di fronte all’oro, anche se quel capo possedeva ancora un codice d’onore. Erano accampati non lontani da Roma. Dago li raggiunse in poche ore. Mezzafaccia veniva dalla Navarra ed era stato a capo delle guardie del duca di Medina. Dago s’incuriosì a sentire di nuovo quel nome. Medina, Antonia de Medici era ora una Medina. I nuovi alleati di Dago smontarono il campo velocemente e si misero in cammino verso Roma. Dago e Mezzafaccia cavalcavano alla testa del drappello di mercenari.

“Allora hai conosciuto Antonia?” Chiese Dago

“Si, la giovane Antonia quando è giunta da Roma per le nozze.”

“Adesso ha una brutta reputazione.”

“Attento a come parli, Dago. Non permetterò a nessuno di parlar male di quella donna. Non sai quale calvario ha dovuto sopportare.”

“Raccontami!”

“No, solo lei può raccontarlo.”

Dago non capiva. Benvenuto e Mezzafaccia difendevano Antonia, malgrado la sua pessima reputazione di donna mangiauomini e senza sentimenti. C’era un mistero intorno a lei e voleva conoscerlo. La sua curiosità era forte. Doveva sapere. Non perse tempo. Si diresse al Vaticano e grazie alla sua carica di difensore di Roma e del Papa, potè raggiungere indisturbato le stanze di Antonia. Aprì con veemenza la porta, senza attendere oltre.

Antonia era vicina al suo letto e rimase colpita da quell’intrusione.

“Come osi! Cosa fai qui!”

“Sono venuto a sentire la tua storia. Chi sei? Cosa sei? Chi sei stata? Parla, non sopporto i misteri troppo a lungo.”

“Non hai il diritto……” Antonia non finì nemmeno la frase che Dago la minacciò con un pugno e gridò.

“Parla!”

Antonia chinò il capo, e improvvisamente abbassò le sue difese. E narrò cosa le fosse successo. Era una bambina quando fu costretta a sposarsi con il duca di medina. Un matrimonio d’interesse come tanti in quel periodo. I medici avevano ottenuto proprietà e accordi politici preziosi da quell’unione. Il duca di Medina era noto, però, per la sua fama di essere violento e depravato. Le sue due mogli erano morte in circostanze misteriose. Viveva attorniato da una decina di sgherri pazzi e violenti quanto lui. Antonia era una bambina, un agnello sacrificale gettato in un covo di lupi. Il marito la trattava male, la possedeva con violenza e quando si era stancato, la cedeva ai suoi amici. Un incubo per una giovane donna. Era diventata un semplice oggetto del desiderio a disposizione di un gruppo di mostri. Non poteva fare nulla e aspettava ogni notte, chiusa nella sua stanza, l’aguzzino di turno, pronto a possederla. L’agonia durò mesi e mesi e Antonia subì anche le torture e le violenze più inaudite. Mentre narrava, si abbassò l’abito e mostrò la sua schiena a Dago. Un corpo pieno di cicatrici mostruose era davanti ai suoi occhi. Dago aveva visto cose del genere quando era schiavo e cominciò a capire la sofferenza di quella povera donna. Antonia aveva cercato di ammazzarsi, ma il marito l’aveva impedito e la consegnò ai vagabondi e mendicanti che vivevano attorno il suo castello. Le violenze continuarono, senza sosta. Ogni sera era un vero inferno. Non ricordava quanto tempo trascorse, ma una mattina il duca fu trovato morto. Fu una liberazione. Antonia era l’unica erede e improvvisamente, malgrado avesse raggiunto i più bassi gradi della degradazione umana, era la nuova duchessa di Medina. Il titolo nobiliare trasformò la sua vita. La sua vendetta fu tremenda. I soldati, fedeli ai Medina, imprigionarono e decapitarono tutti coloro che avevano disposto di lei. Non ci fu pietà per nessuno. Ma tanta vendetta non servì a farle recuperare l’anima. Non era più la bambina dei Medici, ma una belva in gabbia, in quel castello ormai buio e freddo in Spagna. Certo, era una donna ricchissima ora, fra le più importanti di Spagna, ma non sapeva che farsene. Il suo spirito spezzato, era completamente apatica e cercava solo la vendetta. Dago l’ascoltava in silenzio. Tanto orrore, tanta sofferenza aveva conosciuto Antonia. In un certo modo era simile alla sua. Anche lui segnato nel profondo dell’anima. Senza più amore, senza sentimento. Solo un odio viscerale che lo accompagnava da tempo. Si sentì molto vicino a quella donna vittima di un destino così atroce. Dago le posò una mano sulla spalla, lievemente, quasi ad accarezzare quel corpo che aveva conosciuto così tanta infamia. Antonia piangeva, le sue lacrime erano amare.

“Perché l’hanno fatto, Perché? Ero solo una bambina. Perché?” La donna si strinse a Dago, quasi a cercare protezione e conforto. Il rinnegato per un attimo provò un colpo al cuore. Il dolore di quella donna era anche il suo. Due cuori di pietra, resi senza sentimento dalle nefandezze umane, battevano all’unisono. Dago mormorò solo una parola.

 

“Perdonami”.

 

Quella notte fu in qualche modo magica. Antonia e Dago si erano trovati. Il dolore indicibile di Antonia aveva fatto breccia nel cuor del rinnegato. Fecero l’amore, un amore pieno di passione, dolore e talmente intenso che i due non avevano mai provato prima. L’alba arrivò a spezzare l’incantesimo, Dago doveva andare a ispezionare le mura, ma i due corpi nudi su quel letto erano ancora avvinghiati e Antonia non smetteva di pronunciare il suo nome.

“Abbracciami, abbracciami ancora una volta. Ora sei mio. Voglio viverti fino in fondo. Sei qui con me e questo mi basta. Sai, mi sento felice. Stento a crederci. Tu mi hai reso una donna diversa. Dago, oh Dago……”. Il rinnegato l’ascoltava, rapito. Era tempo che non si sentiva così preso da una donna, forse non lo era mai stato. Fissava quella splendida donna e dopo tanto tempo si sentiva in qualche modo sereno. Ma i lanzichenecchi incombevano. La mattina dopo

Dago riprese le operazioni per la difesa di Roma. Ma il tempo a disposizione era poco. Gli imperiali avanzavano velocemente. Bisognava tentare qualche sortita per ritardarli. Con  Benvenuto e Mezzafaccia pianificò una missione quasi suicida per cercare di distruggere le preziose riserve di polvere da sparo al seguito degli imperiali. I loro cannoni sarebbero stati così fuori uso. Nei tre giorni seguenti Dago mise assieme un piccolo gruppo di valorosi. Fra questi ovviamente c’era Benvenuto e Mezzafaccia. Si, cresceva la paura, ma cresceva anche quell’amore per Antonia. I due erano ormai inseparabili. La donna era cambiata. Felice come non mai con quell’uomo. Ma non c’era solo un’anima nuova. Anche il rinnegato nutriva un forte sentimento per  Antonia. Si sentiva legato a lei e cercava di trascorrerci quanto tempo più possibile.  Spesso era di buonumore, fatto inconsueto per il cavaliere nero. Sorrideva alla vita, e per un attimo si era lasciato dietro i rancori e le vendette. Avrebbe voluto fermare il tempo. C’era qualche cosa di magico in quelle notti romane. La missione riuscì in maniera completa. Gli imperiali, ormai un esercito allo sbando, non si aspettavano un tentativo così ardito. Ma il manipoli di eroi guidato da Dago riuscì nell’impresa di far saltare i carri della polvere da sparo e rendere i cannoni inservibili. Roma non avrebbe subito il bombardamento. Certo, la superiorità numerica era schiacciante, ma almeno la forza di fuoco era stata ridotta. Passarono circa una settimana da quella sortita. Un mattino, subito dopo l’alba, una sentinella alla porta del tritone gridò: “Guardate, gli imperiali!”. Erano arrivati, alla fine. Lanzichenecchi e tercios spagnoli. I due eserciti più potenti d’Europa, si apprestavano a conquistare e saccheggiare Roma. Dago osservò dalle mura il grande esercito. Sapeva che, nonostante le difese che avevano potuto preparare, era impossibile fermarli. Subito il pensiero corse ad Antonia. Nessuno sarebbe stato risparmiato. Il fanatismo di quei Lanzichenecchi avrebbe sparso morte e distruzione. Doveva far fuggire Antonia. C’era a Roma un uomo chiamato l’Ebreo, il miglior contrabbandiere di Roma. Lui avrebbe potuto attraversare le linee degli imperiali di nascosto e mettere Antonia sulla prima nave per la Spagna. Si, l’Ebreo era l’uomo che faceva al caso suo.

Gli imperiali non persero tempo. Era il 5 maggio del 1527. L’attacco ebbe inizio. Pochi soldati di ventura, cittadini in armi, il rinnegato e l’orefice a difendere il simbolo della cristianità in Europa. Senza cannoni, ma forti del loro numero, i Lanzi e gli spagnoli assaltarono le mura. Dago e Benvenuto erano a difesa della porta del Tritone. Riuscirono a respingere un primo assalto, ma sapevano benissimo che il secondo sarebbe stato fatale. Anche lungo le altre mura c’era stata della resistenza, ma gli imperiali avevano solo voluto saggiare le scarse difese della città.  L’indomani sarebbe stato il giorno decisivo. Roma era destinata a perire. Era giunto il momento di pensare a far fuggire Antonia. Era rimasto poco tempo. Poche ore. Quella notte, l’ultima, Dago condusse Antonia dall’Ebreo. Il piccolo gruppo si diresse verso le vecchie catacombe cristiane vicino i fori imperiali. Era una via che i contrabbandieri usavano per far entrare le merci a Roma e come via di fuga nel caso di pericolo. Dago e Antonia si scambiarono l’ultimo bacio. Una carezza sfiorò il volto duro  impenetrabile del rinnegato. Ma i suoi occhi erano pieni d’amore.

“Ti aspetterò.” Disse Antonia. Una lacrima le solcò il volto. Sapeva che sarebbe stato pressochè impossibile. Dago lo sapeva e mentre l’amata scendeva le scalette di pietra verso i sotterranei delle catacombe, mormorò solo un mesto commiato

“Addio.”

Antonia sparì nell’oscurità. Dago rimase solo a osservare quelle pietre, improvvisamente si sentì di nuovo solo. Il suo cuore si richiuse. Ora la notte romana era gelida. Una brezza si alzò improvvisamente e il suo mantello nero si sollevò, quasi ad abbracciarlo in una stretta mortale. La sua anima era di nuovo tornata all’inferno. Il giorno seguente , con un alba rosso sangue, gli imperiali, con i Lanzi alla testa, assaltarono Roma. Nulla poterono i difensori. Nella notte parecchi mercenari avevano disertato, visto il pericolo incombente. Le mura erano difesa da pochi combattenti. Dago e Benvenuto si ritirarono con i pochi uomini rimasti e le ultime guardie svizzere, l’ultimo baluardo difensivo del papa. Ma non ci fu nulla da fare. Erano troppi, i maledetti imperiali. Un ultimo atto di coraggio vide gli ultimi svizzeri assaltare l’orda assassina. Sparirono velocemente fra lance e spade. Dago e Benvenuto avevano ancora un’ultima missione da compiere. Salvare il papa Clemente VII. Castel Sant’Angelo poteva essere la soluzione. L’ultima fortezza dentro Roma che poteva difendere sua santità. I due piombarono in Vaticano, presero il papa e con un gruppo di fedeli, si aprirono la strada fino alla fortezza, collegata alla città con un ponte. Difficile da conquistare, dato che era difesa da mura altissime e cannoni potenti. Un massiccio portone di ferro chiudeva l’unica via di accesso. Fu un miracolo, ma riuscirono nell’impresa, grazie all’eroismo di quei pochi che ancora credevano in Roma. Si fecero largo fino a raggiungere il ponte, inseguiti dai Lanzi. Dago scorse dei barili di polvere e decise di farli saltare in aria. Dago accese una miccia, mentre Benvenuto accompagnava fin dentro la fortezza il papa. Un’esplosione scosse l’aria e molti imperiali furono sbalzati per aria. Dago finì in acqua e rimase nascosto. Potè scorgere il portone serrato di Castel Sant’Angelo. Il papa e il suo amico Benvenuto erano salvi. Roma non lo era. Il suo martirio era appena cominciato.  Indicibile quello che accadde. Lanzi e Spagnoli incontrarono qualche resistenza in alcuni palazzi, dove c’erano delle guardi armate. Poca cosa, comunque per opporsi alla loro sete di ricchezza. Le chiese furono tutte saccheggiate. Ogni religioso veniva passato per le armi. Cardinali e vescovi erano torturati e denigrati. Le monache, stuprate e poi uccise. Molti cadaveri giacevano per le vie di Roma. Il Vaticano fu interamente saccheggiato e dato alle fiamme. Ovunque uomini di chiesa impiccati o crocifissi. In nome di Lutero una follia assassina si era scatenata. I soldati portavano fagotti pieni di oggetti d’oro. Ogni donna era assalita e violentata. Nessuna pietà per questi papisti, come venivano chiamati. Dago rimase nascosto per parecchio tempo, testimone di quelle barbarie. Non poteva fare nulla. Era impotente. Un angelo nero che assisteva a tutte quelle atrocità. Si mosse appena possibile, di notte. Doveva abbandonare Roma, ma al momento sembrava impossibile. Nei giorni successivi assistette al terribile saccheggio. Non c’era più un esercito, ma una miriade di assassini, strupratori e ladri che si aggiravano per le strade di Roma. Le cattedrali bruciavano. Roma era ormai un cane morto. Per Dago c’era pericolo ovunque. La morte lo aspettava dietro ogni angolo. Il rinnegato trovò rifugio in un palazzo che aveva già conosciuto il saccheggio dei Lanzi. Entrò con circospezione e nel caos di quella che una volta era una dimora elegante, udì un lamento. Una donna e le sue due figlie erano nascoste dietro un muretto di marmo. Dalla stanza adiacente, improvvisamente delle voci. Il palazzo era ancora occupato dai terribili imperiali. Il gruppetto entrò nel salone dove si trovava Dago, ma non gli prestarono molta attenzione. Cercavano quelle tre donne, che, spaventate com’erano avevano già conosciuto le loro attenzioni. Dago non perse tempo e con la sua daga sgozzò uno dei tre. Un altro soldato fu raggiunto da un altro pugnale al collo e il terzo si trovò decapitato da un preciso fendente della spada di Dago. Le donne erano per il momento salve. Dago cercò una via di fuga. Sapeva che le fognature potevano aiutarlo e cercò febbrilmente un tombino all’interno del palazzo. Riuscì nell’impresa e scese con la donne e le sue giovani figlie nelle fognature sotterranee. Da lì avrebbero potuto raggiungere l’esterno, evitando nuovi pericoli. La signora guardò con riconoscenza quell’uomo nero, spietato, ma che aveva rappresentato un miracolo.

“Non so come ringraziarti, mio marito ti ricompenserà.”

“Signora, se cercassi ricompense, sarei di sopra a saccheggiare.”

“Lo so, non pretendo di pagare ora, ma se un giorno verrai a Venezia, cercaci……”

Quel nome, tanto desiderato e maledetto.

“A Venezia?”

“Si, mio marito è il doge, il Principe Grimani.”

Dago impallidì. Improvvisamente il suo passato tornò più vivo che mai. Che destino beffardo. Aveva salvato la donna del responsabile della distruzione della sua famiglia. Colui che l’aveva condannato a una vita dura e triste.

“Hai mai sentito il nome Dandolo, mia signora? “

“Oh, si. Una famiglia nobile che trafficava con i turchi. Furono tutti barbaramente assassinati una notte. Non si sa chi.”

“Io lo so, signora.”

“Lo sai? Ma chi sei?”

“Sono un uomo che quella notte morì”

Dago non si accorse dell’espressione incredula della donna. Un soldato, non visto, all’interno del palazzo, era fuggito in cerca d’aiuto e aveva condotto molti uomini all’inseguimento del rinnegato. Il trambusto fece sobbalzare Dago.

“Eccoli!”

Dago intimò alle donne di scappare, mentre lui fermava gli imperiali. Non fu difficile. Erano ormai ubriachi, senza disciplina. Uno a uno, caddero sotto i suoi colpi d’arma da fuoco e di spada. I fuggitivi , visto il pericolo, proseguirono il  cammino nelle fognature e poterono raggiungere una sicura via d’uscita. Dago sistemò le donne in una casa apparentemente sicura, lontana dal centro, messo a ferro e fuoco.

“Mio marito ti ricompenserà.”

“Già. tuo marito. Il principe Grimani.”

Mi ricompenserà con la sua morte, pensò, con un ghigno crudele.

Scese la notte. Dago doveva trovare il modo di salvare queste donne. Castel Sant’Angelo al momento sembrava il rifugio più sicuro anche se circondato dall’esercito imperiale. Dago si ricordò di un passaggio segreto di cui gli aveva parlato Benvenuto. C’era uno stretto cunicolo alla base di una delle arcate del ponte che conduceva al castello. Una porte mobile di pietra, apribile solo dall’interno, nascondeva il passaggio segreto. Doveva però trovare il modo di avvertire l’amico. L’idea gli venne osservando una balestra abbandonata. Legò un messaggio alla freccia e lanciò. Fu fortunato. Un soldato di guardia raccolse la freccia e la consegnò a Benvenuto, messo a capo del manipoli che difendeva il castello. Cellini lesse attentamente. Era felice che il suo amico fosse vivo e pronto ad aiutarlo per salvare le donne. Non perse tempo. L’appuntamento era al calar delle tenebre. La piccola imbarcazione si accostò all’arcata del ponte. Dago, la moglie di Grimani e le figlie rimasero nascosti nell’oscurità ad attendere. Non attesero molto. Le pietre si mossero, e un cigolio salutò i fuggiaschi. Benvenuto in persona era venuto a salvarli. Le piccole Grimani entrarono seguite dalla madre che si voltò a salutare per l’ultima volta dago.

“Signore, non so come ringraziarti. Mio marito ti coprirà d’oro.”

“Dì a tuo marito che un giorno ci vedremo.”

“Cavaliere, non mi hai ancora detto il tuo nome.”

“Mi chiamo Dago, signora. A Venezia ero conosciuto come Marco Dandolo.”

La nobildonna impallidì.

“Oh, no. Sei tu quello che…..?” Gli occhi della donna si riempirono di terrore

“Sono la sentenza di morte di tuo marito signora. Ora va. Non c’è tempo.” La donna esitò un istante, poi Benvenuto la tirò dentro il cunicolo.”

“E tu Dago, non vieni?”. Chiese Cellini

“No, ho ancora una missione da compiere qui a Roma.” Salutami il papa.

Il rinnegato tornò ai remi della piccola barca e si diresse verso riva. Quale poteva essere l’ultima missione romana di Dago?

Si chiamava Enfeldt. Questo era il fanatico religioso che aveva condotto il massacro a Roma. L’uomo che aveva ucciso con il veleno il comandante dei Lanzi che non voleva il saccheggio di Roma. L’uomo che aveva diretto in prima persona i massacri di intere famiglie romane. Che aveva decapitato innocenti sacerdoti in nome di Lutero. Ormai molti soldati si erano allontanati da Roma. Le provviste erano finite. L’oro non saziava e lentamente l’esercito impazzito di Carlo V aveva abbandonato la città. Enfeldt e la sua marmaglia erano ancora pericolosi, ma Dago era tornato a essere quel vendicatore spietato, che lavava la pazzia umana con il sangue. Enfeldt andava eliminato. Dago era tutto sommato ancora un soldato del tercio spagnolo e tornò a indossare l’armatura da soldato. Potè così mischiarsi fra le truppe occupanti. Non fu difficile scovare il tedesco luterano. Era ancora al Vaticano, a eliminare e sgozzare papisti. Dago si mischiò alla solita gazzarra generale per non essere riconosciuto. Improvvisamente estrasse le pistole e con due colpì precisi si liberò dei due soldati che accompagnavano Enfeldt. Il luterano non rimase sorpreso. Finalmente aveva di fronte Dago, il rinnegato che aveva tanto ostacolato il suo progetto. Ma Enfeldt era uomo di chiesa, fanatico, non poteva competere con un vero uomo d’armi. Il duello non fu lungo. Enfeldt, pieno di furore, cercò di scagliare il primo fendente, ma non andò a segno. Sbilanciandosi, offrì il petto alla spada di Dago, che lo trapassò da parte a parte.

“Addio Enfeldt, volevi distruggere Roma e ci sei riuscito. Ma Roma ti porta con sé nella sua tomba.”

Non ci volle molto perché l’esercito abbandonasse la città. Non c’era più  niente da saccheggiare. Avevano un bottino enorme, di una delle più grandi città d’Europa. Dago si trovò un rifugio con alcuni vecchi commilitoni spagnoli, non felici di aver partecipato al saccheggio della capitale dei cattolici. Attesero il ritorno a una certa normalità, quando per le strade non ci fu pericolo. Intanto la famiglia Colonna faceva da mediatrice con il Papa, per liberarlo da Sant’Angelo. Presto, malgrado le profonde ferite, Roma sarebbe tornata a vivere, anche se non sarebbe mai stata più la stessa. Aveva subito mille martìri.

Dago abbandonò la città, un rudere  ormai dominato dai topi e dalla peste che sarebbe giunta presto. Ci sarebbero voluti anni per riportarla all’antico splendore. Roma aveva rappresentato tanto per il cavaliere nero, ma era già un ricordo come la dolce Antonia. Il suo cammino di morte proseguiva.

Written by dago64

June 29, 2011 at 10:37 pm

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Il rinnegato VII – Margherita

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Missione in Francia (prima stesura)

La traversata verso le coste francesi non nascose alcun pericolo. Dago e la scorta sbarcarono vicino una spiaggia di Marsiglia durante la notte. L’appuntamento era all’alba del giorno seguente. Il rinnegato non si fidava e decise di sotterrare le ricchezze che trasportava in un luogo nascosto. Solo dopo che si fosse accertato delle intenzioni dei francesi, avrebbe pensato il da farsi. Sepolti i bauli con le monete d’oro, decise di attendere l’inviato di Francesco I. All’alba, come stabilito, un drappello di soldati francesi guidati da un nobile in armatura, si presentarono all’appuntamento. Alle loro spalle, non visti, quasi a sorprenderli, spuntò Dago con i suoi

I due gruppi si studiarono, si guardarono con circospezione. A rompere quell’assordante silenzio, il nobile francese, Conte d’Orleac.

“Tu sei l’inviato….dov’è il tesoro?”

“Io sono l’inviato” rispose Dago coperto con molta freddezza. Il mantello e la sua uniforme da giannizzero completamente nera, gli davano ancora di più un aspetto sinistro.

“L’oro è già stato sbarcato e sepolto in un posto che conosco solo io. Il tuo re lo riceverà mano a mano che gli servirà.”

“Questi non erano i patti, dovevi consegnarlo direttamente a me.”

“Non essere ingenuo,” sorrise ironicamente Dago. “Quell’oro è garanzia di troppe cose per essere affidato a un incapace che si lascia sorprendere così facilmente come è successo poco fa!”

“Come osi parlarmi così? Sono il conte di Dorleac…..” E mise mano alla spada.

Ma non riuscì nemmeno a sguainarla tanto fu veloce un pugno  del rinnegato. Il conte si ritrovò in ginocchio. Dago lo guardava con disprezzo e odio

“Non permetterti più rabbia di quanta ne puoi soddisfare, mio buon conte. Ho una missione da compiere e una vita da proteggere. La mia.”

Dago aveva iniziato la sua avventura in Francia. Una nazione che vedeva nel nord italia possibilità di arricchirsi e conquistare prestigio politico. Nel 1524 erano già più di trent’anni che la Francia conduceva campagne militari soprattutto contro l’Italia. Nel 1492 l’attenzione francese era prevalentemente per il regno di Napoli, ma successivamente il ducato di Milano divenne boccone appetibile, più ricco e di più facile accesso. Il tentativo di conquista fu più volte osteggiato da varie alleanze di stati italiani. L’alleanza nel 1519 di Spagna e Austria, con Carlo V all’offensiva, acuì i problemi della Francia e di Francesco I, salito al trono cinque anni prima. La sconfitta della Bicocca del 1522 favorì l’ascesa al ducato di Milano di Francesco Sforza, alleato di Carlo V. Francesco aveva bisogno di assoldare un nuovo esercito se voleva prevalere. Il ducato di Milano era il più ambito premio in Europa. Nel conflitto fra Francesco I e Carlo V si inserì anche Enrico VIII, che abilmente non si schierava per una delle due parti. Stava alla finestra. Francesco I aveva bisogno di nuovi alleati e Solimano poteva garantirgli, tramite Barbarossa, il supporto necessario soprattutto in denaro, dato che poteva accrescere l’esercito imperiale assoldando un nutrito gruppo di mercenari, soprattutto i temibili svizzeri. Dago aveva una missione importante, molto rischiosa. Sotto la veste di inviato della delegazione turca si presentò a Francesco.

Al conte d’Orleac non restò che condurre Dago  all’accampamento dell’esercito imperiale, in procinto di avviare un’ennesima campagna d’Italia. Francesco I era solo nella sua tenda quando un servo entrò e  interruppe l sue meditazioni.

“Maestà, la delegazione turca è arrivata.”

“Quelli di Barbarossa? Perfetto. Falli alloggiare e poi portami qui i dignitari.”

“C’è un solo dignitario, sire. Con la sua scorta.”

Dago fu invitato ad entrare. Con lui il Conte D’Orleac.

“Mi chiamo Dago.” Entrò senza inchini né riverenze. Freddo e diretto. Non amava questi sovrani pieni di sé e pronti a tutto per soddisfare la loro fama di potere.

“Sei l’inviato di Barbarossa……hmmm….lui mi ha promesso oro per pagare i miei eserciti.”

“Certo, tanto che a lui interessa spezzare il potere di Carlo di Spagna e dei suoi alleati. C’è oro per te…e molto. Ma il Beylerbey ha posto una condizione.”

“Quale”

“Che io mi occupi di amministrarlo. A lui seccherebbe che la maggior parte dell’oro finisse nella mani dei tuoi ufficiali.”

“Questa condizione è insultante!” Esclamò il re con a fianco un indignato Orleac.

“Affari tuoi. Gli insulti sono come acqua sulla pietra. Asciugano in fretta se ottieni la vittoria. Io ho l’oro da amministrare, tu devi vincere. Accetti?”

“Accetto, quando avrò vinto questa guerra, ti farò impiccare.”

“Forse”, sorrise Dago. “ Ma prima devi vincerla, Francesco re di Francia.  E con un inchino appena accennato, Dago uscì dalla tenda imperiale.

All’alba l’esercito di Francesco si mise in marcia. Un lungo drago di ferro e fuoco si muoveva. Dago, secondo gli accordi presi, consegnò la prima parte dell’oro a Francesco e si unì al suo esercito. Il rinnegato non era ben visto. Un cristiano al soldo del turco musulmano non poteva trovare credito presso la nobiltà francese. Per loro era un mercenario, nulla di più. Senza onore né lealtà. Ma Dago non si curava del loro disprezzo. Era si un rinnegato, ma prima di tutto un uomo pronto a combattere per una causa giusta. Un soldato mercenario e proprio per questo era ben visto dai mercenari svizzeri, allo stesso modo costretti a combattere, ma senza padrone, solo perché dettato dalla convenienza del momento. Dago, un uomo alla ricerca della vendetta. Alla ricerca di se stesso. Costretto ad agire, per nutrire la speranza di compiere un giorno la sua vendetta.

L’invasione dell’Italia era stata resa possibile dal rovescio subito dagli imperiali di Carlo V a Marsiglia. La spinta offensiva fu favorita dai mercenari svizzeri, su cui Francesco faceva conto per sopperire all’inferiorità della fanteria francese. Gli svizzeri erano famosi e considerati i migliori soldati d’Europa grazie alla loro ferocia, addestramento e professionalità. Dago, che non amava stare con gli alti ufficiali e i nobili, stava spesso con loro durante la marcia e le soste. Imparò ad apprezzarli e rispettarli. E conquistò la loro fiducia. Ci furono molti piccoli scontri prima che Francesco potesse raggiungere Milano, ma la sua superiorità numerica era pesante e , malgrado le pesanti perdite subite dagli archibugeri spagnoli, riuscì nell’ottobre del 1524 a entrare a Milano. Il duca Sforza fu fatto prigioniero.  Il grosso dell’esercito imperiale si ritirò a Pavia. Il re francese fece riposare il suo esercito fuori Milano, a causa della peste che affliggeva la città. Nel giro di pochi giorni, Francesco era pronto a riprendere la campagna d’Italia e la caccia all’esercito di Carlo V. Convocò il consiglio di guerra a Binasco per pianificare la strategia da adottare per prendere Pavia.

Quale rappresentante del Barbarossa, Dago partecipava alle riunioni e qui conobbe il Duca D’Alençon e sua moglie, Margherita, sorella di Francesco. Una donna altera, ma di una bellezza mozzafiato. Bionda, la pelle delicata. Un corpo che chiedeva solo di essere amato. Dago non restò indifferente di fronte a quello splendore. Non era stato un matrimonio felice quello di Margherita. Era stata praticamente obbligata a sposare il duca, in quanto ricchissimo e Francesco vedeva in lui un valido supporto economico. Un matrimonio d’interesse, ecco tutto, nessun sentimento, di quelli che Margherita tanto sognava. Era stata sacrificata alla ragion di stato. A Binasco, durante un banchetto, Francesco presentò Margherita e il marito al rinnegato. Dago, nella sua splendida tenuta nera da giannizzero con quello sguardo da bel tenebroso, non passò inosservato a Margherita. I due quella sera ballarono e chiacchierarono molto. Ci fu subito intesa, il conte D’Alençon osservava, pieno di rabbia. Sapeva che Margherita non lo amava, ma faceva fatica a sopportare i suoi tradimenti. Certo, non era un tradimento quello che aveva di fronte ai suoi occhi, due persone semplicemente chiacchieravano. A irritarlo l’espressione soddisfatta e compiaciuta di Margherita. Mai l’aveva vista sorridere così. Quella sera nacque un legame magico fra Margherita e il rinnegato. Si intrattennero fino a tarda sera. Al momento di andarsene, Dago sfiorò le labbra della donna che si trattenne a stento dal baciarlo. I due si fissarono intensamente. Poi Dago si voltò e si allontanò senza dire nulla.

Francesco I e la sua corte ripartirono alla volta di Pavia, mentre Dago, accordato altro oro si trattenne a Binasco. Nel palazzo che Francesco usava come reggia temporanea, Margherita D’Angouleme si era trattenuta a riposarsi dal lungo viaggio che l’aveva portata da Parigi in Italia. Nella sua vasca piena di acqua profumata chiudeva gli occhi e sognava, la bella principessa. Ancora con la mente all’incontro avuto con Dago. Non capiva. Mai si era sentita così. Non era certo il primo uomo che le piaceva, ma in questo caso era diverso. Improvvisamente, a distogliere i suoi pensieri, la nutrice.

“Bambina mia, lui è tornato.”

“Lui? A chi ti riferisci?”

“A chi potrei riferirmi? E da giorni che ti vedo con lo sguardo sognante e perso. Mi hai parlato di questo splendido vagabondo. Una vergogna e la mia disperazione. Attenta, un uomo così potrebbe essere la tua rovina.”

“Vai e portamelo qui.”

“No, non lo farò. Sei sposata. Tutte le malelingue e tutti gli occhi curiosi aspettano. Non parteciperò a questo scandalo. Ti ho dedicato la mia vita…”

“Per favore, portalo qui.”

Le resistenze della nutrice furono inutili. Dago entrò all’improvviso nella stanza. Era tornato per rivederla e non voleva perdere tempo.

“Non occorre. Sono già qui.”

“Fuori, come osi, non hai vergogna? Non hai rispetto?”

“Vai pure, nutrice,” le disse Margherita ancora nella vasca. “Non ho più bisogno di te.”

Margherita squadrò il rinnegato.

“Sei tornato, a quanto vedo. Per qualche missione di mio fratello?”

“Sono tornato, non basta?” Dago era sempre di poche parole, ma per lui parlavano gli occhi. Uno sguardo intenso, penetrante, che l’aveva rapita fin dal primo momento.

“Oggi mi basta, perché sono come una mendicante. Ma verrà il giorno in cui non sarà più così. Il giorno in cui non potrai farti scudo dei tuoi silenzi e della tua ironia tagliente.”

Margherita, nuda con quel corpo da favola, si alzò e uscì dalla vasca.

“Mi hanno raccontato cose terribili sul tuo conto e ho paura quando conoscerò quello che sei in realtà. So che mi darai un grande dolore. Quel giorno mi spezzerai il cuore. Ma ora non mi interessa. Voglio te, soltanto te.

Dago l’abbracciò e il suo mantello le fece da coperta.

Le due avanguardie e la colonna principale guidata da Francesco I in persona, strinsero ben presto la città di Pavia  sotto assedio. Ma quella che doveva rivelarsi una conquista facile, si rivelò ben presto un’ impresa difficile. La cattive condizioni metereologiche e la mancanza di polvere da sparo preclusero assalti più decisi e i francesi decisero di costringere gli assediati a esaurire le loro risorse. Ma una nuova minaccia si profilava all’orizzonte. A Lodi, l’esercito imperiale si stava riorganizzando. Venne il Natale del 1524. L’esercito francese aveva perso di efficacia, logorato da due mesi di assedio e dai continui scontri per difendere il ducato di Milano.

Dago e Margherita erano ormai amanti. Tutti sapevano. La principessa era tornata a Parigi e il giannizzero nero andava spesso a trovarla. Francesco I tollerava, non poteva inimicarsi l’inviato del Barbarossa, suo tesoriere di guerra. Il Duca d’Alençon chiedeva l’intervento del re che ovviamente non poteva concedergli. Aveva la guerra contro Carlo V che gli procurava un gran mal di testa. Fra l’altro, sapeva del carattere della sorella. Non l’aveva mai ascoltato, tranne che per quel matrimonio d’interesse. Margherita non si piegava di fronte a nulla. Il suo amore per Dago cresceva di giorno in giorno. Tutti disprezzavano e non capivano. Come poteva una principessa di Francia legarsi a un tale demonio? Ma la passione resisteva. Forse Dago aveva bisogno di ciò. Un sentimento forte che bilanciava quella rabbia mai sopita che lo accompagnava costantemente. Margherita riusciva a lenire il dolore che lo attanagliava. Ma dentro di lui sapeva che quella storia non poteva continuare a lungo. Una fredda mattina di febbraio Dago salutò Margherita. Doveva tornare in Italia. A Pavia Francesco si trovava in grosse difficoltà.

Lannoy a capo l’esercito imperiale avanzava da Lodi verso Pavia. Il suo obiettivo era di rompere l’accerchiamento e rifornire gli assediati per poi attaccare e distruggere definitivamente l’esercito francese.

Ad accogliere Dago a Pavia l’odore acre della polvere. Sporcizia e carne morta. L’assedio non era mai un fatto glorioso. I soldati francesi erano stanchi. Sapevano dell’imminente pericolo del nuovo esercito imperiale. Presi fra due fuochi, non avevano molto speranze. Avrebbero dovuto combattere in campo aperto contro un nemico più fresco  in soprannumero. Francesco era ancora fiducioso. Aveva la migliore cavalleria d’Europa e i nobili più valorosi. Non temeva la fanteria spegnola e tedesca. Era molto sicuro di sé. Immaginava che una gloriosa carica di cavalleria guidata da lui stesso avrebbe avuto la meglio.

All’alba del 24 febbraio iniziò l’attacco degli imperiali. Francesco fu svegliato dal rumore dei cannoni e radunò immediatamente i suoi cavalieri. La battaglia per Pavia era iniziata. Dago dormiva non lontano con un gruppo di mercenari svizzeri. I cannoni francesi vomitavano fuoco contro le colonne degli imperiali. Ma non era abbastanza. Il grosso dei mercenari svizzeri era stato messo in fuga. La loro scarsa volontà di combattere per la mancanza di salario e il morale basso avevano grandemente contribuito alla loro disfatta. Le loro temibili picche niente potevano contro le migliaia di archibugi che seminavano morte fra le loro fila. I lanzichenecchi imperiali avanzavano inesorabilmente. Con l’intero schieramento in difficoltà, Francesco ordinò alla cavalleria di prepararsi. Era il momento della gloria. Dago attendeva invano i mercenari svizzeri e osservava la scena. Nella piana Francesco I dispose la sua cavalleria per lanciare la carica e fermare i lanzichenecchi tedeschi. Gli archibugieri dell’esercito imperiale a migliaia erano disposti su un crinale dietro di loro. Gli imperiali non resistettero alla veemente carica dei francesi. Francesco si sentiva già padrone del campo, ma improvviamente una pioggia di piombò investì i suoi cavalieri. Fu una carneficina Molti cavalieri furono disarcionati e gli archibugieri provvedevano a finirli. Attorno al re, la nobiltà francese venne a poco a poco mutilata, ferita o colpita a morte. L’artiglieria non poteva difenderli, in quanto avrebbe potuto colpire i suoi nobili. Dago cavalcò verso Francesco, disarcionato e rimasto con pochi fedeli a combattere. La battaglia era persa, ma poteva ancora salvare il re francese dalla cattura.

“Francesco,” Gridò dago, “non ti rimangono uomini. Ritiramoci.”

“No, mai. Alençon. Abbiamo bisogno delle sue truppe. Chiamalo. Chiamalo!”

Dago risalì a cavallo e al galoppo si allontanò. Francesco era ormai circondato, tutti i suoi generali morti. Le picche si stringevano intorno a lui. Ormai senza speranze, si preparava a soccombere, ma un cavaliere mise fra lui e i soldati imperiali.

“Fermi tutti, quello è il re!” Lo stesso Lannoy, generale dell’esercito di Carlo V si era lanciato a difendere Francesco.

“Sire, siete prigioniero dell’imperatore.”.

Francesco non lo udì neppure mentre veniva condotto nelle retrovie degli imperiali. Pensava ai suoi magnifici nobili, tutti periti nell’assalto. Confuso, esausto. Il suo sogno di dominare Milano era svanito. L’ultima speranza era costituita dalle truppe di Alençon che, stranamente, non erano intervenute in suo aiuto. Dago, raggiunse in un’ora il campo di Alençon. Il duca aveva appena ordinato la ritirata. Dago entrò come una furia nella tenda del nobile.

“Ah, il rinnegato è qui!”

“Che significa questo? Il re attendeva il tuo aiuto e tu ti stai ritirando. Attacca subito!”

“No, la battaglia è perduta. Non serve a nulla rischiare il mio esercito. I miei esploratori mi hanno già riferito”

“Signore, questa è codardia!”

“Sono stato accusato di tutto, rinnegato. Ma non di essere un vigliacco. Ritirerò il mio esercito subito, chiaro?”

“Alençon, ho un terribile sospetto. Non starai pagando per caso un vecchio debito di rancore al tue re?”

“Debito?…..Torna da mia moglie Margherita. La sorella del re. Tu mi hai reso ridicolo davanti a tutta la Francia e anche il re ha trovato la cosa divertente. L’ho sentito ridere. Mi domando se ora stia ridendo o se mia moglie riderà. Per ora so che tu non riderai. Ti farò impiccare”

Appena Dago sentì la presa di un soldato alle sue spalle, reagì e cercò di scappare. Lo colpì violentemente e corse verso il primo cavallo. I soldati non si erano ancora ripresi dalla sorpresa, che Dago era già lontano. Era tutto perduto. Anche gli ultimi assalti dei mercenari svizzeri erano stati vani. L’esercito francese era in rotta. Gli archibugieri avevano vinto. Non c’era più nulla da fare.

Francesco fu rinchiuso in una grande tenda del campo imperiale. Infreddolito, ferito soprattutto nel suo orgoglio, non riusciva a scuotersi. Una visita inaspettata lo scosse. Dago entrò nella tenda. Aveva chiesto, in qualità di consigliere di re Francesco, di poter vedere il sovrano.

“Dago…tu?”

“Mi hanno permesso di vederti perché  vogliono che io porti un tuo messaggio alla corte. Ecco, ho qui l’elenco dei caduti”

“Leggilo, per favore.”

Francesco ascoltò a uno a uno i nomi dei suoi cavalieri. Tuttà la nobiltà francese, il fiore e la gloria di Francia . Tutti erano  morti davanti Pavia.

Il rinnegato, dopo aver ricevuto il messaggio da riportare a Parigi, si allontanò a cavallo dal campo imperiale.

Durante il suo ritorno, Dago incontrò molti mercenari che si erano dati al saccheggio. Come al solito, era la povera gente che  pagava il prezzo maggiore. Lui stesso si trovò in pericolo, ma era determinato a portare il messaggio del re a corte.

Ad attenderlo, Margherita, che non aveva smesso un attimo di pensare a lui.

La sua entrata a palazzo non fu salutata da sguardi soddisfatti. Tutti lo guardarono con sospetto e con il solito disprezzo. Margherita lo attendeva nel suo studio.

“Ti aspettavo, Dago.” Il suo volto appena truccato si illuminò.

“Ho un messaggio per tua madre, la regina reggente.”

“Reggente? Perché usi questo titolo….ma allora Francesco….”

“No, non è morto, ma è prigioniero. L’esercito  francese è stato distrutto. Un disastro.”

Margherità si adombrò e guardò dalla  finestra. La felicità per il ritorno di Dago era sparita.

“Ho sentito delle voci. Ma non ho vi dato retta. Non ho voluto credere…”

“Voci su tuo marito? Sono vere. Alençon ha lasciato Pavia. Non ha voluto aiutare il re.”

“Per questo si è persa la battaglia?”

“Chissà…una battaglia è un insieme di circostanze. Ciò che conta qui è il tradimento.”

“Non ci sono prove…….”

“Dolce Margherita, dai la tua generosità perfino al tuo detestato marito. Ma stavolta non è giustificata. C’è un testimone. Sono Io.”

Margherita guardò intensamente Dago. Non sapeva se avere paura o provare ammirazione.

“Nessuno ti crederà!”

“lo so. Io, il tuo amante che accuso tua marito. Parlerebbero di gelosia, lussuria, odio…di tutte quelle cose lì.” Uno schiaffo raggiunge Dago in pieno volto.

“Come puoi parlare così? A tanto arriva il tuo cinismo? Non provi nulla?”

“Il mio cinismo? Vedo che non hai ancora capito……Ciò che ho detto è la pura verità, cara Margherita.”

La donna sapeva che Dago non mentiva. Si fidava e aveva capito che, nonostante tutto, il rinnegato era uomo onesto e leale. Si abbracciarono, ma non era un abbraccio d’amore quello. Una donna disperata si aggrappava al solo uomo di cui poteva fidarsi. Il destino di Francia era incerto. Altrettanto la sua storia d’amore con Dago.  Quella sera stessa fecero l’amore con un’intensità mai provata prima.

La Francia si trovava in una situazione disperata. Il re di Francia era prigioniero dell’imperatore spagnolo. L’unico potere era rappresentato dalla madre del re, la reggente. Ma questo non sarebbe bastato a fronteggiare tutti i nemici. Spagnoli, tedeschi, inglesi e le città italiane potevano approfittarne. C’era anche il conestabile di Borbone a fare pressioni. Il traditore di Francia avrebbe potuto attaccare Parigi e prendere il trono. Bisognava liberare Francesco. Non si sapeva nemmeno dove fosse tenuto prigioniero. Sembrava una missione impossibile. Non c’erano nemmeno nobili d’arme, dato che erano tutti morti a Pavia, che potevano essere inviati in soccorso del re. Questa situazione descrissero i consiglieri convocati dalla regina madre quella mattina di primavera del 1525. Alla riunione era presente anche Margherita.

“Non so chi posso inviare per scoprire dove è tenuto prigioniero Francesco.”

“Si, madre, lo sai benissimo. Ma il tuo odio per lui non te lo fa accettare. Dago è l’unico che può trovare mio fratello e forse perfino liberarlo.”

“E’ un rinnegato, un bandito, un assassino forse….”

“Esatto, ma sono proprio le virtù che occorrono per questa missione.”

“E va bene, dov’è quel sinistro individuo, nel tuo letto a riposare?”

“No, Signora,” rispose un consigliere.” Forse non lo rammentate, ma l’abbiamo inviato a procurarci mercenari nei cantoni svizzeri. E al momento non sappiamo dove sia.”

“Manda messaggeri in tutte le città. Che lo cerchino. Priorità assoluta”

I consiglieri uscirono dalla sala del trono. Rimasero Margherita e la madre.

“E tu smettila di sorridere come una gatta. Dovresti vergognarti. Margherita d’Angouleme. La sorella del re amante di un rinnegato. E’ una storia sordida che spero presto finisca.”

“Sordida? Forse si. Una deliziosa sordida storia.”

“Sei diventata anche una svergognata. Non ti riconosco.”

“Neanch’io mi riconosco più. Forse perché sono felice. E’ la prima volta che mi succede in vita mia.”

Dago fu rintracciato. Non aveva più nessun obbligo nei confronti della corona francese, ma a Parigi c’era sempre Margherita. Non era un uomo che amava rimanere per tanto tempo nello stesso posto. La sua sete di vendetta non era ancora placata. Ma l’amore di Margherita lo faceva sta meglio. Decide di rispondere alla chiamata e interrompere la sua missione nei cantoni svizzeri. Entrò nella stanza del trono come suo solito.  Un semplice cenno di saluto alla regina reggente, il solito sguardo tagliente e ironico. Margherita era presente, ma Dago non la degnò neppure di uno sguardo. La regina era infastidita dalla sua presenza, ma non poteva fare diversamente. Aveva bisogno di lui.

“Dago, voglio che tu trovi mio figlio e lo aiuti a scappare.”

“Signore, tuo figlio è Francesco, re di Francia. Puoi chiedere l’aiuto del papa, di altri sovrani. Perché un rinnegato come me?

“Papa e sovrani hanno il loro interessi. Un rinnegato ha un prezzo. E’ più facile da pagare.”

“Ci sono tanti eroici cavalieri di Francia disposti a morire per la gloria della Francia. Perché io?.”

“Ti stai burlando di me? Lo farai?”

“Lo farò”.

“E cosa vuoi in cambio?”

Ah,” disse sorridendo, “ non ti crucciare a determinare la cifra del mio compenso. Basta che avrai cura del mio cane!” * vedere se è possibile inserire Morte.

Dago si allontanò sotto gli occhi sprezzanti dei presenti. Margherita lo seguì con lo sguardo, ma lui non si voltò a salutarla. Dov’era quell’uomo passionale che aveva conosciuto? Possibile che il loro amore era già svanito. Possibile che fosse tanto duro?

Secondo quanto si sapeva a corte, re Francesco era stato prima portato a Napoli. Da lì era salpato per la Spagna. Arrivato a Barcellona, era stato condotto in un località segreta fino a quando avrebbe potuto incontrare Carlo. Per il suo riscatto la Spagna aveva chiesto il delfinato, la linguadoca e la Bretagna e altri territori. Un immenso indennizzo d’oro completava la richiesta. Era una richiesta impossibile da mantenere. Oro, lettere di credito e un elenco di persone da contattare in Spagna vennero consegnati a Dago. Era tutto pronto per la partenza. Il rinnegato doveva cercare un re senza regno e doveva sottrarlo alle grinfie di un imperatore fanatico che accendeva dappertutto roghi di religione.

La notte prima della partenza, Dago pensava al suo futuro. Di nuovo le strade. Questa volta con una missione precisa e pericolosa. I suoi pensieri furono distolti da qualcuno che bussò alla sua porta. Andò ad aprire e inginocchiata di fronte a lui, Margherita, nuda e piangente.

“Non ho più la forza di lottare contro di te. Non ne posso più. Il tuo pensiero mi accompagna sempre. Lasciami essere la tua schiava. Forse così riuscirai ad amarmi. Ti prego.”

Dago la prese in braccio e con dolcezza appoggiò quel corpo stupendo sul suo letto. Si malediva per aver causato dolore a quella donna tanto generosa. Ma era più forte di lui. Il suo cuore era di pietra, lo sapeva. Qualche volta combatteva per svegliarlo, ma era sempre sopraffatto. E faceva delle vittime. Margherita era fra queste. Non lo meritava.

Non era nemmeno l’alba quando Dago sellò il cavallo per la partenza. A salutarlo Margherita.

“Cerca di tornare”, fu l’unica frase che disse.

Dago salì a cavallo, senza nemmeno sfiorarla. Nessuna parola di conforto o di commiato. Il solito sguardo glaciale e indifferente. Il rinnegato lanciò il cavallo al galoppo e  si perse nella nebbia mattutina. Margherita rimase a osservare quella sagoma nera che si allontanava. L’avrebbe mai rivisto?

Written by dago64

June 19, 2011 at 7:46 pm

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Il rinnegato – VI – Il giannizzero nero

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Il Giannizzero nero VI (prima stesura)

La lunga colonna arrivò a Ghardaia all’imbrunire. Dago si trovava in compagnia di alcuni beduini catturati ed era tornato a essere solo un miserabile schiavo al servizio dei turchi. Il destino continuava a giocare con lui. Fino a poco tempo prima era  leggenda con il suo amico Orbashà. Ma sapeva bene che le fortune degli uomini svanivano facilmente. Solo la sua perenne sete di vendetta lo faceva resistere.

La città di Ghardaia si trovava nella valle del Mzab, in pieno deserto sahariano, a 600 km da Algeri. Una città fortezza costruita su una collina alla cui sommità si ergeva la moschea. Abitata prevalentamente dai Mozabiti, di pura razza berbera, molto religiosi. Le abitazioni erano tutte uguali. Il lusso era bandito dalla comunità mozabita. Il turco invasore ne aveva fatto una delle sue principali basi di appoggio. Qui era giunto Dago. Una città nel nulla lo attendeva. Il caldo a fargli compagnia. I prigionieri camminarono per le strette stradine della città, fino a raggiungere le prigioni, vere fornaci per i malcapitati. Dago era l’unico schiavo in condizioni decenti e l’ufficiale della colonna dei giannizzeri lo scelse come dono da portare al governatore della regione, il terribile Amur Bajà. Doveva recargli brutte notizie e temeva per la sua vita. Forse un dono lo avrebbe calmato. Così Haschim Bey, scortato da due soldati, si presentò dal suo signore. Dago, legato, al seguito. Amur non era tipo da accettare scuse o giustificazioni. Orbashà aveva raso al suolo Sidi Hadjed Dine e Haschim Bey fu ritenuto responsabile della grave perdita.

“Omar,”disse Amur “ Lava questo insulto.”

La gigantesca scimitarra apparse nelle mani di Omar e in un attimo, Haschim, tenuto dai suoi stessi soldati, fu decapitato.

Dago assistette a tutta la scena. Il suo sguardo era apparentemente assente. Non disse una parola.   Amur era vecchio, molto vecchio. Un volto mummificato. I suoi occhi erano simili a due ragni verdi, attenti e maligni. Un vecchio, stanco, ma allo stesso tempo inquietante. Dago venne condotto via. Amur aveva apprezzato il fisico del veneziano e lo affidò alle cure del suo dottore personale, il persiano. Dago fu curato e nutrito e cominciò a insospettirsi. Non era quello il trattamento destinato a uno schiavo, per di più un beduino cristiano che aveva combattutto a fianco di Orbashà. Non capiva. C’era qualche cosa che gli  sfuggiva. Erano tutti stranamente gentili con lui. Doveva fingersi pazzo. Ecco la soluzione. Se lo avessero preso per pazzo, lo avrebbero ignorato senza sorvegliarlo strettamente. Uno schiavo intelligente avrebbe invece richiesto maggiore attenzione. Il persiano, si occupava personalmente delle condizioni di salute di Dago. Un turbante cilindrico e lungo ornava la sua testa. Parlava con voce bassa, quasi un sibilo. Piccolo e magro, si muoveva sempre furtivamente. Dago cominciò proprio con il persiano la sua finzione.

“Potrò mangiare molto padrone? Ho tanta fame, non c’è mai cibo a sufficienza per il povero Dago.” Mentre recitava la sua parte, si aggrappava alla tunica del persiano, con gesto implorante.

“Potrai mangiare tutto quello che vorrai, Dago.”

“E i dolci, ci saranno i dolci? Oh, mi piacciono tanto!”

“Si, si avrai anche i dolci, ma ora staccati dalla mia veste e vattene!”

Nei giorni successivi dago prosegui’ con la sua recita. Ormai molti non gli badavano e poteva meglio guardarsi intorno per decidere il da farsi. La sua bellezza aveva destato l’interesse di due donne dell’harem: Zunilda e Amina. Soprattutto Zunilda, una bionda occidentale finita prigioniera, si era affezionata al veneziano. Lo chiamava un dolcissimo idiota e il suo sguardo provava affetto e compassione. Dago fingeva di essere felice con lei. Aveva notato quella ragazza. Bella, ma stupida e chiacchierona. Poteva fare al caso suo. ” Chi viveva qui prima di me, zunilda? L’hai conosciuto? Era amico tuo? Mangiava tanti dolci?”

Li ho conosciuti tutti, dago. Uomini giovani e belli. Ora sono tutti nella botola. Ma vieni, mangiamo questi datteri.

Una botola? Si chiese dago. Stanotte dovro’ dare un’occhiata. Nessuno mi sorveglia. Potro’ agire indisturbato. Quella notte stessa dago agi’. La botola si trovava nel cortile. Era sempre guardata a vista, ma solitamente la notte era lasciata incustodita. Dago la raggiunse e sollevo’ il coperchio pesante. La luce della luna illumino’ una scena terribile. I cadaveri ormai decomposti di decine di poveri diavoli giacevano sul fondo del pozzo. Un odore indescrivibile. Dago richiuse la botola provando disgusto e orrore. Cosa succedeva in quel posto dimenticato da dio? L’ispezione notturna prosegui’. Dago voleva capire e si diresse verso gli alloggi delle guardie, ancora sveglie. Delle voci lo attirarono.

Quando lo farai? Dago pote’ scorgere uno dei tirapiedi di amur chiacchierare con il persiano

Domani amur baja e’ molto debole e spaventato. Non puo’ aspettare

E incredibile che sia ancora vivo ha più’ di cento anni

E la mia cura segreta un giorno non bastera’

E’ atroce quello che fai. Un bagno di sangue umano. Non posso pensarci.”

” Il sangue e’ l’ingrediente principale, ma uso anche erbe, minerali e polveri di serpenti.

Ora era tutto chiaro. Amur usava gli schiavi come riserva di sangue. Dago era il prossimo . Presto il pozzo dell’orrore sarebbe diventato la sua ultima prigione. Le giornate trascorse con la bella e stupida zunilda erano finite. Il sole stava tramontando quando un soldato di amur entro’ nella stanza per prendere dago. Lo schiavo fu condotto nel laboratorio privato del persiano. Sembrava una stanza uscita direttamente dalle viscere della terra. Un odore solforoso dappertutto. Su un tavolo recipienti contenenti materia in ebollizione.. Un lungo tubo finiva la sua corsa in una vasca ampia dalle pareti grasse e vischiose. Amur era gia’ disteso sul fondo. Dago osservo’ la scena fingendo di non capire. Il persiano si rivolse al suo servitore jalil

“Sai cosa devi fare” jalil sguaino’ la sua spada alle spalle di dago, ma non ebbe il tempo di completare la sua missione. Dago estrasse dalla sua giubba bianca un bastone appuntito che pianto’ con forza nella pancia di jalil. Raccolse la scimitarra e freddo’ senza esitare lo stupito persiano. Amur era spaventato ora. Nella vasca, alla merce’ di dago.

” Stai attento a cio’ che fai. Io sono amur baja…”

” So cosa sei. Ho visto il pozzo. Sei una vergogna dell’umanita’. Non ti tocchero’ il tuo contatto mi farebbe odiare la mia pelle. Ma non posso permetterti di continuare a vivere. Non lo faccio per lo schiavo, lo faccio per l’uomo che e’ ancora in me.”

Dago apri’ il rubinetto della conduttura che serviva per lavare la vasca dopo i trattamenti. Amur affogo’ lentamente. Il rumore pulito,  cristallino dell’acqua copri’ gli ultimi spasmi di quell’essere immondo.

Dago non perse tempo e spoglio’ jalil dell’uniforme. La indosso’ e usci’ dal laboratorio del persiano. Cosi’ travestito si diresse verso le scuderie. Preso un cavallo e indisturbato lascio’ la citta’. Le guardie non lo fermarono ritenendolo jalil, considerato un tirapiedi maledetto di amur e, dunque, scansato e temuto allo stesso tempo.

Mentre dago si perdeva nella notte del deserto, alcuni soldati udirono l’acqua scorrere.

Dago non aveva potuto prendere nulla con se durante la fuga. Ricercato, senza acqua avanzava alla cieca in quel deserto, implacabile con gli sprovveduti. Ben presto gli mancarono le forze e sfinito, stramazzo’ a terra con il suo cavallo, svenuto ad attendere la morte. Ma non si risveglio’ all’inferno.

Un senso di benessere, di frescura, di pace. Un odore di legna e di carne arrosto. No, non era l’inferno. Una donna mora, non bella, ma dalle mani leggere e amorevoli era china su di lui.

“Dove sono?” Chiese Dago.

A rispondergli un uomo appena entrato nella tenda.

“In salvo, giannizzero. Ma prima di tutto, permettimi di presentarmi, sono il dragomanno Etaruk, in viaggio da Smirne ad Algeri. Uno dei nostri esploratori ti ha trovato vicino la pista delle carovane.”

Dago prese una ciotola piena d’acqua e bevve avidamente. Cercò di essere credibile, dato che l’avevano scambiato per un giannizzero del sultano. Ma se la meta della carovana era Algeri, doveva inventarsi qualche cosa.

“Sono in missione segreta, non posso andare ad Algeri. Se mi vendi un cavallo, riparto subito.”

“Impossibile, ne ho troppo pochi, dovrai comprarne uno ad Algeri. A meno che non abbia un ragione particolare per non andare là.” Il dragomanno uscì dalla tenda con mille dubbi.

Un giannizzero mezzo morto in mezzo al deserto. In missione segreta? E non voleva andare ad Algeri quando era l’unica città per centinaia e centinaia di chilometri. Si, indossava l’uniforme dei giannizzeri, ma era europeo e per di più pieno di cicatrici. Prese subito una decisione e chiamò un uomo fidato.

“Hamil, quando saremo nei pressi di Algeri, tu andrai avanti e parlerai con i soldati della guarnigione. Dirai loro cosa abbiamo trovato e prenderanno una decisione.”

Dago immaginava che il suo racconto fosse poco credibile. Non poteva proseguire il cammino con la carovana di Etaruk. Quella stessa notte si rivestì usando ancora l’uniforme da giannizzero, rubò uno dei cavalli e si lasciò dietro di se la carovana. Era molto vicino ad Algeri, non poteva far altro che entrare in città e prendere la prima galera in partenza dal porto.

Algeri era il principale porto di quella parte del mediterraneo e brulicava di gente. Dago poteva muoversi indisturbato anche se doveva disfarsi in fretta di quella scomoda uniforme se non voleva essere fatto prigioniero. Etaruk, pensò, aveva già avvertito la guarnigione e non c’era tempo da perdere. Il mercato era il posto migliore per passare inosservato, ma alcuni soldati turchi in compagnia di Hamil già erano alla sua ricerca e lo scorsero immediatemente. Hamil lo indicò gridando e al veneziano non restò altro che darsi alla fuga fra i banchi del mercato. Non fu facile seminare i soldati, ma le stradine di Algeri fornivano nascondigli ovunque. Superò di slancio un muro e si ritrovò in uno splendido giardino in cui rimase fino a notte fonda.

A comandare il distaccamento di giannizzeri ad Algeri era il Visir Jemal Amurian, infuriato per la mancata cattura del falso soldato. Jemal incaricò il fedele servitore di colore Aberradam di catturare il fuggiasco che si era rivelato così abile da fuggire da Ghardaia ed eludere la cattura.

Non c’era amicizia fra Jemal e Aberradam. Il secondo di Jemal era un favorito di Barbarossa e destinato a sostituire Jemal che nutriva un forte rancore per Aberradam. Si sopportavano a vicenda.

“A te, Aberradam. Se sei tanto abile come dicono, non avrai problemi a riportarmi la testa di questo falso giannizzero.”

Abedarram sapeva che Jemal gli stava tendendo una trappola. Se non fosse riuscito nell’intento, l’avrebbe mandato in miniera con le orecchie tagliate. Non commentò la decisione di Jemal.

“Lo prenderò, signore.” Rispose freddamente.

Nel frattempo Dago si era liberato degli abiti militari e li aveva sepolti in spiaggia dopo aver rubato i vestiti presso una casa di poveri pescatori. Voleva e doveva abbandonare Algeri. Ma per farlo, aveva bisogno di una nave. Cominciò la ricerca al porto, ma ancora una volta non fu fortunato. Troppo rumore aveva suscitato la sua fuga e tutti stavano all’erta. Il Visir Amurian non tollerava chi collaborava con i ladri e i truffatori. Un europeo, poi, difficilmente passava inosservato. Qualcuno l’aveva visto mentre rubava gli abiti da pescatore e da una galera, un marinaio gridò al suo indirizzo. “Eccolo, il maledetto. Prendetelo.” Dago si voltò, ma il marinaio gli era già addosso. Non per molto, Dago si liberò facilmente di lui e si diede di nuovo alla fuga. Ma il porto non con consentiva facili nascondigli. Dove andare? Intanto dietro di lui le grida dei soldati turchi. Riuscì a superare una palizzata e improvvisamente si ritrovò vicino un palazzo. Riconobbe la residenza del visir Amurian e ad un tratto una pazza idea gli esplose dentro. Superò il muro di cinta e rimase nascosto nella vegetazione che circondava il palazzo del visir. Sentì le voci dei giannizzeri passare oltre. Per il momento era salvo. Nessuno poteva pensare che si fosse rifugiato nella tana del lupo.

Un caldo tramonto. E come sempre, a quest’ora Jemal meditava su quanto fare per accrescere il suo potere. Il suo primo obiettivo era di liberarsi di Aberradam e poi cercare di offuscare il potere di Barbarossa. I suoi giannizzeri gli garantivano un grosso potere. Ma i suoi pensieri furono bruscamente interrotti da una lama nel buio che minacciava il suo collo. Dago era riuscito a penetrare nelle sue stanze.

“Chi sei, come osi minacciarmi?”

“Chi sono?” rispose Dago con un sorriso ironico sulle labbra. “Sono quel cane infedele del fuggiasco che i tuoi cani stanno cercando in tutti gli angoli di Algeri. Visto che eri tanto ansioso di conoscermi, ho deciso di onorarti di una mia visita. La sorveglianza del tuo palazzo lascia molto a desiderare, mio gran visir.”

“Tu sei pazzo, cosa credi di poter fare?”

“Riposare, mangiare e aspettare. Mi darai un salvacondotto per lasciare Algeri con la prima nave che salperà domani. E già che ci sei anche dell’oro. Altrimenti ti sgozzerò come un agnello.”

Amurian era un astuto calcolatore, ma peccava di coraggio. Non era un eroe e a Dago era bastato guardarlo per giudicare che tipo di uomo fosse.”

Amurian seguì alla lettera le indicazioni di Dago. Chiamò un servo per il cibo e scrisse immediatamente il salvacondotto per il veneziano. Dago non credeva ai suoi occhi. In pochi attimi la sua vita poteva cambiare. Era vicino alla libertà. Ma i suoi sogni furono ben presto interrotti. Abedarram non era uno stupido e aveva intuito subito dove si fosse rifugiato Dago. Aveva circondato l’intero quartiere vicino al porto e casa dopo casa, palazzo dopo palazzo, aveva ordinato ai suoi uomini di ispezionare ogni stanza, ogni buco. Ed era giunto alla conclusione che Dago poteva aver trovato rifugio solo nella lussuosa dimore del visir. Il servo che aveva portato il cibo, aveva poi confermato i suoi sospetti. Abedarram irruppe improvvisamente nelle stanze di Jemal e sorprese Dago che non ebbe il tempo di reagire. Lo schiavo fu colpito pesantamente alla testa e svenne. Il drappello di giannizzeri guidato da Abedarram in persona non fu l’unica sorpresa per Jemal. Barbarossa, allarmato dal trambusto, stava conducendo personalmente le operazioni alla ricerca del fuggiasco e si era unito al fido Abedarram. Il pirata notò il documento che era caduto dalle mani di Dago.

“Che cos’è questo?” Lo raccolse e  lesse. “Mmm, Jemal, sei proprio un codardo. Questo salvacondotto dimostra la tua viltà. Ti ho concesso onori e ricchezze qui ad Algeri, ma evidentemente non erano sufficienti. Lo immaginavo e per questo ti avevo messo al fianco Abedarram. Per questo atto di slealtà non c’è che la morte. Portatelo via e giustiziatelo!”.

Così il Beylerbey aveva parlato. Non aveva riconosciuto quello schiavo a cui tempo fa aveva offerto il suo mantello per l’amico. Fra l’altro, anche se l’avesse riconosciuto, era pur sempre un semplice schiavo. Abedarram era ora il nuovo gran visir al comando dei giannizzeri ad Algeri. Dago fu condotto via per essere giustiziato all’alba alla prigione.

La prigione di Algeri era un luogo di disperazione e morte. Ogni giorno esecuzioni e frustate. Non era ancora sorto il sole, che i condannati a morte vennero radunati nel cortile. Di fronte a loro il boia con la grande scimitarra. Un ceppo, appena lavato, ma intriso ancora di sangue, attendeva le loro teste. A parlare il responsabile delle prigioni.

“Criminali…oggi riceverete il castigo meritato, la morte. Ma il nuovo Visir, il grande Aberradam ha deciso di far grazia della vita a uno di voi perché in questo giorno non manchi un segno della sua magnanimità. Secondo il volere di Allah. Qui ci sono nove pietre nere e una bianca. Colui che prenderà la pietra bianca, vivrà in schiavitù.”

Un soldato mise le pietre in una cesta e ad uno ad uno, i condannati a morte estrassero il loro destino. Quando fu il turno di Dago, il soldato, furtivamente, mise nella sua mano la pietra bianca. Dago non credeva ai propri occhi, non capiva, ma ancora una volta era salvo.

“Perché,” si chiedeva, “Perché.”

Il boia aveva cominciato il suo sporco lavoro. Mentre Dago veniva condotto via, le teste dei condannati a morte rotolavano sulla sabbia della prigione. Prima di entrare in cella, Dago  era atteso da Abedarram.

“Ti chiedi perché, schiavo?. Grazie a te ho potuto disfarmi del mio peggior nemico  ho ottenuto ricchezze e onori. Mi hai portato fortuna e io sono superstizioso. Preparati, sei sfuggito alla morte, ma ben presto raggiungerai la tua nuova destinazione. Non sarà affatto divertente. Addio”

La nuova meta di Dago era il deposito di polvere di Algeri. Gli schiavi dovevano occupparsi dei barili di polvere da sparo. Ogni gesto sbagliato avrebbe significato la loro condanna a morte. Oltre a ciò, qualsiasi atto di ribellione o qualsiasi movimento sbagliato sarebbe stato punito con la morte per impalamento, forse il modo più crudele di morire. Ecco consisteva in……….da approfondire.

Dago entrò in quel mondo da incubo, di eterno terrore, di respiri trattenuti e di gesti cauti. Ma se questo non bastava, la polvere da sparo minava anche la salute degli schiavi. Di notte, rinchiuso in una cella umida dove il letto era costituito da un semplice giaciglio di paglia,  Dago tossiva e tossiva. Una tosse dolorosa e secca, i suoi polmoni stavano marcendo. Ormai era incrostata nel suo petto come un ragno di ferro. L’avevano avvertito. Non si reggeva molto alla polveriera. Doveva fuggire. Ma non riusciva a capire come. Forse dalle fogne, ma poi per Algeri aveva bisogno di oro per fuggire e corrompere qualcuno. Il veneziano decise di parlare ad Hafar, il responsabile della polveriera. Hafar fu quasi divertito dalla richiesta di Dago di farlo curare. Dago se l’aspettava, ma era un uomo disperato tenuto in vita soltanto dal suo desiderio di vendetta. Non poteva morire prima di assolvere quel macabro compito. Hafar per tutta risposta lo fece torturare dal fidato Bargos. Una punizione terribile. Legarono i piedi di Dago e Bargos li pestò a sangue con un bastone. Dago fu riportato nella sua cella fra atroci dolori. Era testardo, però. Non si arrendeva, non per salvarsi. Aveva degli uomini da uccidere. Doveva fuggire in qualche modo. Doveva pensare, pensare bene e trovare una soluzione. Doveva esserci una maniera di sfuggire all’incubo. L’occasione arrivò, inaspettatamente e casualmente. Dago era la lavoro nella polveriera in mezzo ai barili, ma era stato addestrato bene dall’amico Selim. Stava attento a tutto ciò che lo circondava. Uno schiavo doveva stare attento anche al volo di una mosca. Quel giorno notò quattro uomini piuttosto muscolosi con dei lacci di cuoio alla cintura. Non erano né schiavi né operai. Erano stati fatti entrare furtivamente dalla porta posteriore Dago li osservava non visto dietro i barili. Avvano chiuso le porte e le finestre, ad eccezione dell’entrata principale. Era molto strano, sembrava una trappola per qualcuno. Durante la pausa di pranzo, Dago chiese al compagno di cella se ci fosse qualche novità in vista.

“Certo che ci sono novità. Oggi avremo una visita importante.”

“E chi è? Allah,” rispose Dago con la sua solita ironia sferzante.”

“Quasi. Il Beylerbey in persona verrà a ispezionare la polveriera.”

Dago cominciò a sospettare. “Possibile che stessero preparando un’imboscata a Barbarossa per assassinarlo?”

Era indubbio che  Barbarossa avesse molti nemici, Hafar era fra questi. Forse Dago sarebbe stato testimone dell’uccisione del terribile pirata. Certo, anche lui odiava il Beylerbey. Ma con lui presente non era un fatto positivo. Loro sarebbero stati sicuramente testimoni di un fatto del genere e tutti gli schiavi sarebbero stati con tutta probabilità eliminati. Non era questo il suo destino. Ancora una volta doveva trovare il modo di sopravvivere.

Barbarossa arrivò subito dopo mezzogiorno accompagnato da Hafar, che gli faceva da cicerone. C’erano pochi giannizzeri, d’altronde chi poteva immaginare che potesse accadere qualche cosa? Dago si trovava proprio nel locale principale della polveriera. Barbarossa precedeva il piccolo corteo in visita. Bagos, il fedele di Hafar, al suo fianco. Proprio Hafar, con una semplice scusa, si era allontanato dal gruppo, adducendo un lieve malore. Al passaggio di Barbarossa, Dago versò della polvere da sparo sui suoi stivali, simulando un movimento incauto. Barbarossa si fermò ad osservarlo e lo assalì verbalmente

“Maledetto schiavo incapace! Meriteresti la morte per questo.”

Dago, con tono ossequioso, cerco di ripulire lo stivale del Beylerbey.

“Perdonami, illustre signore, provvedo subito a pulirti.”

Poi la sua voce divenne un sussurro.

“Attento, dietro di te, questa è una trappola.” Barbarossa sembrò non capire ma era un uomo astuto e attento. Gli bastò un’occhiata per capire tutto. Dago gli porse di nascosto un bastone appuntito

“Bagos, gridò, voglio che questo miserabile schiavo riceva venti sferzate. Hai capito?”

“Si, signore, ora io stesso provvede.”

“Bravo, riceverai una ricompensa.”

“Per così poco? Non merito tanto.”

Barbarossa non gli fece nemmeno finire la frase e gli piantò il bastone in pieno cuore, uccidendolo sul colpo. I quattro strangolatori non persero tempo. Barbarossa, fiero guerriero ne stese subito uno, ma improvvisamente si ritrovò i lacci al collo. Una presa infernale lo stava per uccidere. Intanto Dago aveva eliminato il terzo assassino spaccandogli in testa un barilotto di polvere. Ora erano due contro due. Ma Barbarossa stava soccombendo e Dago lo salvò, conficcando nella schiena dello strangolatore un altro picchetto di legno. Non si era curato dell’ultimo assassino sopravvissuto, che lo stordì con un pugno alla testa. Barbarossa era ormai salvo e ci pensò lui a eliminare l’ultimo strangolatore. Cinque corpi giacevano a terra. Privi di vita. Dago e Barbarossa, malconci, ma vivi, si guardarono intorno.

“E così ti devo la vita, cristiano. Ora chiamo le mie guardie e…..”

Non lo fare, non puoi fidarti di loro. Non sia quanti fossero nel complotto. Devi fuggire sa un’altra via.”

“Mostrami la strada”

“Te la mostrerei con piacere, ma vedi, cammino a stento a causa delle ultime torture. Dovri portarmi.”

“Io, portare te? Dimentichi con chi stai parlando?”

“Con un idiota pedante che presto sarà morto, se continua a pensare alla sua inutile dignità.”

Dago e il suo sarcasmo fecero riflettere il Beylerbey.

“Bel discorso, schiavo. Hai ragione. Ed ora sbrighiamoci. Forse sono un idiota, ma voglio continuare a rimaner vivo.”

I due si allontanarono furtivamente dalla polveriera. Non potevano passare per l’accesso principale e Dago decise di passare per la cloaca, direttamente collegata alla polveriera e  abbastanza larga per consentire la fuga ai due uomini. Barbarossa si era caricato a spalle Dago e doveva sopportare pure l’odore sgradevole della fogna.

“Maledetta sfortuna! Non potevo farmi salvare da uno schiavo più magro? Pesi come un bue!”

“Ringrazia il cielo. Eccelso signore. Meglio avere sulla schiena le mie chiappe che un coltello!”

I due raggiunsero finalmente la strada e Beylerbey potè allertare la sua guardia. Hafar fu subito tratto in arresto con altri complottatori e Dago fu condotto nelle stanze reali, per essere curato e rifocillato.

Dago fu disteso lungo un comodo lettino e giunsero i medici. Barbarossa, dopo aver condotto personalmente la cattura dei suoi nemici, lo andò a trovare.

“ Ti devo la vita e so pagare i miei debiti. Questo giorno ha cambiato il mio destino”

“Certo, rispose sorridendo Dago, anche la mia vita è cambiata. Da oggi potrò vantarmi del fatto che il grande barbarossa mi è servito da cavalcatura”.

“Credo che andremo d’accordo, Dago. Sempre che non ti faccia tagliare quella lingua insolente. Riposa ora. Devo andare a fare giustizia”

Dago era entrato nel palazzo principale di Algeri. Con addosso ancora l’odore di schiavo e violenza, ma si sentiva più vivo che mai. La sua sete di vendetta l’aveva ancora una volta ben consigliato. La furia che lo alimentava, era intatta.

Trascorse qualche giorno. Algeri aveva conosciuto la furia del Barbarossa. Hafar e tutti coloro collegati al capo della polveriera furono giustiziati. Dago era ancora ospite a palazzo, esi stava riprendendo velocemente. Vestiva ora nuovi abiti, eleganti, quasi da principe. Barbarossa gli dimostrava tutta la sua riconoscenza. Ma il pirata non si fidava. Raccolse quante più informazioni su quel misterioso schiavo e i suoi timori su Dago aumentarono. Il veneziano era alle prese con un dottore, quando il Beylerbey entrò nella stanza.

“Dago, ti devo la vita e tutti sanno che Barbarossa conosce la gratitudine. Ma allo stesso tempo sei un grave problema. Non sei solo un volgare schiavo. Ho saputo che sei stato alle dipendenze di Hussein Bey, il mio nemico. Mi è giunta voce che l’hai addirittura salvato. Per non parlare di Orbashà……”

“Uno schiavo non deve lealtà che a se stesso. Non rinnego nulla, erano miei amici.”

“Bah, in tutti i modi sono in debito con te, ma chi aiuta i miei nemici gioca con la morte.”

“Già, ma non sono stato mica io a volere la tua morte!”

“Basta con filosofia. Ti faccio grazia della libertà, ma non posso nemmeno mandarti in giro a raccontare tutto quello che sai su di me e i miei eserciti. Ecco, ti manderò a servire il sultano a Costantinopoli.”

“Il sultano? Molto astuto, così mi farai diventare un rinnegato e non potrò tornare al mio paese.”

“L’alternativa è farti giustiziare come traditore”

Dago rimase in silenzio. Era costretto a servire il sultano. Non aveva alternative. Il colloquio fra i due fu interrotto da un servitore.

“Signore, il nobile Kalandrakis è arrivato”

Dago impallidì. Un lampo gli attraversò il viso. Kalandrakis, uno dei bastardi che avevano distrutto la sua famiglia. Subito la rabbia s’impadronì del veneziano e la sua mente cominciò a progettare come assassinare il levantino.

Kalandrakis il greco era personaggio importante ad Algeri. Informava Barbarossa su Venezia, soprattutto sulle flotte e gli armamenti. Abile banchiere, aveva credito in tutta Europa e Beylerbey lo teneva in grande considerazione. Per Dago sarebbe stato difficile eliminarlo. Dago si teneva nascosto nelle sue stanze anche se Kalandrakis non lo conosceva. Decise di agire quella notte stessa. Aveva pensato un piano folle, ma proprio perché tanto folle aveva probabilità di riuscita. Fece pervenire a Kalandrakis tramite il suo servo fedelissimo un documento in cui chiedeva il suo intervento per un lavoro delicato da fare a Venezia. Questo lavoretto sarebbe stato generosamente ricompensato. Il luogo dell’appuntamento  era presso i giardini del palazzo, che facevano da contorno a una grande piscina. Kalandrakis, spinto dalla sua avidità, andò all’appuntamento, sicuro di sé e senza sospettare nulla. Una luna giallastra illuminava la superficie dell’acqua. Kalandrakis era in orario, ma il suo misterioso interlocutore tardava. Ma non dovette aspettare più di tanto. Una voce alle sue spalle, proveniente dall’acqua sussurrò il suo nome.

“Salve Kalandrakis, salve assassino.”

L’uomo si voltò di scatto, e sentì le forti braccia di Dago prenderlo al polpaccio. Kalandrakis finì in acqua. Non capiva, chi era quell’uomo che l’aveva assalito? Dago lo teneva saldamente. Nell’altro mano il coltello.

“Tu chi sei? Come osi?”

“Sforza la memoria, mio buon levantino. Torna indietro di qualche anno. Ti dice niente il nome di Marco Dandolo?”

“Si, una famiglia di Venezia massacrata. L’unico cadavere che non è stato ritrovato è stato quello di……no, non puoi essere Marco Dandolo. E’ morto!”

“In questo hai ragione, Kalandrakis. Quello che hai davanti non è più Marco Dandolo, ma Dago lo schiavo alle cui domande risponderai in fretta. Dimmi, cosa è successo dopo lo sterminio della mia famiglia?”

Kalandrakis era terrorizzato. In balìa di Dago e fissava il lungo coltello

“Si sono trovate delle lettere che attestavano la complicità di tuo padre con il sultano. Lettere false naturalmente.”

“ E dove sono i tuoi complici?”

“Ahmed Bey è tornato a Costantinopoli, il principe Grimani è ora Doge. Quanto a Leonardo Caravelli…si è impossessato della fortuna dei Dandolo spartendola con Grimani.”

“Si è sposato?”

“Si, con Ortensia Morosini”

Dago aveva perso tutto. Ora veramente gli restava solo la vendetta. La mattina seguente Kalandrakis fu trovato cadavere. Sulla sue fronte una scritta incisa con il coltello: Dandolo. Barbarossa non capiva. Il servo del levantino non proferì parola. Forse aveva intuito, ma preferì non dire nulla a Barbarossa. A osservare dall’alto la scena ai bordi della piscina, Dago, che si teneva dietro una tenda, per evitare di essere visto dal servitore del greco. Il suo sguardo era gelido e penetrante. Il servo ebbe un sussulto. La sua schiena fu attraversata da un brivido. Uno strano senso di paura lo colse. Alzò improvvisamente lo sguardo, ma non vide nessuno. Dago aveva iniziato la sua vendetta.

L’indomani il veneziano salpò per Costantinopoli. Il viaggio fu lungo. Mare, tanto mare. Ma la città turca fu come una visione per i suoi occhi. Rimase senza parole. Lui, l’uomo più misterioso e sinistro del creato, fissava quella visione da sogno che era Costantinopoli.

Descrizione di Costantinopoli con quello che rappresentava all’epoca.

Dago doveva presentarsi dal Gran Visir Ibrahim, braccio destro del sultano. Una delle persone più potenti e crudeli dell’impero. Descrizione di Ibrahim.

Il rinnegato cristiano fu condotto nella residenza del Gran Visir. Una lettera del Barbarossa inviata al gran visir traboccava di elogi. Ibrahim chiese a Dago perché, dato che era considerato tanto speciale, Barbarossa se ne fosse privato.

“Non capisco, tanto bravo e allontanato da Algeri?”

“Il Beylerbey mi teme. Non sapeva se uccidermi o allontanarmi e mi doveva la vita”

“Sempre più affascinante. Il grande Barbarossa, terrore dei cristianità, ti teme. Mi sembra assurdo, non ti pare?”

Dago si chinò a raccogliere qualche cosa in terra

“Hai mai visto ragni velenosi in questo palazzo?”

Non finì la frase e gettò quello che aveva preso contro Ibrahim che ebbe un sobbalzo e gridò.

“No, il ragno……ma…….. è solo un po’ di terra….ti burli di me?”

“No, ma pensa. Tu, Ibrahim, l’uomo più potente dell’impero ottomano, ti sei spaventato per un pugno di terra. Assurdo, vero? Io ero terra di fronte a Barbarossa, ma lui ha temuto che fossi un ragno velenoso e non ha voluto rischiare. Logico, no?”

Dago si allontanò e ritornò negli alloggi provvisori all’interno del palazzo del Gran Visir che gli erano stati assegnati. Ibrahim chiamò un consigliere a cui fece una precisa richiesta. “ Voglio che il rinnegato cristiano entri nella mia guardia personale di giannizzeri fin d’ora. Voglio sapere se è terra o ragno.”

I giannizzeri. Dago ne aveva incontrati diversi negli  ultimi anni e ora ne avrebbe fatto parte.

 

L’addestramento dei giannizzeri avveniva in un clima di rigida disciplina. I ragazzi erano sottoposti a grandi fatiche in strutture scolastiche estremamente spartane ed erano per questo chiamati acemi oglan (scolari stranieri). Obbligati a rispettare il celibato, così da non avere alcuna remora sul campo di battaglia, i giannizzeri erano forzatamente incoraggiati alla conversione all’Islam Lo scopo di tale addestramento era la costituzione di una compagine militare professionistica obbligata alla lealtà, dietro vincolo di schiavitù; il Sultano era considerato padre di ogni soldato.

Conducevano una vita monastica e isolata. Erano un vero e proprio ordine cavalleresco

In cambio della loro lealtà e del loro fervore in guerra i giannizzeri guadagnarono molti benefici.

Ecco, Dago sarebbe diventato uno dei giannizzeri del Gran Visir in persona, ma doveva rinnegare la sua religione. Ora per tutti era il rinnegato.

Fin dall’inizio Dago rifiutò di mischiarsi con gli altri giannizzeri. Non parlava, non si univa ai gruppi. Passava ore a guardare il vuoto, perso in pensieri tormentati e segreti. Nel cortile delle armi si guadagnò in fretta il rispetto o la paura dei compagni. Era più odiato che amato, ma era dannatamente abile e bravo. Nei primi mesi presso il Gran Visir, Dago ebbe modo di mettersi in mostra, dimostrando una lealtà insuperabile. Ibrahim sapeva che il rinnegato era un personaggio scomodo, ma vedeva in lui anche l’incorruttibile che avrebbe potuto salvarlo e garantirlo in più di un’occasione. E aveva ragione. Il braccio destro di Solimano era in aperto contrasto con la favorita del Sultano, Roxelana. Donna di origini ucraine finita nell’harem e diventata la favorita. Addirittura

divenne moglie legale ufficiale del sultano, facendo di Solimano il primo imperatore ottomano ad essersi sposato.  Questo rafforzò la propria posizione nel palazzo fino a farla diventare uno dei personaggi più autorevoli a Costantinopoli e a porla come principale avversario di Ibrahim nella corsa al potere. In questo scenario Dago si trovò direttamente coinvolto, in quanto fu subito notato dalla bella Roxelana. Quell’uomo, così temibile e spietato poteva essere lo strumento per disfarsi di Ibrahim. Ma Dago, fedele al Gran Visir, non stette al gioco ed eliminò i cospiratori. Roxelana non era nella lista, ma fu chiaro  a tutti chi era a capo del complotto. Ora anche Dago era fra gli acerrimi nemici della moglie del Sultano. Il rinnegato era ormai a pieno titolo nei giannizzeri d’oro di Costantinopoli. Certo non era ben visto dai suoi compagni, ma si faceva rispettare. Era sempre trincerato nel proprio ostile silenzio, nel disprezzo glaciale. In lui c’era una brutalità che superava perfino i sogni dei giannizzeri. La sua divisa era completamente nera. Indossava un mantello bianco con un turbante nero sormontato da una  punta di metallo tipica del corpo dei giannizzeri. Alla vita una vistosa fascia rossa in cui era inserita la sua daga, amica inseparabile. Una scimitarra completava il suo armamento.

La dura attività di allenamento quotidiana che Dago e i giannizzeri sostenevano, fu interrotta dalla notizia della guerra imminente. Si, il Sultano voleva la guerra. I paesi cristiani limitrofi erano l’obiettivo per poi arrivare fino a Vienna. Solimano cercava la gloria e sognava battaglie. Il suo esercito immenso poteva garantirgli i suoi obiettivi. Il gran visir Ibrahim non era contento di tutto ciò. La guerra portava solo sprechi, morti, dolore e caos. Per di più Roxelana ordiva intrighi per guadagnare il potere. Ma Solimano era inamovibile. Ibrahim cominciò i preparativi per l’avanzata verso Occidente. Povero Ibrahim, la sua amicizia con Solimano gli aveva garantito un’immensa ricchezza e potere, ma spesso non condivideva le mire del suo sultano. Ma l’amicizia era talmente grande, che cercava in tutti i modi di soddisfarlo. Conosceva Solimano fin da piccolo e non sarebbe mai stato capace di deluderlo.

Il Gran Visir era greco di nascita, nato nella città di Parga.  Venne venduto come schiavo, all’età di sei anni, per essere impiegato a lavorare nel futuro palazzo del Sultano ottomano, padre di Solimano.  Lì fece amicizia con Solimano (figlio del sultano), che aveva la sua stessa età, e pian piano scalò i gradi della scala gerarchica nel palazzo, divenendo falconiere del sultano. Le sue promozioni furono così veloci che ad un certo punto chiese al sultano di non promuoverlo troppo spesso per evitare gelosie negli altri dipendenti. Impressionato dalla sua modestia, Solimano gli giurò che non sarebbe mai stato messo a morte durante il suo regno. Dopo essere stato nominato Gran Visir, continuò a ricevere molti regali dal sultano, ed il suo potere fu assoluto. Fra i molti titoli, era anche ufficiosamente noto come “il più bell’uomo dell’impero.” Sposò anche la sorella di Solimano. Ibrahim Pascià si fece costruire il più bel palazzo di Costantinopoli, una costruzione fatta soprattutto per difendersi dai suoi numerosi nemici. Era un maestro della diplomazia, e le guerre non gli piacevano le guerre. Tutti gli stati europei gli riconoscevano questa dote e lo chiamavano Ibrahim il magnifico. Un servo del sultano, ma soprattutto un amico di cui ciecamente fidarsi. E Solimano lo sapeva bene. La spedizione militare non andò molto bene. L’inverno era alle porte e ben presto, la facile avanzata dell’esercito turco fu pesantemente rallentata dalle intemperie e dal terreno prima reso fangoso dalle piogge e poi coperto dalla neve. La gloriosa spedizione che doveva portare alla conquista di Vienna si fermò quasi subito. Dago con i giannizzeri e tutto l’esercito turco tornarono dopo pochi mesi.

Il rinnegato si presentò direttamente al Gran Visir. Ibrahim lo stimava molto. L’incorruttibilità di Dago era nota in tutto l’impero. Voleva che il giannizzero nero diventasse il suo braccio destro. Gli offrì titoli e denaro che l’avrebbero reso uno degli uomini più potenti a Costantinopoli. Dago inizialmente non accettò. Era orgoglioso con il cuore di un carnefice e non gli importava nulla di  privilegi e ricchezze. Questo il Gran Visir lo sapeva bene. Ma era onesto, non avido. Merce rara nell’impero dei mille complotti. Ma Ibrahim Pascià non si fermava di fronte a nulla. Tanto meno a un diniego del fido Dago. Era maestro nel preparare trappole per il raggiungimento dell’obiettivo. Fece così anche con il rinnegato.

Preparare paragrafo per il convincimento di Dago

 

Il Gran Visir lo inviò per i vasti possedimenti del suo impero. Dago portava il sigillo imperiale al dito, oggetto che gli dava diritto di vita e di morte su tutti i sudditi di Solimano. Il rinnegato iniziò così il suo lungo viaggio. Un anno dopo Dago tornò a Costantinopoli. Innumerevoli le sue gesta.

Inserire brevi flash con i personaggi incontrati

Cercò di portare giustizia, eliminare i signorotti locali, e la sua fama crebbe a dismisura. Il giannizzero nero, il rinnegato era diventato famoso in tutto l’impero per la sua onestà e forza.

Il Gran Visir lo attendeva nell’ampio salone dei ricevimenti del suo palazzo. Ibrahim alzò lentamente il capo verso quella figura nera, sempre terribile.

“Dago, sei tornato. Sono lieto di vederti.”

“Non lo credo, Visir. Ma non vale la pena di discuterne. Sono tornato e basta. Missione compiuta. Ecco, ti restituisco il tuo sigillo. Non mi serve più. “

Si voltò e se ne andò, senza degnare di uno sguardo Ibrahim Pascià.

Nelle settimane che seguirono, Dago trascorse ore al porto. Silenzioso e lugubre, guardava quel bosco di sartìe e fiutava il profumo delle spezie e dei mondi che c’erano al di là delle acque. Venezia su tutte. Si sentiva soffocato, a corte Roxelana lo voleva morto e non era ben visto dagli altri giannizzeri. Prima o poi l’avrebbero ucciso. Ma aveva ancora dei conti da saldare a Venezia. Una sera, tornando alla casa che aveva potuto permettersi grazie ai favori del Visir, uno dei servi al suo servizio lo informò che una persona lo stava attendendo.

“Benvenuto, Padrone. Il nobile signore ti aspetta.”

“Il nobile signore? Di chi parli?”

Dago attraversò velocemente la sua casa e nel salone, ad occupare la sua poltrona favorita, c’era lui, il vecchio nemico amico di Barbarossa.

“Ah Dago, impagabile piacere rivederti. Sei sempre magro e duro. E con tutto questo nero,ancora più sinistro. Non hai ancora scoperto il piacere di sorridere?”

“Tu, Khaireddin, una vera sorpresa…….però non se è gradevole. Cosa vuoi?”

Bevi una coppa di vino e piantala di essere scortese. La tua orrenda personalità non migliora eh? Ho bisogno di te, semplicemente, ad Algeri.”

Dago non esitò un attimo. Poteva allontanarsi dalla soffocante Costantinopoli.

“Quando si parte?”

“Appena la mia galera è carica di rifornimenti.” Il Beylerbey non credeva ai suoi occhi. Il rinnegato aveva subito accettato.

Dago fu ricevuto con tutti gli onori ad Algeri. Amico personale di Barbarossa, era altrettanto rispettato e temuto. Come erano cambiate le cose dall’ultima volta. Era uno schiavo, ora un uomo ricco, giannizzero d’oro e ospite d’onore ad Algeri. Ancora non era a conoscenza dei piani che Barbarossa aveva per lui. Sapeva che si preparava una guerra. Il porto era pieno di navi da guerra. La flotta più grande del mondo si preparava a salpare alla volta delle coste cristiane per devastarle e saccheggiarle. Ma non pensava che si sarebbe unito alla guerra. Trascorse qualche giorno e Barbarossa lo mandò a chiamare.

“Ho una missione per te.”

“Sapevo che tramavi qualche cosa. Finalmente ora saprò.”

Barbarossa lo accompagnò nei sotterranei del suo palazzo. C’erano molte segrete. I due si fermarono di fronte a una di queste, guardata a vista da due guardie e chiusa con un pesante portone di ferro. Barbarossa aprì personalmente la segreta e ne mostrò il contenuto a Dago.

“Guarda, dovrai fare in modo che questo oro giunga a destinazione.”

Di fronte a loro vari forzieri pieni di monete d’oro.

“E’ un tesoro immenso. Dove deve andare’”

“Nelle mani di Francesco I di Francia.”

Dago ebbe un sussulto.

“Allora è vero che tu e lui avete firmato un’alleanza segreta.”

“No, lui e il sultano. Ora il nostro nemico si chiama Carlo V di Spagna. Francesco è in guerra con lui. E’ un uomo mica male. Realista, astuto. A differenza dello spagnolo, fanatico religioso e con un sogno imperiale. Non si può trattare con lui”

“Ti fidi di Francesco”

“Assolutamente no! E’ capacissimo di tenersi l’oro e di far decapitare i miei inviati.”

“Ehi, il tuo inviato pare che sarò io.”

“Appunto. Dovrai trovare un modo per garantirti la vita e l’uso corretto dell’oro. Come vedi un’impresa degna del tuo talento, mio buon rinnegato.”

“mmmm ha l’aria di un suicidio”

“Non essere retorico. Sei sopravvissuto a tanto, vuoi non sopravvivere a un semplice re francese?”

Dago nutriva molti dubbi sulla sua missione. Il Beylerbey lo mandava a farsi ammazzare. Lo attendeva la morte o il fallimento. Che bastardo. Ancora una volta lo aveva beffato. Ma non c’era tempo per i rimpianti. Aveva voluto lasciare Costantinopoli. Si era fidato di quel pirata e ora era in ballo. Quella stessa notte, una galera fu caricata di nascosto. Un gruppo fidato di giannizzeri accompagnava il rinnegato. La Francia li aspettava.

A sette anni, Solimano fu mandato a studiare scienze, storia, letteratura, teologia, e tecniche militari nelle scuole del Palazzo di Istanbul e già da giovane iniziò e mantenne una stretta amicizia con Pargali Ibrahim Pascià, uno schiavo che sarebbe diventato uno dei suoi più seguiti consiglieri. Le prime esperienze di governo di Solimano furono quelle di governatore di svariate province, le più importanti Bolu nell’Anatolia del nord e, nel 1509, la terra natale della madre, Caffa, in Crimea, già colonia genovese e porto strategico per il commercio degli schiavi prelevati dalle steppe russe per essere inoltrati verso l’Egitto mamelucco. Tre anni dopo si era trasferito a Magnesia, dove ancora si trovava quando salì al trono.

Agli inizi del regno di Solimano, Istanbul contava 400.000 abitanti, e alla fine del XVI secolo erano quasi raddoppiati (700.000). In Europa occidentale nessuna città raggiungeva la stessa popolazione, Londra ne contava 120.000 e Parigi circa un terzo. La città era ingrandita da un afflusso ininterrotto di popolazioni che vi si insediavano sia volontariamente sia perché portate dai sultani che sceglievano nei territori di nuova conquista i migliori operai e artigiani per abbellire la propria capitale.

Per imporre i propri diritti, Solimano dovette combattere contro un’infinita serie di avversari. La forza del suo sultanato era basata sulla funzione cruciale del corpo di fanteria dei Giannizzeri (dal turco yeni çeri, “Nuova truppa”). Questi venivano reclutati forzatamente fra i giovani cristiani, obbligati nei primi secoli del sultanato al celibato, affratellati dalla tradizionale aderenza a una stessa confraternita religiosa che era la Bektashiyya. I Giannizzeri, considerati l’élite dell’esercito ottomano, non potevano avere altra occupazione o fonte di reddito che non fossero quelle derivanti dal mestiere delle armi e la loro inattività in tempo di pace faceva aumentare i rischi di disordini. La necessità di tenere occupati i Giannizzeri può aiutare a comprendere il perché della frequenza delle campagne militari ottomane e anche la prima decade del regno di Solimano fu di conseguenza un periodo di intensa attività bellica.

Protagonista per eccellenza della dinastia che, conquistando Costantinopoli, l’aveva resa per molti versi erede dell’impero bizantino, Solimano fu conquistatore di nuove terre, amministratore di immensi possedimenti, innovatore nel campo della giurisprudenza (il laqab turco era infatti Qānūnī, ossia “Legislatore”), patrono delle arti e poeta lui stesso, Solimano meritò l’appellativo di Magnifico, attribuitogli dai grandi sovrani occidentali.

Written by dago64

June 19, 2011 at 7:45 pm

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Il rinnegato V – Orbashà

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Orbashà (prima stesura)

Dago con gli altri schiavi camminavano a seguito della carovana di beduini a cavallo. Era praticamente impazzito. Non smetteva più di cantare e gridare. I predoni del deserto non ne potevano più e cercarono di zittirlo. Uno scese da cavallo e tentò di imbavagliarlo, ma venne brutalmente morso. Allora gli altri beduini scesero dai cavalli. La lunga colonna si bloccò e si accese una rissa gigantesca fra Dago e alcuni beduini. Il veneziano ebbe il sopravvento, ma da dietro, sopraggiunse un altro cavaliere, il capo dei beduini che lo colpì pesantemente al capo con un bastone. Dago perse i sensi. Il beduino dalle vesti blu scuro su un cavallo bianco bardato ordinò ai suoi di risvegliarlo e legarlo.

“Ecco fatto, furie di Allah. Ecco sconfitto il nemico che non riuscivate a vincere e voi sareste dei guerrieri? Bah, mi fate pena.”

Gli rispose un beduino anziano, con due baffoni bianchi, quasi a rimproverarlo.

“Sei stato molto duro, Orbashà. E questo non è il momento di seminare il malumore fra i tuoi uomini. Qualcuno di loro potrebbe ascolare il richiamo di Mustafà Bey.”

“Osi discutere le mie decisioni, Saud? Taci o……”

“Non gridare con me, Orbashà. Ti ho tenuto sulle ginocchia. Ti ho pulito il naso. E ora giochi al terribile capo con me? Smettila o ti prendo a pedate.

“Non voglio litigare con te, vecchio caprone. La tua età ti protegge. Non colpisco le mummie!”

“Allah non è stato generoso con tua madre, quando le ha fatto partorire un asino con il cervello di un cammello!”

“Va bene, va bene,” disse ridendo Orbashà. “Piuttosto  si sa qualche cosa di Mustafà Bey?

“Continua a raccogliere uomini. Ha chiamato giannizzeri e mercenari dall’Anatolia. Prepara le truppe e questo non mi piace.”

“Mmmm, Mustafà è astuto, non so, mi pare ci stia preparando qualche sgradita sorpresa.”

I due beduini a capo della colonna diedero l’ordine di fermarsi a bivaccare. La sera era arrivata. Gli schiavi furono riuniti presso delle vicine rocce. Sfamati e abbeverati. Dago cercò di capire in quali mani fosse finito. Seppe da un compagno di sventura, catturato prima di lui, che gli schiavi catturati dal terribile Orbashà, venivano venduti sulla costa a Tripoli o a Tunisi. Orbashà era invincibile a detta di molti. Rideva sia del Barbarossa che di Costantinopoli. Era libero come il vento. Uno dei beduini lanciò una pietra contro Dago e gli gridò di uscire dal gruppo.

Il veneziano fu condotto all’accampamento, verso la tenda più grande al centro. Nella tenda, ad attenderlo, Orbashà e Saud, distesi su ampi cuscini di seta rossa a mangiare frutta e carne arrosto. Orbashà lo invitò a sedersi con loro.

“Vieni, schiavo. Ho una lunga notte davanti a me e poco sonno. Mi sono ricordato di te e mi sono detto che potevi intrattenermi.”

“Dammi da mangiare e sarai intrattenuto.”

“Serviti, e parlami della tua gente, del tuo paese.”

“Sono uno schiavo, lavoro sotto la frusta e so sopravvivere. Sono merce in mano a Orbashà. Questa è la mia vita, il mio ieri, il mio oggi e il mio domani.”

“Non è molto, in cambio del mio cibo.”

“Neanche il tuo cibo è gran cosa. Ho sentito dire che il terribile Orbashà non ha tempo per mangiare. Ma è evidente che dipende dal livello dei tuoi cuochi.”

“Parli con cultura, ironia e amarezza. Si sente che non sei una bestia in catene come quelle che vendo solitamente.  Se non vuoi parlare, parlerò io. Guardami. Sono il re del deserto. Sovrano degli spazi vuoti. Mio padre era Caid di Fez. Ma eravamo arabi in un impero di turchi. Così Barbarossa ha incaricato un cane assassino di eliminarci. Un cane che si chiama Mustafà Bey.”Orbashà continuò il suo racconto, con tono sempre più greve. “Una notte la mia casa è stata incendiata. I miei fratelli e le mie sorelle uccisi. I miei genitori sono morti nel fuoco e il nome della mia famiglia marchiato di infamia per l’eternità. Riuscii a scappare nel deserto e a diventare Orbashà, il fulmine della morte.”

Dago continuava a mangiare senza curarsi di quanto diceva Orbashà.

“Hai udito la mia storia?”.

La risposta fu un solenne rutto. Tonante.

“Ah ah ah, “ rise il beduino. “Mi piaci sempre di più, non meriti la schiavitù. Convertiti all’islam e diventi uno dei miei uomini.”

“Ho già una religione, caro il mio principe del deserto. E non do la fedeltà a nessuno, tanto meno a un imbecille che sta per essere ucciso!”

“Che vuoi dire? Non capisco.”

“Gli schiavi sono osservatori. Da qualche minuto non sento le sentinelle e guarda qui, dov’è la tua scimitarra. Non ci sono armi sotto questa tenda. Ti hanno tradito e secondo me, manca poco alla tua morte.”

“Stai delirando. Chi oserebbe……”. Orbashà si volse a guardare Saud, l’amico anziano fidato.

“Saud, perché piangi?”

“Sono stato io, Orbashà. Ti ho tradito. Io ho indicato la nostra posizione agli assassini. Ho fatto sparire tutte le armi. Ti ho tradito, non per cupidigia o fame di potere. Barbarossa ha fatto rinchiudere mio figlio nelle sue terribili prigioni. Ti prego, ho troppa vergogna. Uccidimi”

A queste parole un gruppo di sicari fece irruzione nella tenda. Scimitarre alla mano si scagliarono contro Orbashà. Ma non avevano fatto i conti con Dago, che lanciò un vassoio contro uno degli assassini. La scimitarra cambiò velocemente di mano e Dago, con la maestria dello spadaccino che era stato, colpì ripetutamente uccidendone tre in rapida sequenza. Orbashà completò l’opera. Sangue ovunque, Dago lasciò cadere la scimitarre e raccolse un coscio a terra e continuò a mangiare.

“Fatto, Orbashà. Io lo schiavo, ti ho salvato. A te il compito di uccidere il tuo amico”.

“Orbashà prese la scimitarra.”

“Saud……”

“Hai sentito lo schiavo? Lui è saggio e realista. Tienilo vicino. Ti servirà. Ed ora fai quello che va fatto. Senza esitare.”

Un colpo sordo interruppe il pasto di Dago. Saud era morto. Ora era lui il nuovo consigliere di Orbashà.

Nei giorni seguenti Orbashà osservò attentamente Dago, il suo nuovo guerriero. Non era avido, un combattente perfetto, senza emozioni. Ma c’era qualche cosa in lui che lo spaventava. La sua disumnità. Una specie di morto vivente uscito dalla tomba. Dago ora indossava le vesti dei beduini. Un abito blu con una vistosa fascia rossa alla vita. Il tipico turbante di questi guerrieri del deserto e nelle sue mani, l’immancabile scimitarra. C’era animazione nell’accampamento. Mustafà Bey si era messo in marcia con mille Giannizzeri e tremila cammellieri egizi. La sua carovana si snodava per miglia e miglia. Aveva cominciato la caccia a Orbashà.

Mustafa Bey era un uomo metodico, pratico. Non aveva il fisico del guerriero. Usava logica e buon senso. Era molto intelligente in battaglia e intendeva sconfiggere definitivamente Orbashà, che imperversava nel deserto, danneggiando il commercio del Barbarossa. Era in evidente superiorità numerica. Ma voleva evitare uno scontro diretto precoce. Ordinò di inquinare tutte le oasi della zona. In tal modo avrebbe costretto Orbashà alla resa o a un attacco frontale. I beduini, intanto, si erano mossi. Orbashà non aveva molto probabilità di sopravvivere. Senza acqua, in inferiorità numerica, gli rimaneva solo una morte onorevole. Dago non si perse d’animo. La sua fredda logica e capacità fu di nuovo un aiuto prezioso. Consigliò a Orbashà di attaccare le colonne di carri pieni di provviste per l’esercito di Mustafà. Avrebbero affamato i soldati turchi. Nei giorni successivi diversi assalti di sorpresa distrussero molti dei centri di vettogliamento di Mustafà. I beduini mordevano e fuggivano. Mustafà non potè più attendere. Divise l’esercito in due grossi gruppi per manovrare direttamente contro l’accampamento di Orbashà  e chiuderlo in un’operazione  a tenaglia. I cammellieri egiziani potevano muoversi a grande velocità nel deserto. La piccola città di Birka era la base delle operazioni di Mustafà. I generali del turco si riunirono per preparare l’intera operazione. Dago, travestito da contadino assieme a Orbashà, si trovava proprio nella cittadina, per carpire utili informazioni e portare a termine un piano per bloccare definitivamente Mustafà. Nel tentativo di entrare nel vasto accampamento di Mustafà, Orbashà si fece scoprire. Immediatamente fu dato l’allarme. Accorsero le guardie e i due si trovarono accerchiati. I due cercarono di fuggire verso i cavalli, ma i soldati erano troppi. Dago, allora, coprì la fuga di Orbashà e mentre il capo beduino fuggiva a cavallo, il veneziano continuò a combattere. Orbashà potè vedere solo Dago sopraffatto dai soldati. Mustafà volle subito al suo cospetto il beduino catturato. Voleva sapere l’esatta posizione di Orbashà per annientarlo. C’era poco tempo, i viveri scarseggiavano e aveva bisogno di una rapida vittoria. Dago non disse nulla e venne portato in una camera per la tortura. Mustafà si mise subito in marcia contro Orbashà, anche se non conosceva esattamente la sua posizione. Gli esploratori di Mustafà trovarono tracce dei beduini e l’intero esercito turco si mosse alla caccia dell’odiato arabo. In pieno deserto, l’impensabile accadde. A decine cominciarono a stramazzare a terra, morti, sia i cavalli che i cammelli. Ben presto la lunga colonna rimase appiedata. Tutte le cavalcature erano state avvelenate. Orbashà e Dago erano riusciti nell’impresa. Birka era lontana. I 5000 soldati non avevano abbastanza acqua per tornare a piedi. Il sole era insopportabile. Dalle alte dune apparvero i guerrieri blu di Orbashà. Ma non attaccarono subito. Attesero, e al tramonto dell’esercito di Mustafà non rimaneva che qualche sventurato quasi morto di sete. Furono tutti trucidati. Solo Mustafà fu risparmiato. Orbashà aveva un debito con un amico e voleva ricambiare. I beduini non erano d’accordo. Il nemico giurato era nelle loro mani e ora dovevano risparmiarlo? Orbashà si era messo contro la sua gente, contro i capì tribù per salvare Dago. Ma i suoi uomini non glielo permisero. Il mattino dopo Mustafà fu trovato decapitato. Il consiglio dei capi tribù aveva deciso la morte del turco. Orbashà non poteva mettere la lealtà davanti al bene delle tribù beduine. La sera stessa fu convocato il consiglio dei capi beduini. Orbashà non si era arreso. Voleva trovare il modo di salvare l’amico. Dago era rinchiuso a Bikra, un’autentica fortezza. Certo, l’esercito di Mustafà era solo un ricordo, ma la guarnigione poteva contare su robuste mura e cannoni. Il consiglio dei capi beduini ascoltò attentamente le parole del loro condottiero Orbashà. Si discusse, e tanto, rischiavano di perdere molti uomini. Molti non capivano l’ostinazione di Orbashà, potevano trovare bottini più a buon mercato.

“Sapete che non vi ho mai nascosto la verità e vi parlo con il cuore in mano. Voglio salvare il cristiano che mi ha salvato la vita. E’ mio amico, solamente questo, è un mio amico. Cosa faresti al mio posto, Raschid?”

“L’amore dell’uomo per la donna impallidisce e cala come la luna. L’amore per l’amico è eterno, come la parola del profeta. Se tu non fossi capace di bruciare mezzo mondo per aiutare un amico, non saresti l’uomo che ho seguito per anni senza esitare. E sia. A Bikra.”

La grande tenda del consiglio risuonò al grido di battaglia dei capi beduini. Le scimitarre sguainate, le lame rosse alla luce delle candele già reclamavano il loro tributo di sangue.

Intanto Dago era prigioniero in una delle celle della città di Bikra. Era impossibile scappare. L’unica uscita era una robusta porta di legno, guardata costantemente da una guardia e chiusa con un pesante lucchetto. La luce penetrava da una piccola apertura, ma non era sufficiente a illuminare l’intera cella, dove una decina di schiavi attendevano il loro destino. Dago aveva fatto amicizia con il medico delle prigioni, schiavo anche lui, che quotidianamente visitava tutti gli schiavi per verificare le loro condizioni e se erano in grado di essere avviati alle galere in qualità di rematori. Quello era il destino di Dago, beffardamente gli si profilava un nuovo inferno su una galera turca.

Una mattina, durante il solito giro d’ispezione, il medico fu assalito.

“Sei un maledetto boia, ci vuoi mandare alla morte.” Lo schiavo cipriota gridò all’indirizzo del medico e lo colpì con un pugno, gettandolo a terra. Altri lo presero a calci, ma in sua difesa intervenne Dago.

“Lasciatelo stare, lui è uno schiavo come noi!”

“Lo difendi, bastardo?”

Dago stese il cipriota con un calcio allo stomaco e lo colpì al volto ripetutamente. Sfidò gli altri ad avanzare. I suoi muscoli da incubo tesi allo spasimo, il sangue sulle sue nocche li fecero desistere. Il medico potè allontanarsi. Durante la notte, dalla piccola finestra sbarrata la voce del medico.

“Dago, avvicinati. Ascoltami bene. Il tuo gruppo sarà consegnato alla flotta di Algeri. L’unico modo per non andarci è ammalarsi.”

“Non sono malato”

“Dimentichi che sono medico, bevi questo e fidati.” Il medico gli porse una boccetta piena di uno strano liquido. Dago non aveva niente da perdere e la bevve tutta d’un fiato.

Il mattino dopo i soldati turchi fecero irruzione nelle prigioni e intimarono a tutti gli schiavi di uscire nel cortile. Dago non si reggeva in piedi dalla febbre. Batteva i denti. Il medico accorse e diagnosticò una terribile febbre. Mentre gli altri schiavi venivano condotti via, Dago rimaneva nella prigione, assistito dal medico.

Il piano per attaccare Bikra era pronto. Le alte mura delle città sarebbero state scalate da un piccolo gruppo di uomini. Eliminate le guardie e aperta la via d’accesso alla città, i beduini di Orbashà sarebbero penetrati sfruttando la sorpresa. Quella notte fu l’inferno per Bikra. La sorpresa fu totale. I soldati turchi furono tutti trucidati, la città saccheggiata. Il padrone di Bikra, Kerim Bey, fu sgozzato senza pietà. Orbashà corse verso le prigioni a liberare Dago.

“Sei pazzo, hai osato attaccare Bikra…”

“Osato? L’ho presa e non lascerò di lei una  pietra. Né creatura vivente.”

“C’è un amico che devo proteggere, Orbashà. Mi ha salvato la vita.”

Dago corse fuori nel cortile e cerco per le strette strade della città fortificata. Ad un tratto vide il medico. Trafitto da una lancia beduina. Dago lo osservò addolorato.

“Che ti succede, Dago? Perché guardi quel morto?”

“No, niente, pensavo di conoscerlo.” Dago non disse nulla al nuovo amico. Era il giorno della sua gloria. Non poteva deluderlo riguardo alla morte del medico. Dago, in silenzio, chiese perdono a quell’uomo che lo aveva salvato dalle galere del Barbarossa.

I beduini tornarono al campo per festeggiare. Un vecchio narratore ricordava la storia di Dago, ignara vittima di cani infedeli che magicamente era sopravvissuto alla daga del suo acerrimo nemico. La sua baraka, il suo destino non era quello. Allah lo aveva salvato e lo aveva condotto fra i beduini del deserto. La morte non era la baraka di Dago.

Il veneziano ascoltava e pensava. Ora le sue gesta erano leggenda. Al fianco del leone del deserto, Orbashà, aveva sconfitto il pericolo turco. Dago voleva lasciarsi andare. La sua testa gli scoppiava. Era bello stare con quei nuovi amici, liberi e fieri. Avrebbe potuto lasciarsi tutto alle spalle. La sua vendetta, aprire di nuovo il suo cuore. Una nuova vita davanti a lui. No, non era possibile. Troppo forte il suo desiderio di vendetta, troppo forte il suo bisogno di sangue. C’erano quattro morti nel suo futuro. Quella era la sua baraka.

Orbashà intendeva attaccare anche l’altra fortezza turca di Sidi Hadjed, per far capire ai turchi che il deserto gli apparteneva. Per far questo doveva attraversare il territorio dei Tuareg, i dimenticati da dio. Non accettavano alleanze. Erano nemici dei turchi e dei beduini. Selvaggi, spietati e senza dio. I Tuareg costituivano un’altra minaccia per i piani del leone del deserto. Dago, abile stratega oltre che abile guerriero, chiese il permesso di parlare con i Tuareg, voleva fare un tentativo per portarli dalla sua parte. Orbashà non capiva, non era un diplomatico, solo un gran combattente. Ma lo lasciò andare. Dago partì alla volta dell’accampamento Tuareg. Era un insediamento enorme. I Tuareg lo osservavano mentre entrava, ma in silenzio, senza un solo movimento. Un istante e un tuareg si lancia sul suo cammello contro Dago. Il beduino cristiano non si lasciò sorprendere e con un abile scatto sbalzò di sella l’avversario, uccidendolo senza pietà. Nessuno si mosse o parlò. Dago ruppe il silenzio.

“Sono venuto in pace. Porto le parole di Orbashà, il leone del deserto. Lui dice, devono i leoni combattere fra di loro mentre la jena ride? O sarebbe meglio unire le loro forze?”

“Pace?”, esclamò il capo tuareg con il volto semicoperto, si poteva scorgere solo due occhi penetranti e fieri. “Questa parola non esiste nel Fezzan. E’ da uomini col cuore di donna.”

“E queste sono parole senza cervello. Che piacere potresti ricavare dalla morte dei tuoi?”

“La morte è un timore da deboli. I Tuareg non la temono.” E a queste parole mise la sua mano nelle braci ancora calde. Dalla folla grida di ammirazione.

“Senti? E’ la voce del mio popolo, ma che ne sai tu, cosa può saperne un beduino cristiano?”

“So, so Oul Adouin.” Dago prese in mano i carboni ardenti e le lanciò all’indirizzo del capo tuareg.”

“Cane, ti faro uccidere!”

“Certo, a parole sei grande, morirò da guerriero per mano di un asino circondato da tutta la sua tribù.”

“Questo credi? Che io abbia bisogno dei miei fedeli? Preparate le siepi di acciaio. Ora vedremo il coraggio di ognuno di noi.”

Le siepi d’acciaio erano una prova di forza all’ultimo sangue. Nel terreno si conficcavano una serie di lame ricurve. Due uomini si disponevano di schiena rispetto alle lame e tiravano una corda. Chi avesse ceduto per primo, sarebbe finito sui ferri appuntiti. Adouin e Dago tiravano, tiravano. Nessuno cedeva. Il sole cominciava a calare e nessuno aveva ancora vinto. Poi, improvvisamente, all’unisono, i due uomini cedono. Si guardarono per un istante e poi, lentamente, le loro bocche si piegarono al sorriso, fino a scoppiare a ridere. La folla urlava i loro nomi in un canto di trionfo.

La mattina seguente al campo di Orbashà ci si preparava per l’attacco alla cittadella turca. All’orizzonte migliaia di guerrieri apparsero all’improvviso. “I Tuareg”, gridò un soldato. Alle armi. Ma dalla colonna si staccarono due uomini. Erano Dago e Adouin.

“Orbashà, fratello, ti presento un nuovo alleato, Oul Adouin. E’ un autentico guerriero che inorgolglisce chi combatte con lui.” Orbashà porse la mano al nuovo alleato e dalle dune i Tuareg lanciarono un immenso grido, seguito da quello dei beduini. Si poteva udire un solo nome: Dago, Dago, Dago. Lo schiavo aveva smesso di essere schiavo. Ormai era leggenda nel deserto. Il cristiano beduino, il cristiano Tuareg, l’uomo rinato nel deserto.

Sidi Hadjed, la città turca, non aveva speranze. La forza d’urto di beduini e Tuareg aveva ridotto a un cumulo di macerie la fortezza, ultimo avamposto turco nel deserto. Dago, Orbashà e Adouin la osservavano dalla duna, ormai rovina fumante. Si preparavano all’ultimo assalto.

“Un’altra città cadrà,”, disse Orbashà. “Ci sarà un altro immenso bottino. Barbarossa ululerà di rabbia.”

“E la popolazione?” Chiese Dago. “Non sono turchi.”

“Hanno accettato il dominio turco e ne pagheranno le conseguenze. Divideranno la sorte dei loro padroni.”

“Ci sono donne e bambini.”

“C’erano anche nelle tribù che i turchi hanno massacrato. La pioggia bagna tutti.”. Adouin annuì con il capo e aggiunse.

“Che ti succede, Dago, Il tuo sangue si è indebolito?”

“Il mio sangue è debole solo quando si parla di uccidere degli innocenti. E questa gente è innocente, qualsiasi cosa succeda. Le vittime esistono. Non c’è solo la vittoria!”

A capo della guarnigione di Hadjez, il comandante Hefaz Pascià. Sapeva che non avrebbero potuto resistere a un’altra carica. La morte lo attendeva. E così la sua famiglia. La sua donna, la sua sposa, gli aveva appena dato un bambino. E già doveva morire. No, non poteva permetterlo. Doveva fare qualche cosa. Inviò un messaggero turco  al campo beduino per una tregua che avrebbe consentito alle donne e i bambini di salvarsi. L’inviato di Hadjez non venne ascoltato. Era una richiesta fuori luogo a poche ore dalla definitva sconfitta. Dago non sapeva che fare. Era pieno d’odio, perché doveva importargli? La sua anima era persa, definitivamente. Oh no? Un dubbio lo attanagliava. Poteva ancora riscattare la sua anima persa? Poteva mettere da parte il suo rancore per salvare degli innocenti? Queste domande meritavamo risposta. Disse al messaggero che l’avrebbe seguito fino dal suo padrone. Di fronte alle mura di Hadjez, ad attendere il ritorno del messaggero, Hefaz Pascià. Dago lo guardò in silenzio. La luna era spettrale, dispensatrice di morte. Due uomini di mondi diversi si scambiarono silenti occhiate. Hefaz riconobbe subito l’uomo cristiano, ormai leggenda nel deserto.

“Tu sei il beduino cristiano, perché sei venuto?”

“Perché non hai chiesto pietà e immagino che non sia stata la paura a spingerti a chiedere una tregua. Dimmi, perché?”

“Tra quelle mura c’è mio figlio. Nato da poco. E altri come lui. Donne che non hanno colpe potrebbero morire domani. Mio figlio. Tanto fragile e lo amo tanto. Ho chiesto pietà per lui e per gli altri innocenti.” Il suo sguardo era fisso nel vuoto. Un solo desiderio gli era rimasto. La disperazione era ormai la sua compagna. Dago lo ascoltò in silenzio e pensò quanta ingiustizia c’era a causa della stupida crudeltà degli uomini. Perché gli innocenti devono soffrire? Perché? Perché? Con queste domande Dago fece ritorno al campo, deciso a fare qualche cosa, almeno per Hefaz.

Una nuova alba su Hadjez. L’ultima che potevano vedere i suoi difensori. Ben presto, in nome di Allah o qualsiasi altro dio, un nuovo massacro sarebbe stato compiuto. I Tuareg e i beduini non faticarono molto a vincere l’estrema resistenza della città. Dago con il consigliere di Orbashà, Raschid, si allontanò furtivamente dal combattimento sulle mura e si diresse verso un’entrata secondaria della città, che Hefaz gli aveva lasciato libera e aperta che conduceva ai sotterranei. Qui, ad attenderlo, Hefaz Pascià e la famiglia. Raschid estrasse la scimitarra, ma Dago lo fermò.

“Calma, Raschid. Hefaz non è qui per fuggire. Vuole garantire una via di fuga per la sua sposa e il figlioletto.”

“Grazie Dago, sapendo che porterete in salvo lui e la mia sposa, combatterò senza paura di morire con i miei uomini. Lotterò come nessuno ha mai fatto, sperando che un giorno mio figlio ne sentirà parlare.” Raschid si occupò di accompagnare la donna e il figlio, mentre Hefaz si allontanava verso l’ultima battaglia. Dago si fermò un attimo a contemplare quello che aveva fatto. Si sentiva in pace con la sua coscienza. Un fragore lo riportò alla realtà della guerra. I turchi avevano minato la città e la volta del sotterraneo crollò sommergendo Dago di macerie. Raschid si voltò indietro, senza vederlo più. “Dago è morto.” Pensò. “Vieni, donna. Almeno tu e il bambino dovete sopravvivere”.

Sugli spalti l’ultimo manipoli di difensori turchi guidato da Hefaz moriva eroicamente. Il comandante turco fu l’ultimo a perire, più volte colpito, più volte rialzatosi, dimostrò tutto il suo valore. L’ultimo pensiero fu per il figlio, ormai salvo. La città era presa, ma la gloria fu effimera per Orbashà e Adouin. I rinforzi turchi chiamati da Hefaz in precedenza, stavano avanzando velocemente. Gli esploratori beduini in avanscoperta ne avevano dato l’annuncio. Poche ore e migliaia di giannizzeri turchi si sarebbero riversati nella piana di Hadjez. Orbashà e Adouin non poterono far altro che ritirarsi. Non poterono recuperare nemmeno il corpo di Dago, dato ormai per morto.

Arrivarono a mezzogiorno, un paio d’ora dopo la fine della battaglia per Hadjez. Ovunque morti e distruzione. Orbashà aveva ancora una volta trionfato. I soldati si misero alla ricerca dei superstiti. Nei sotterranei, l’attenzione di due giannizzeri fu attratta da delle pietre che si mossero. Ne spuntò un braccio. Afferrarono il braccio e tolsero le pietre che coprivano quel povero corpo martoriato. Dago era ancora vivo!

“E’ un beduino”, esclamò un soldato.

“No,” disse l’altro. “E’ un cristiano vestito da beduino. Un uomo di Orbashà. E’ un miracolo che sia ancora vivo.”

“Un miracolo, dici? Per lui sarà una maledizione.”

Dago fu incatenato. Ma non sembrava preoccuparsi di quello che succedeva al suo corpo, coperto di sangue e sporco. Il suo pensiero andò a quella piccola creatura che aveva salvato. Aveva salvato la sua anima. L’indomani la colonna turca con Dago in catene ripartì alla volta di Ghardaia.

Written by dago64

June 19, 2011 at 7:43 pm

Posted in Il Rinnegato