Mauro Faina's blog

School Adventures

Il Rinnegato – II capitolo definitivo

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II capitolo – Schiavo

La stiva della nave aveva un odore terribile. Il buio intorno a Dago. A fargli compagnia lo squittìo dei topi e il rumore delle catene. Gemiti di dolore, di rassegnazione provenivano dagli angoli scuri di quel posto dimenticato da dio. Rimaneva solo la rabbia a sostenere quel giovane dagli abiti eleganti, ma ormai logori e strappati. Il suo passato di ricco giovane veneziano era lontano. Era prigioniero di pirati a bordo di una galeotta diretta chissà dove. Il Mediterraneo occidentale era da tempo preda dei nuovi pirati mori provenienti dal Nord Africa. Prima Arouj poi il fratello Kheyr-ed-din avevano fatto di quel mare la loro riserva di caccia. Dago faceva parte di un nuovo bottino di schiavi da vendere al mercato di Algeri, la capitale e residenza dei temuti fratelli Barbarossa. Gli infedeli cristiani catturati erano semplicemente merce da rivendere.

 

“Schiavo?”, rimuginava, “ No, fuggirò e tornerò a Venezia e quei bastardi pagheranno.”

 

I suoi desideri di vendetta lasciarono ben presto spazio all’incertezza della destinazione e alla sua nuova condizione di schiavo. In preda a questi pensieri, circondato da relitti umani e da un terribile fetore, Dago si addormentò. Al suo risveglio Dago si ritrovò accanto a un uomo di mezza età, stanco, ma con gli occhi pieni di vita. Una casacca verde a coprire il corpo magro e smunto. Una lunga barba contornava il suo volto. Un semplice codino dei capelli secondo la moda turca scendeva lungo la testa pelata. L’uomo osservò Dago.

 

“Smettila di pensare a ciò che pensi, cristiano. E’ troppo evidente e i turchi sono maestri nel notare queste cose. Sanno trattare e capire gli schiavi.”

 

“Io non sono uno schiavo, vecchio!”, gli rispose Marco accecato dal furore. Sono Marco Dandolo e….”

 

“Qui non sei niente, stupido. Prima lo capirai, meglio sarà per te. Come ti ha chiamato il turco? Ah si, Dago, vero? Sei Dago e siine felice. Hai perfino un nome. Un lusso raro per uno schiavo”. Il tono del vecchio, pacato e gentile, rasserenò per un attimo Dago.

 

“Tu non sembri molto preoccupato….”

 

“Perché dovrei esserlo? Sono stato schiavo degli albanesi finchè sono riuscito a fuggire. Poi sono caduto in mano ai cristiani a Famagosta…prigioniero per cinque anni. Poi sono fuggito di nuovo solammente per essere ricatturato dai pirati mori. Eccomi qui ora.”

 

Dago lo osservò incuriosito e interessato. Forse questo vecchio pieno di risorse poteva fare al caso suo.

 

“Come ti chiami?”

 

“Selim”

 

“Ehi, Selim, forse tu ed io potremo fuggire. Mi sembra che tu hai molta esperienza da vendere”

 

“Prima voglio vedere i nostri padroni. La schiavitù potrebbe essere piacevole.”

 

“Sei pazzo? Come può essere piacevole la schiavitù?”

 

“No, sei troppo giovane per capire. Lo schiavo è un verme, certo, senza futuro e senza dignità. Ma è necessario. Anche il leone ha dei pidocchi. E se il leone è grasso, i pidocchi vivono bene, vedrai!”

 

 

Trascorsero alcuni interminabili giorni scanditi dal lento procedere della galeotta. La stiva era sempre avvolta nell’oscurità e solo all’ora del rancio si poteva intravvedere la luce del sole che filtrava attraverso la botola che permetteva l’accesso. L’odore di escrementi umani era insopportabile e l’umidità si faceva sentire nelle ossa. Vermi e pidocchi la facevano da padroni. Una persona amica poteva alleviare l’orrore e lo schifo e così Dago ebbe modo di approfondire la sua conoscenza con Selim, che aveva attraversato mezzo Mediterraneo e affrontato mille avventure. Soprattutto sembrava un profondo conoscitore dei pirati mori e delle loro abitudini. Dago voleva sapere tutto di quel mondo a lui tanto estraneo.

La galeotta pirata fece diverse soste lungo la rotta che l’avrebbe riportata nelle coste del nordafrica, base del Barbarossa. Solo in quelle occasioni era permesso a Dago e gli altri schiavi di camminare e respirare all’aria aperta lungo il ponte, ma sempre incatenati e sotto il vigile controllo dei pirati mori. La traversata continuò per diverse settimane. Il caldo era sempre più insopportabile. Molti prigionieri agonizzavano. Dago aveva sempre lo sguardo perso nel vuoto e solo i discorsi con Selim lo distraevano dai suoi desideri di vendetta. Una mattina il grido dei gabbiani e un’assordante confusione proveniente dall’esterno svegliò bruscamente i due compari. Un colpo sordo contro lo scafo della nave e il rumore delle catene dell’ancora che veniva gettata erano segnali di una nuova sosta. Si sentiva troppa confusione. Non sembrava il solito porticciolo per la sosta.

Dago guardò con aria interrogativa Selim. I dubbi dei due furono presto interrotti dall’ improvvisa apertura della botola. Una luce accecante illuminò quel putrido buco. Un pirata moro ruggì.

 

“Fuori, vermi! Fuori tutti”.

 

Lentamente quelle figure barcollanti si alzarono e in fila indiana salirono gli scalini della nave. Rumore di tavole smosse e tintinnìo di catene ad accompagnarli. Appena sul ponte della nave, un pesante colpo di frusta colpì la schiena di Dago.

 

“Muoviti, cane! C’è il carico da portare a terra”

 

“Ora io….”

 

“Buono,” la mano ossuta, ma ferma del vecchio Selim lo bloccò da qualsiasi reazione. “Hai detto che ho esperienza, no? Allora lascia che ti insegni alcune cose pratiche, che evidentemente ignori.”

 

Dago desistette immediatamente da ogni reazione e prese una cassa da scaricare.

 

Il sole era già alto . Il porto era un via vai di marinai, schiavi e soldati. Da ogni angolo, grida e schioccare di fruste. Intorno a quelle carni torturate alle prese con il carico delle navi, turbanti di seta a formare un giardino multicolore. Diavoli di un giardino infernale, da cui provenivano solo comandi e colpi di frusta. Selim osservò attentamente e disse a Dago.

 

“Ecco, la città del Barbarossa, il porto dei pirati mori: Algeri.”

 

 

 

Dago e Selim non potevano certo soffermarsi a contemplare il porto di Algeri, quell’angolo d’africa ricco e capitale del Nord Africa. Dovevano scaricare la nave sotto lo sguardo vigile e minaccioso dei loro aguzzini. Ad accompagnarli lo schiocco delle fruste. Uno fra le guardie meglio vestite gridò con veemenza.

 

“Svelti, svelti”.

 

Una flebile, ma ferma voce di uno schiavo rispose seccamente al comando.

 

“Non mi toccare con quella frusta!”

 

“Cosa mormori, immondo verme? Se hai qualche cosa da dire, parla a voce alta. Hussif si interessa ai latrati dei suoi cani.”

 

Con sorpresa di Dago, Hussif vestiva si abiti turchi, ma aveva chiari lineamenti occidentali.

 

“Ehi, ma quell’uomo è un occidentale”.

 

“Già,” gli confermò il vecchio Selim“Ci sono molti rinnegati fra gli uomini di Barbarossa. Hanno abbracciato l’Islam. Cambiano nome e sono peggio dei turchi. Guardati dalla jena che corre tra i lupi, Dago.”

 

Hussif si avvicinò allo schiavo che aveva osato rispondergli.

 

“Allora? Hai qualche cosa da dire, schiavo?”

 

“Allontanati da me, bastardo di un rinnegato!”.

 

Lo schiavo tentò di colpire Hussif, ma venne immediatamente bloccato da due guardie turche.

 

“Tenetelo stretto, credo sia giunto il momento di dare la prima lezione”.

 

La scimitarra di Hussif brillò al sole di Algeri e con un deciso e rapido movimento, piombò sul collo dello schiavo. La testa rotolò sul ponte, il liquido rosso schizzò ovunque. Il corpo ormai senza vita dello schiavo, con un tonfo sordo cadde sul ponte della nave.

 

“Imparate la lezione e vivrete un po’ di più, schiavi. Da qualunque posto voi veniate, scordate chi siete e ciò che avete lasciato. Ora siete ad Algeri e qui i padroni siamo noi. Non abbiamo pazienza e questa è la punizione per coloro che osano ribellarsi. Tenetelo a mente”.

 

Gli schiavi osservarono in silenzio. Dago tentò di frenarsi, cercando di seguire il consiglio del suo nuovo amico.

 

“Ehi, tu hai capito cosa ho detto?”, Hussif si rivolse proprio al giovane veneziano.

 

“Si, ho capito quanto dici, padrone.”

 

Il tono fermo e senza esitazione lasciò perplesso Hussif.

 

“Non lo credo, schiavo. Ma ti concedo il beneficio del dubbio. Oggi la mia sete di sangue è stata placata. Al lavoro!”

 

Dago prese la cassa e percorse la passerella fra la nave e il porto. Il suo lavoro di schiavo era iniziato. Algeri gli aveva dato il benvenuto.

Algeri, fortezza sul mediterraneo, base dei corsari arabi e capitale del regno di Kheyr-ed-din, fratello di Arouj, che era riuscito a consolidare la posizione dei pirati turchi nel mediterraneo, vero flagello di qualsiasi galera si avventurasse in mare aperto. Carlo V nel 1518 aveva inviato una spedizione di diecimila veterani per ridurre il potere di Arouj. Nella battaglia che seguì vicino Algeri, Arouj trovò la morte. Primo di una potente tribù islamica e grande soldato, il pirata aveva un fratello minore che riuscì nell’impresa di mantenere il regno costruito dal fratello e stabilire una grande alleanza con Solimano. Il suo nome era Khizr, ma era noto ai musulmani sotto il nome di Kheyr-ed-din e ai cristiani sotto quello di Barbarossa. Il pirata e condottiero seppe unire alla scienza militare e all’audacia, la prudenza dell’uomo di stato, ciò che lo portò dal livello di semplice capo pirata alle cariche più alte dell’Islam. Algeri era la capitale del Barbarossa. Il nido dei pirati mori, in guerra perenne contro Carlo V. Da qui partivano le galere che razziavano e terrorizzavano le coste dell’Europa meridionale. L’incubo del mediterraneo.

 

Dago era prigioniero di questo incubo. Alcuni giorni erano trascorsi dal suo arrivo ad Algeri e lui e Selim avevano avuto modo di provare le fatiche dello schiavo e la frusta di Hussif. Il loro crudele padrone. Un mattino, si presentò al porto un cavaliere dal turbante nero. Lanciò un’occhiata attenta agli schiavi.

 

“Quanto valgono queste bestie, Hussif?”

 

“Poco, signore. Al massimo serviranno per la pesca delle sanguisughe. Le donne, poi, spaventerebbero anche il demonio.” Rispose il rinnegato con fare ossequioso.

 

“Ci penserà Abdul a rivalutarli. Domani portali al mercato e consegnali a lui. Certamente sarà capace di ricavarne un prezzo ragionevole.”

 

“Va bene, mio signore” rispose con reverenza Hussif. “Abdul potrà dimostrare di essere un mago potentissimo”.

 

Il cavaliere si allontanò e Hussif tornò ai suoi schiavi. Dago e Selim, come al solito alle prese con casse da caricare e scaricare, lo osservavano.

 

“Quel rinnegato, se potessi ucciderlo”

 

“Calma, Dago. Che ci guadagneresti? Ne troverai molti come lui e non puoi sterminare tutta la specie. Pensa alla tua pelle e a rimanere vivo. Il resto potrebbe essere molto pericoloso”.

Si, Selim riusciva a tenere a freno Dago, ma il giovane veneziano era sul punto di esplodere. Non poteva accettare quella nuova vita senza lottare, senza reagire. Una rabbia indescrivibile lo guidava.

 

Dago era spesso accompagnato dal desiderio di morte. Sembrava che solo la violenza potesse placare la sua sete . Era come un cane rabbioso pronto a mordere. Selim tratteneva a stento quell’uomo che voleva dispensare morte. Sapeva che prima o poi non l’avrebbe trattenuto dal commettere una sciocchezza.

 

Non c’erano feste nella vita degli schiavi. Solo fatica e dolore. Ogni giorno uguale all’altro, la fatica come unica compagna. Erano delle candele che lentamente si consumavano. Una mattina otto galeotte turche rientrarono al porto, di ritorno dalle razzie lungo le coste italiane. Erano piene di merci, ma soprattutto di schiavi. Fra questi una coppia, distinta e ancora sotto choc. Chissà dove erano stati catturati. Improvvisamente l’uomo si avvicinò a Hussif, che presiedeva come al solito l’arrivo dei nuovi schiavi.

 

“Signore, devo parlarti. Ho una grazia da chiederti.”

 

“Una grazia? Tu? Un bastardo cristiano? Torna al tuo posto, prima che ti faccia frustare a sangue.”

 

“Aspetta, o mio signore. Ho un diamante nascosto. Sarà tuo se farai in modo che mia moglie ed io possiamo rimanere insieme.”

 

“Mmmmm, un diamante.” Gli occhi di Hussif si accesero. “Questo potrebbe cambiare molte cose. Mostrami questo gioiello.”

 

“Ci lascerai insieme? Giuralo”

 

“Lo giuro, lo giuro, in nome di Allah. Ed ora mostrami quel diamante”.

 

L’uomo estrasse da una tasca nascosta all’interno della sua giubba un grosso diamante, di inestimabile valore a prima vista.

 

“Guarda, guarda, credevo vi avessero perquisito bene. Come lo hai nascosto?”

 

“Quando ci hanno catturato, l’ho ingoiato e poi l’ho nascosto per bene fra le mie vesti. Ero gioielliere. Ora mantieni la tua promessa.”

 

Hussif scoppiò a ridere, rigirando il diamante fra le sue dita.

 

“Ah ah ah, è vero la promessa. Soldati, portate quella strega al mercato del porto e vendetela. Non importa se il prezzo sarà basso. E portate via il suo uomo.”

 

Alle sue parole, il gioielliere si scagliò contro Hussif e il diamante rotolò per terra. Selim, pronto e lesto, lo raccolse e lo consegnò al rinnegato.

 

“Eccolo, nobile signore. Non abbassarti a frugare nella polvere.”

 

Mentre la coppia veniva portata via verso un orrendo destino, Hussif studiò il vecchio che aveva davanti.

 

Hmmm, vedo che sei veloce e furbo. Hai altre qualità?”

 

“Leggo e scrivo, mio signore. Parlo turco, greco, persiano e italiano. Sono veloce coi numeri. Mi chiamo Selim.”

 

“Bene, Selim. Domani presentati al mio segretario. Ti farà lavorare nei magazzini. E ricorda. So essere generoso, ma uso la frusta con chi non mi serve bene.”

 

Selim, in segno di gratitudine, s’inginocchiò. “Lo ricorderò, luce di Allah.” Dago osservò la scena e maledisse l’amico mille volte. Selim aveva cominciato le sue lezioni, ma Dago sembrava non capire.

 

“Miserabile verme! Dovrei romperti il collo!”

 

“Uufff sei insopportabile, giovane testardo cristiano. La tua istruzione richiederà tempo e pazienza. Lavora adesso. Risparmia il fiato per arrivare fino a sera.”

 

Altre ore interminabili fino a sera. Avanti e indietro, su e giù, da una stiva all’altra, da un magazzino all’altro, trasportando e scaricando i bottini di guerra delle navi dei pirati o le merci preziose di tutto il mediterraneo, che alimentavano il fiorente mercato di queste parti. Dago lavorava, lavorava, uno schiavo tra gli schiavi, una bestia tra le bestie. Nient’altro. La dolce laguna era lontana, il ricordo cominciava a svanire. Solo l’odio lo sosteneva. Finalmente arrivò la notte. Una tregua senza sollievo, con il silenzio rotto dai lamenti dei poveri uomini in schiavitù. C’è chi moriva nel sonno, senza accorgersene. C’è chi invece esalava l’ultimo respiro fra atroci grida. Dago si guardò attorno.

 

“Non reggeremo a lungo,” pensò.

 

La specie di dormitorio prigione degli schiavi si trovava a ridosso del porto. Una sola via d’accesso, mal controllata. Nessuno poteva fuggire da Algeri, tanto meno i cristiani. Non c’era galea che avrebbe aiutato un fuggitivo e il deserto impediva qualsiasi fuga via terra. Come giaciglio Il freddo e duro pavimento , come bagno un semplice anfratto seminascosto nell’edificio. Poca igiene e caldo asfissiante. Ci si ammalava facilmente di febbri che potevano condurre in breve tempo alla morte. Il riposo era spesso una tortura, ma l’alba era come una condanna. I minacciosi turbanti delle guardie giunsero come al solito al dormitorio degli schiavi imprecando e facendo roteare le fruste. Dago e Selim si alzarono precipitosamente nonostante le ossa doloranti per non ricevere qualche colpo di frusta. Hussif fece un cenno a Selim.

 

“Ehi, tu, bastardo. Devi lavorare nei magazzini, muoviti!”

 

“Arrivo, signore”, rispose Selim ancora mezzo addormentato. Il portone della casa dormitorio venne aperto per far uscire lo schiavo e un raccapricciante spettacolo gli diede il buongiorno

 

Poco distante, appeso a faccia in giù ad un palo, il corpo martoriato del gioielliere.

 

“Guardate schiavi!” urlò Hussif. “non minaccio invano.”

 

Alla vista del corpo, Dago venne assalito da una cieca follia. Malgrado le catene alle mani, si scagliò contro il rinnegato e lo buttò a terra, riempiendolo di pugni e calci. Hussif era già una maschera di sangue prima che due suoi sgherri potessero intervenire a bloccare il veneziano.

 

“Hai imparato, bastardo di un rinnegato?”, gridò Dago, “ Peccato non abbia potuto ucciderti.”

 

Hussif, con il volto pieno di sangue, dolorante per i colpi ricevuti, si rialzò.

 

“Ti sei tolto il gusto eh? Ora pagherai. Ti scuoierò vivo, ti farò pentire di essere nato.”

 

Selim osservava la scena a distanza e non potè far altro che condannare l’azione eroica, ma stupida dell’impetuoso Dago. Attirati dal trambusto, un gruppo di soldati a cavallo che scortavano un alto dignitario si avvicinarono al luogo dell’aggressione.

 

“Hussif, cane rinnegato, smetti di giocare con i tuoi pari, quando arrivo io.”

 

“Perdonami, nobile signore. Questa carogna mi ha aggredito selvaggiamente e……”

 

“Risparmiami la tua storia. Kheyreddin vuole avere subito il dono del sultano. Portalo personalmente a palazzo.”

 

“Lo farò, nobile signore.”

Un dono dal sultano. Barbarossa aveva giurato fedeltà a Solimano il magnifico e questo lo ricambiava con doni e privilegi. L’esercito turco e i pirati del Barbarossa costituivano un’armata invincibile per gli eserciti cristiani. I turchi avrebbero ben presto dominato l’Europa sia in terra che in mare. Uno scontro di due grandi civiltà si profilava all’orizzonte e il risultato non era certo. Barbarossa costituiva un grande aiuto alle mire del Magnifico.

 

Dago ebbe un attimo di tregua. Fu incatenato mentre Hussin a malincuore si affrettò verso i suoi magazzini, per recuperare il dono del sultano inviato al Barbarossa.

“Appena torno da palazzo, finirò ciò che ho iniziato, maledetto cristiano.”

“Io sputo su di te, assassino di gente inerme”.

 

Il volto di Dago era solo una maschera d’odio, un uomo ormai senza destino, ma che ancora combatteva per una causa giusta. La sua.

 

Il palazzo del Barbarossa si trovava al centro di Algeri. Elegante, ma non sfarzoso. Barbarossa amava le comodità, ma era uomo d’azione e non seguiva sicuramente le mode e i vizi di altri principi turchi. Coloro che entravano a palazzo sentivano un nodo di paura allo stomaco. Troppa gente non era tornata da quell’edificio. Voci calme e inespressive accolsero Hussif. Ma lui non ascoltava. Doveva solo onorare il suo sovrano Kheyreddin con l’oggetto di Solimano. Entrò in un grande salone che attraversò camminando lungo un tappeto rosso con devozione e paura. Davanti al trono del Barbarossa s’inginocchiò e porse con riverenza il cofanetto con il dono del sultano.

 

Davanti a Hussif si ergeva la figura imponente del re del Mediterraneo. Kheyr-ed-din. La sua statura era superiore alla media, il suo portamento maestoso; ben proporzionato e robusto; villosissimo, portava una barba folta e arruffata; le sue ciglia e sopracciglia erano assai lunghe e spesse. I capelli castani lucenti leggermente brizzolati. Un uomo forte, intelligente che si era dimostrato un abile diplomatico. Appena preso il potere alla morte del fratello Arouj, aveva inviato un’ambasciata a Costantinopoli per fare formale offerta della sua nuova provincia al Magnifico che non esitò ad accettare l’offerta di questo imponente territorio del Nord Africa. Il Barbarossa era umile vassallo del sultano con il titolo di Begleberg, governatore generale di Algeria. Era una specie di vice rè, certo sottoposto a Solimano, ma la distanza era sua alleata. Poteva organizzare il suo territorio come voleva, senza che Costantinopoli interferisse. Solimano era solito inviare presenti ai suoi fedelissimi. Questo regalo era un altro segno di riconoscenza. Barbarossa osservò l’oggetto e lo prese dalle mani tremanti di Hussif

 

“Il dono del sultano eh? Solimano fa bene a coprirmi di regali. Lui sa che Barbarossa è l’unico che possa fermare le flotte cristiane.”

 

Ma l’apertura del cofanetto rivelò una sorpresa.

 

“Ma che cos’è questo?” Barbarossa rovesciò la scatola e solo un pugno di sabbia ne uscì.

 

“Spiegamelo, Hussif. I sigilli sono rotti e il cofanetto è pieno di sabbia. Non credo che Solimano invii dono del genere.”

 

“Non capisco, signore, non l’ho nemmeno toccato e non ho rubato nulla.”

 

“So che non l’hai fatto, ma è evidente che non hai saputo custodirlo. Ora andrai a occupare il posto nel cofanetto, o almeno lo faranno le tue ceneri.”

 

 

 

La crudeltà di Kheyreddin era nota. Non tollerava gli errori. Chi sbagliava andava incontro alla morte.

 

Le guardie del Barbarossa non persero un minuto a incatenare Hussif e a condurlo verso il suo triste destino. Altro lavoro per il boia di Algeri. La scimitarra questa volta era per il rinnegato Hussif.

 

Al porto intanto, Selim e Dago, in un raro momento di tregua, osservavano il mare. Il vecchio aveva tra le dita sudice delle pietre multicolori.

“Osserva, mio giovane amico. Potrei comprarci un impero e solo uno stupido come Hussif poteva lasciare incustodito il cofanetto nei suoi magazzini. Queste pietre significano la morte per colui che le possiede. Ecco, diamole ai pesci così nessuno le troverà. Barbarossa ha molta memoria”

 

Lentamente i preziosi affondarono nell’acqua putrida del porto. Avrebbero potuto fare la fortuna di molti uomini. Ma ad Algeri avrebbero significato solo morte.

 

“Non capisco, Selim, perché l’hai fatto? Hai sacrificato ciò che avevi già ottenuto, un incarico sicuro e tranquillo con Hussif. Perché?

 

“Forse perché anche il saggio si sforza di essere tale. Forse perché non ho mai avuto un figlio”

 

“Continuo a non capire”

 

“Logico,” sorride il vecchio. “neanche io mi capisco bene. Ma sono soddisfatto. Oggi il pidocchio ha distrutto il leone. Non succede spesso.”

 

La mezzaluna tagliava in due il cielo e si rifletteva livida sulle acque del porto di Algeri. Un altro giorno era trascorso. Ma non era uguale agli altri. C’era una giustizia qualche volta su questo mondo. Due uomini non avevano perso tutte le speranze. Combattevano e vivevamo. Non avevamo futuro, ma non si volevamo arrendere.

Il giorno dopo, il sole salutò il giorno di mercato ad Algeri. Giorno di caos, di rumore, di nubi e di mosche sulle merci esposte. Grida ovunque, canti, imprecazioni. Cinguettio di uccelli proveniente dalle gabbie di legno. Tintinnio dei sonagli dei cavalli di tiro. Dago e Selim attendevano di essere venduti. Hussin era ormai un ricordo. Non si sentiva nell’aria la sua frusta con sollievo di tutti. Ma quegli uomini sapevano di far parte di quelle merci. Assomigliavano a quegli uccelli nelle gabbie di legno. Erano in vendita. Arrivarono ai margini del grande mercato presso un grande spiazzo. Da un lato gruppetti di possibili compratori li osservavano interessati. Al suono delle fruste gli schiavi furono allineati. Dago si tratteneva a stento, stringeva i pugni e fremeva. Non era questo il comportamento adatto per salvarsi, ma Selim aveva deciso di essere paziente con il suo figlio adottivo. Un maestro doveva esserlo.

 

“Ora studieremo i compratori. Dobbiamo sceglierci bene il padrone.” Gli sussurrò Selim

 

“Scegliere? Noi?” Gli rispose incredulo Dago.

 

“Si, Dago, ora cerco di farti capire. Vedi quel grasso turco? I suoi schiavi al seguito sono magri e malvestiti. E’ un avaro. Se ti guarda durante le offerte, fissalo con durezza, lo offenderai e non ti comprerà. Quel vecchio, invece non è niente male. I suoi schiavi sono curati, e pare anche in buona salute. Se offre denaro per te, sorridi!

 

Il discorso di Selim fu interrotto da Abdul, l’abile venditore che con la frusta in mano, attirava l’attenzione di tutti i mercanti intervenuti.

 

“Osservate amici, il meglio nel regno del nostro signore Barbarossa. Schiavi forti, capaci di lavorare dall’alba al tramonto. E a prezzi modici.

 

Fra i possibili compratori, nobili di tutte le specie. Dalla tenda di una portantina con le tende rosse, un braccio fasciato e maleodorante fece un cenno verso una schiava cristiana.

Intanto Ibrahim, noto mercante di Algeri, osservava le dentature e quando fu il turno di Dago, si ritrovò con una falange spezzata dal morso terribile del veneziano. Un grido risuonò per il mercato. Ibrahim sanguinava. Selim osservava la scena preoccupato.

 

Di nuovo il tendaggio della portantina si aprì e il braccio fece un altro cenno ad indicare Dago.

 

“Venduto al nobile Piris Baja. Solo un saggio come lui poteva apprezzare il valore della merce senza badare ai piccoli dettagli della cattiva condotta. Allah lo benedica.”

 

Abdal tirò un sospiro di sollievo, aveva evitato inutili ripercussioni.

 

“Dio ci protegga,” esclamò uno schiavo. “E’ lui, Piris Baja, il lebbroso!”

 

Selim non perse tempo. Non voleva abbandonare Dago. Fece un passo avanti e guardò con ammirazione e soddisfazione all’indirizzo della levantina di Piris. Abdal ignaro della manovra di Selim, continuò la sue vendita.

 

“Ecco a voi un geniale conoscitore di tante lingue. Legge, scrive e fa di conto. Un eccellente organizzatore.”

Di nuovo l’inquietante braccio indicò il vecchio. Anche Selim farà parte degli acquisti di Piris, il lebbroso. I nuovi acquisti furono condotti verso la portantina di Piris Baja e il suo seguito. Non si perse tempo. La carovana si rimise in marcia, seguita dagli schiavi e dalla scorta. Selim e Dago avevano un nuovo padrone. Le voci del mercato erano ormai un ricordo. Un nuovo destino, oscuro e misterioso li aspettava. La dimora di Piris non era così vicina. Fra gli schiavi si mormorava almeno un giorno di marcia nella sabbia, sotto il sole cocente. Al tramonto, Dago e Selim poterono vedere all’orizzonte un palazzo. La residenza di Piris Baja, il lebbroso!

 

“Pare che ci siamo,”mormorò Selim. “Evidentemente Piris Baja non ama vivere in città”

 

“Comprensibile, con il suo puzzo la spopolerebbe in un’ora.”

 

Gli schiavi vennero accompagnati in una grande costruzione adiacente le stanze del nobile Piris. Il sovrintendente scelse proprio Dago e Selim per il primo incarico. Un grande calderone pieno d’acqua troneggiava nella stanza. Sotto un forno di pietra a scaldarlo. Uno schiavo si occupava del fuoco, l’altro lo alimentava e un paio portavano le otri d’acqua su per la scalinata fino al grande pentolone.

 

“Lavorerete qui, cani. Il nobile Piris Baja ha bisogno continuamente di acqua calda per combattere i dolori della sua terribile malattia”

 

I giorni successivi furono un autentico inferno. Il lavoro si fece sempre più ossessionate. Il lebbroso aveva bisogno sempre più di acqua calda. Dago e Selim erano addetti al fuoco e non avevano un momento di tregua. Il caldo era infernale. Il vapore insopportabile. Pochi i momenti di pausa e in uno di questi, Dago e Selim assistettero allo spettacolo preferito di Piris, i combattimenti fra lottatori professionisti fino alla morte. Due uomini possenti lottavano nel cortile del palazzo, il sangue delle ferite bagnava la sabbia. Scene di violenza inaudita si presentarono agli occhi del veneziano, rumore di ossa rotte, arti spezzati fino ad assistere al massacro finale di uno dei due contendenti. Dago, forse esausto dal lavoro, non riuscì a starsene in silenzio di fronte al bagno di sangue, ignorando le raccomandazioni di Selim.

 

“Maledetto assassino! Chi si diverte a uno spettacolo simile merita di marcire all’inferno!”

 

Dal balcone la mano bendata strinse la tenda bianca e si fermò un attimo. Poi si ritrasse.

 

“Sei pazzo? Non hai imparato nulla? A che ti serve sfidare chi è più forte di te?”

 

“Non potevo sopportare. E’ stata una morte selvaggia e stupida”

 

Selim sospirò. Dago si era firmato la condanna a morte. Non c’era pietà per coloro che i ribellavano al volere di Piris. Qualche minuto e una delle guardie condusse Dago dal lebbroso.

 

Le stanze al secondo piano del palazzo erano piene di profumi. L’aroma dell’incenso ovunque. Ma a fatica coprivano quell’odore spaventoso, di putrefazione, proveniente dalla camera da letto di Piris. Due soldati ordinarono a Dago di entrare. Alla vista del nobile, Dago ebbe un sussulto. Davanti a lui il volto devastato dalla lebbra. Un occhio coperto di croste, un naso ormai inesistente. E le bende a coprire il resto del corpo. Dago rimase sconvolto da tale visione

 

“Oh, mio dio!” Esclamò il veneziano.

 

“Avvicinati, Cristiano. Ti faccio orrore? E’ logico. Sono orribile. Un morto vivente. E ciò mi fa odiare tutto quanto è vivo. Come te. Ti ho sentito, vorresti che io marcisca all’inferno. Sai, le mie ossa, la mia carne, già sono prede dell’inferno. Ma non ci andrò da solo. Molti mi accompagneranno e tu sarai uno di questi. Guardati. Sei bello, possente, invincibile. Voglio divertirmi a vederti morire lentamente fra mille dolori. Combatterai contro il mio lottatore indù più forte, potrai salvarti la vita solo se riuscirai a ucciderlo. Ma ho molti dubbi in merito. Andrai prima tu all’inferno, bastardo di un infedele. Portatelo via e preparatelo per lo scontro.”

 

Altri schiavi entrarono nella stanza e versarono acqua calda nella grande vasca da bagno in cui Piris era immerso. Le guardie portarono Dago nel cortile, dove avrebbe affrontato il lottatore indù. L’avversario di Dago era ora di fronte a lui. Era imponente, praticamente imbattibile. Dago non ebbe nemmeno il tempo di prepararsi allo scontro. Il lottatore lo afferrò brutalmente, colpendolo ripetutamente al volto e allo stomaco con il famigerato nuki kokutsi, una specie di ferro con lunghe punte applicato sulle nocche. Dago sembrava perduto. Dal balcone le grida di incitamento di Piris all’indirizzo del suo campione.

 

“Uccidilo. Uccidi quel maledetto cristiano. E’ giovane e sano! Perché deve vivere mentre io muoio? A morte!”

 

Dago era ormai sulle ginocchia. Bisognava fare qualche cosa per salvarlo. Selim si defilò dalla scena del combattimento e dalla stanza dell’acqua, prese un’anfora e la riempì di uno strano acido, usato per la pulizia dei pavimenti. Altamente corrosivo. Furtivamente salì le scale fino alle stanze di Piris. Si unì agli altri schiavi in fila per versare l’acqua. Qualche istante e potè entrare. Con fare gentile si rivolse al lebbroso.

 

“Altra acqua calda, mio signore?”. “Certo, che aspetti?”

 

Selim non perse tempo e versò il contenuto velenoso dell’anfora nella grande vasca d’oro. Nell’acqua una strana vita. Bollicine e gorgoglii. Piris fu avvolto da una nuvola di vapore assassino e si perse nell’acqua della vasca con un grido acuto di dolore. Selim aprì la tenda del balcone e annunciò la morte del nobile lebbroso.

 

“Solo Allah possiede la verità! Il nobile Piris Baja è morto! Il profeta ha finalmente accolto la sua anima. Finalmente ha smesso di soffrire.” Tutti si guardarono increduli. Il malvagio signore era morto. Finalmente.

L’annuncio ebbe un effetto immediato. Il lottatore indù, prossimo a finire Dago, smise di combattere e diede la mano al suo avversario. Le guardie corsero a incatenare gli schiavi, pronti ad accogliere i prossimi cambiamenti. La maledizione era finita. Dago, malconcio, ma vivo, fu condotto in una stanza per essere medicato. Ad accoglierlo Selim.

 

“Selim, sei stato tu?”

 

“Sei un pessimo schiavo, Dago. Ti sei salvato di nuovo, ma non so per quanto potremo continuare. Sei troppo impulsivo.”

 

“Selim, grazie”

 

“Chiudi il becco. Pensa che domani torneremo ad Algeri. Troveremo un nuovo padrone.”

 

Selim aveva ragione. Quella inquietante dimora in mezzo al deserto non aveva più ragione di esistere. I fedeli di Piris non avevano sostentamento e avrebbero dovuto per forza tornare sulla costa alla ricerca di un nuovo padrone. Ma tutto sommato fu un sollievo per tutti. La cieca rabbia di Piris era finita.

Gli schiavi, prima dell’alba, vennero radunati e incatenati. Erano pronti a tornare ad Algeri. Il palazzo in mezzo al deserto sarebbe stato ben presto una rovina dimenticata.

La carovana fu accolta dalla voce del Muezzin che si alzava nell’alba grigia, acuta e solitaria a cantare la gloria di Allah, pietoso e amato. I minareti di Algeri dominavano imponenti sulla città. All’orizzonte il sole stava nascendo. Allah è grande. Ma gli schiavi non sapevano nulla di questa grandezza. Sapevano solo che il nascere di un nuovo giorno significava per loro una maledizione. Un lavoro massacrante, le frustate, la possibilità di morire ad ogni istante. Qualcuno ci provava a reagire, mosso dall’orgoglio. Ma le guardie avevano ordini precisi. Ogni tentativo, anche piccolo, di ribellione, doveva essere punito con la morte. Gli schiavi che sapevano frenare e controllare la loro rabbia, sarebbero vissuti certamente più a lungo. Dago sembrava aver capito la lezione. Si rivolse con fare sottomesso alle guardie che lo presero in consegna con il fidato Selim. Le riempì di elogi e si prostrò di fronte a loro. Aveva imparato. Certo, non era stato difficile. Se al cattivo alunno toccava la morte, ogni altra alternativa era benvenuta.

 

Il tempo passava. Dago e Selim erano stati assegnati a un nuovo lavoro. Dovevano fare pesanti lavori di manutenzione immersi fino alla cintola nell’acqua. Un colpo di tosse richiamò l’attenzione di Dago.

 

“Non stai bene, Selim?”

 

“Alla mie età non si sta mai bene, Dago. Siamo castelli che crollano senza bisogno di arieti”

 

“Stasera parlerò con il capo perché ti faccia riposare qualche giorno”

 

“Splendido. Sei sempre un povero illuso. Chiedigli che ti abbassi anche la luna. Hai le stesse probabilità di udire un si.”

 

Dago si sentì come non mai impotente. Non poteva far nulla per aiutare l’amico, e trascorse il resto della giornata a pensare il da farsi. Scese la sera. Finalmente il riposo. Selim sputava sangue. I polmoni non gli reggevano. Mai come adesso si sentiva alla fine del suo tribolato cammino. Dago vegliò per tutta la notte il vecchio. Ne ascoltava i lamenti sommessi, una lotta disperata contro la morte. I poveri ripari in cui erano sistemati gli schiavi non permettevano alcun tipo di cura.

 

La mattina seguente Dago provò con un’estrema richiesta alle guardie.

 

“Selim ha bisogno di riposo, signori. E’ possibile?”

 

“Mmm, sembra che il vecchio non durerà molto. Allora che si riposi mentre sposta le pietre dal fondo del mare. In marcia e silenzio.”

 

Ormai rassegnato, Dago aiutò l’amico ad alzarsi.

 

“Ehi, miserabili cani”.

 

Un soldato in alta uniforme richiamò l’attenzione delle guardie.

 

“La nostra barca si è arenata vicino alla riva. Ho bisogno di braccia forti. Portate quei rifiuti per disincagliarla.”

 

Le due guardie lo guardarono con disprezzo. “E chi ci sarebbe su quella barca per consentirti di urlare così, figlio di una scimmia lebbrosa?”

 

“Il Beylerbey. Ti basta, verme?”

 

“Il……..perdonami, nobile amico. Come potevo sapere? Io…”

 

“Chiudi quella cloaca che hai per bocca e muoviti. Il Beylerbey non è paziente.”

 

Alcuni schiavi vennero radunati e condotti verso la vicina spiaggia, dove, poco distante dalla riva, una massiccia imbarcazione giaceva arenata. Dago era fra loro. Il gruppo di schiavi si posizionò intorno alla barca e il veneziano lanciò un’occhiata a bordo. Il sangue gli si gelò. Barbarossa in persona. Un grande turbante con un prezioso diadema copriva la testa del pirata di Algeri. Indossava un prezioso abito blu sormontato dal mantello con una fascia rossa a cingere la vita. Una lunga barba rossiccia, curata e morbida, gli adornava il viso.

 

“Per questo i guardiani sono tanto spaventati,” pensò Dago.

 

Guidati dalle guardie, gli schiavi tentarono di disincagliare la barca. Ma il giovane veneziano non partecipava. Un rapido movimento e senza che gli altri se ne resero conto, inclinò pesantemente la barca. Barbarossa cadde in acqua come un sacco di patate. Dago chino sul pirata allungò una mano.

“Che Allah ci perdoni, nobile signore della guerra, lascia che ti aiuti ad alzarti.”

 

“Non mi toccare, carogna. Credi che non sappia camminare?”

 

“Come potrei pensare questo, del grande Kheyreddin? Io, infimo granello di polvere di fronte alla montagna d’oro della sua grandezza?”

 

“Lasciami, ho detto. Faccio da solo.”Con uno strattone Barbarossa si liberò di Dago e si rimise in piedi. Bagnato e umiliato, Barbarossa imprecò verso tutti. La barca era ora libera. Barbarossa, circondato dai suoi soldati, saltò di nuovo a bordo. L’imbarcazione si allontanò velocemente. Dago aveva uno sguardo compiaciuto, quasi di vittoria.

 

“Il grande Barbarossa perde facilmente le staffe eh?”

 

“Già,” risponde tossendo Selim.”Ma altri pazzi possono perdere anche più facilmente la testa. Perché l’hai fatto?”

 

“Perché hai bisogno di riposo e l’unico modo per averlo è pagare. Guarda, mentre l’aiutavo a rimettersi in piedi, gli ho rubato questo diadema di rubini rossi. Non credo che i guardiani rifiuteranno un tale gioiello. Barbarossa è stato generoso senza saperlo.”

 

“Sei pazzo”

 

“Forse. Ma non è questo il momento di discuterne”.

 

Scese di nuovo la notte. E con essa la febbre, la terribile lotta dei polmoni per l’aria affliggeva il povero Selim.

 

“Domani non potrò alzarmi.”

 

“Domani non dovrai alzarti. Smonterò i diamanti dal diadema e comprerò riposo, medicine e cibo. Guarirai.”

 

“Ammiro il tuo ottimismo”.

 

Improvvisamente una torcia nell’oscurità del porto illuminò il rifugio di fortuna in cui Dago e Selim stavano riposando.

 

“Tu, bastardo! Vieni fuori”, urlò la guardia.

 

“Io, perché?”

 

“Muoviti, ho detto fuori! E preparati!”

 

Dago venne trascinato a forza fuori in strada. Venne scaraventato a terra e, davanti a lui, un uomo a cavallo con un volto che sembrava fatto di pietra. Attorno a lui, quattro giannizzeri turchi.

 

“Molto astuto, cristiano. Solo quando mi sono accorto che mi mancava la spilla ho capito ciò che era successo. Astuto e pazzo. Credevi di poter derubare Barbarossa e restare impunito?”

 

“Io….”

 

Dago non riuscì ad aggiungere nulla. Barbarossa lo incalzava

 

“Non sprechiamo parole. Ridammi la spilla e avrai una morte rapida. Non nego che in fondo ammiro il tuo coraggio. Ma ho cose più importanti di cui occuparmi.”

 

“Mi dispiace, Beylerbey. Non posso restituirtela!”

 

A queste parole le fruste delle guardie colpirono pesantemente il veneziano, che stramazzò di nuovo a terra. Il sangue uscì copioso dalla schiena martoriata, ma rimase fermo nella sua decisione di non restituire il gioiello rubato. Barbarossa lo osservava.

 

“Mi stupisci sempre di più, cristiano. Non capisci la tua situazione? Una morte rapida sarà per te un dono divino.

 

“Lo so. Ma non posso ridarti la spilla.”

 

Altre frustate lo costrinsero a gridare dal dolore lancinante e venne trascinato via verso degli alberi a cui venne legato saldamente. Le terribili fruste delle guardie del Barbarossa lo colpivano ripetutamente. Ormai era l’alba. Le frustate divennero veri flagelli divini. Grandine, uragano sulla sua schiena. No, Dago non parlava. Sapeva che ne andava della vita del suo amico Selim. Lui aveva bisogno di quel gioiello. Le percosse e le frustate proseguirono per ore. I carnefici si davano il cambio esausti. Il sole cominciò a illuminare quella radura di violenza e sofferenza. Il rosso del primo giorno si riflettè sulla schiena sanguinante di Dago. Un ufficiale del Beylerbey si avvicinò al suo signore.

 

“Guarda, mio re, è ormai mattino inoltrato, ma lo schiavo non ha ceduto”

 

“Basta, ormai sappiamo chi è il più forte. Non serve continuare questa tortura. Non so quale sia il motivo per tacere, ma deve essere troppo forte. Eh sia, decapitatelo.”

 

“Un momento, Beylerbey, lasciami dire qualche parola.”

 

Selim si reggeva a stento, ma era riuscito a raggiungere la radura.

 

“E tu chi sei?” Tuonò il Barbarossa.

 

“Io sono la ragione del furto. L’ha fatto per salvarmi. Era disposto a farsi uccidere per questo. Ascolta, Beylerbey. Che cosa dice Allah su chi sa amare tanto i propri amici? Eccoti la maledetta spilla. E’ troppo tardi perché possa salvarmi la vita. Ma sarebbe triste che troncasse quella del giovane cristiano. Pensaci, Beylerbey. Cerca un po’ di commozione nel tuo cuore. Hai tutto ciò che un uomo può desiderare. Noi, invece, abbiamo solo la nostra amicizia. Per questo siamo pronti a morire per essa senza paura.” Selim diede il gioiello al Barbarossa e cadde a terra, privo di forze. Il vecchio aveva fatto l’ultimo sacrificio per il suo amico e figlio Dago.

 

“No, Selim, non morire!” Gridò Dago.

 

“E’ il momento. Che Allah e il tuo dio cristiano ti proteggano, figlio mio.”

 

“Selim….no!”.

 

Le mani di Selim strinsero per l’ultima volta il viso di Dago e lentamente si abbassarono prive di vita. Dago piangeva, le sue lacrime erano quelle che non aveva potuto versare per la morte del suo vero padre. Aveva trovato conforto e aiuto, ma ora Selim se ne era andato. Dago era di nuovo solo. Barbarossa, il terrore dei mari, il padrone del mediterraneo, ammiraglio del sultano, guardava in silenzio, alla luce rossa dell’alba.

 

“Lasciate che il cristiano seppellisca il suo amico e curatelo. Poi lo manderete su una galera come rematore. Ah, dimenticavo. Usate lo stesso trattamento per i guardiani. Ma a loro, prima, siano mozzate le orecchie. Che paghino per la loro incapacità!”

 

Prima di andarsene, si tolse il mantello e lo consegnò quella figura inginocchiata.

 

“Prendi, schiavo. Avvolgici il tuo amico, che non scenda nudo nella tomba. E’ la migliore seta di Baghdad.”

 

 

Poi diede un lieve colpo di redini e si allontanò. Barbarossa il potente, temuto, l’invidiato. Nessuno può immaginare che in questo momento sta invidiando un povero, vecchio schiavo morto.

Dago avvolse il corpo esanime di Selim nel pregiato mantello e pianse. Il sole era ormai alto, quando Dago venne ricondotto alle prigioni, prima di essere assegnato alle galere come rematore.

 

Written by dago64

September 11, 2011 at 4:08 pm

Posted in Il Rinnegato

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