Mauro Faina's blog

School Adventures

Il rinnegato – I capitolo – Il complotto

leave a comment »

I capitolo – Il complotto

Venezia. Giugno del 1519. La tregua con l’impero aveva sancito un periodo di relativa tranquillità per la Serenissima. Francesco I e Carlo V si contendevano l’Italia settentrionale. La repubblica veneta temporeggiava, considerando anche la minaccia dei pirati del Barbarossa, al soldo di Solimano il magnifico. Ma non si dormiva tranquilli  nei sontuosi palazzi del potere veneziano. Nell’ombra sorgevano complotti e strane alleanze fra chi bramava più ricchezze e gli inviati dei monarchi stranieri. Venezia non era un posto sicuro e tutti ben presto se ne sarebbero accorti. Quella notte in laguna si poteva udire il suono lugubre e cupo delle grandi campane. Le vecchie calli oscure echeggiavano quel sinistro rumore . I neri canali dell’acqua immobile, gli antichi palazzi che il tempo corrodeva di continuo e sullo sfondo la cattedrale di San Marco, alta e imponente, come una bella dama di corte. Venezia si piegava su se stessa in quella notte rotta solo dai lamenti dei gatti e dallo sciabordio di un remo.

Nella nebbia notturna una gondola avanzava lungo il canale. Un uomo incappucciato e inquietante si ergeva a prua, a poppa il rematore, che al cenno dell’incappucciato fermò l’imbarcazione all’altezza di un piccolo porticciolo. Illuminato dalle luci fioche provenienti dalle finestre che si affacciavano sul canale, l’uomo misterioso scese dalla gondola  e salì i quattro gradini che lo condussero davanti il portone di uno dei tanti palazzi eleganti di Venezia. Sul petto appesa ad una collana, una daga. Portata come ornamento, ma terribile strumento di morte. Ad attenderlo c’era un servitore.

“Benvenuto” Conte Caravello. Gli altri ospiti vi stanno aspettando.”

Il nobile percorse un lungo corridoio e raggiunse un grande salone, dove a riceverlo c’erano altri tre uomini, eleganti e misteriosi. Uno dei tre, con una benda nera a coprire un occhio, lo salutò.

” Temevo che non arrivassi, ci sono tanti pericoli in questi periodi incerti.”

“ Caro Principe,” rispose Caravello con sarcasmo, “il pericolo è il sale della mia vita. La giusta dose è gustosissima….. ma…… non vedo il nostro buon amico Kalandrakis.”

“Arriverà a breve. Lui non ama il sale del pericolo, neppure in giusta dose. Il suo mondo è fatto di oro e di lettere di credito. Tutto ciò che non è finanza lo spaventa.”, non è un uomo d’azione. Ci sei tu per i lavori sporchi.” Rimarcò il principe.

“ E’ un peccato doversi servire delle jene per far trionfare i leoni! Esclamò il terzo dei convenuti con il capo contornato da un tipico copricapo turco.”

“ Sarebbe un peccato peggiore se i leoni perdessero. Non credi, Ahmed Bey?”

“ Ah, come al solito, caro Kalandrakis, spunti dall’ombra. E’ chiaro, non puoi lottare contro la tua natura!”

I due si scambiarono uno sguardo di odio, ma a richiamarli all’ordine la voce profonda e autoritaria del Principe.

“Vi prego, amici, non sprechiamo tempo in dispute inutili. Abbiamo molto da rischiare e molto da perdere. Accomodatevi.”

Il lugubre quartetto si sedette intorno a un tavolo illuminato solo dalla fioca luce proveniente dalla finestra. Il principe prese la parola.

“Tu, Kostas Kalandrakis, puoi perdere le tue banche. Hai ammassato ricchezze in tutta Europa, ma, attenzione, tutto vacilla, tutto è messo in discussione. E non di meno rischi anche tu, Ahmed Bey. Solimano confida in te per impedire l’alleanza fra l’imperatore Carlo V e Venezia. Certo, finora hai lavorato bene e grazie ai tuoi servigi, Solimano ti ha coperto di fama e ricchezza. Bada bene, se il nostro piano fallisce, ti attende la mannaia a Costantinopoli. Ma se con il vostro aiuto diventerò doge, le vostre fortune si moltiplicheranno. Se sarete distrutti, allora lo sarò pure io. I nostri destini sono uniti per sempre. Quanto a te, mio caro Caravello, oltre all’oro che prendi dal sultano, potresti perdere anche la tua amata, Ortensia Morosini, la donna che per te vale di più della tua stessa vita. Tutti noi siamo ora in pericolo a causa di un solo uomo. Lui o noi. Dovremo distruggerlo o sarà lui a distruggere noi. Lo conosciamo tutti questo uomo: Dandi, il maledetto Domenico Dandi. Preparatevi, l’ora della verità è giunta.”

I quattro uomini sinistri si scambiarono un cenno d’intesa e senza aggiungere altro, si allontanarono. Alea iacta est, avrebbero detto i romani.

Non molto distante dal luogo del complotto, c’era il palazzo della famiglia dei Dandi, una delle casate più antiche e illustri a Venezia. Ricche e rispettate, anche se oscurate nel prestigio dalle nuove famiglie emergenti della Serenissima. Domenico Dandi era un fedelissimo del doge e le sue ricchezze provenivano dal commercio del sale pugliese, dalle spezie d’Egitto e dalla conchiniglia proveniente da Corfù. Domenico aveva anche aperto una filiale del banco dei Medici. Un fatto che lo rese immensamente ricco. Ma il vecchio Dandi era sempre vigile, sapeva che la sua fortuna poteva essere fonte d’invidia. Troppe serpi strisciavano a Venezia.

 

Lo studio era illuminato solo dalla fioca luce di una candela. Domenico indossava un pregiato mantello di pelliccia, leggeva con  sguardo corrucciato i documenti sparsi sullo scrittoio. Il suo viso rivelava sorpresa e indignazione. E provava una stanchezza, una stanchezza che prendeva le ossa, che gelava il sangue. In bocca, l’amaro di una verità prima solo sospettata e ora, con quelle carte a fare da testimone, provata. Il silenzio della riflessione fu interrotto dal cigolìo della porta. Una dama, giovane e bella, entrò nello studio e posò la mano sulla spalla del nobile.

“Avete un’espressione strana, padre. Non state bene?”

“E come potrei stare bene, Fiammetta? Venezia lotta su tutti i fronti per sopravvivere. La repubblica è circondata da nemici. Guarda questi documenti. Sono le prove del più miserabile tradimento contro la nostra città. Due uomini stanno cospirando con il turco Solimano. Uno di loro è addirittura veneziano.”

“ Come può essere, risponde preoccupata la donna? Chi?”

“Leonardo Caravello, mia cara.”

“ No, non può essere. E’ nostro amico di lunga data. Il compagno preferito di Marco. Non ci credo. Sei sicuro? E cosa intendi fare?”

“ Andrò dal principe Grimani e gli consegnerò i documenti perchè li faccia pervenire al doge. E come prova inconfutabile, so della presenza a Venezia dell’ambasciatore turco del sultano, Ahmed Bey. Ma Ahmed è anche agente in nome del Gran Visir. Il doge dovrà prendere atto di questa slealtà e prendere i dovuti provvedimenti.”

“ Va bene, padre, è giusto quanto dici. Ma Marco, che dirà?”

“ Non lo so, ma in un modo o nell’altro, dovrà venire a  saperlo.”

A Palazzo Morosini  Ortensia, la giovane padrone di casa appena diciassettenne, era felice e preoccupata allo stesso tempo. In grembo portava il figlio dell’amato Marco Dandi, ma voleva assicurarsi il matrimonio. Non si fidava del bel giovane, ammirabile per qualità tanto inaffidabile per le promesse. Quella sera aveva organizzato un incontro nel suo palazzo. Marco venne accompagnato dall’inseparabile amico Leonardo, guascone quanto lui, ma a Ortensia non era mai piaciuto. C’era qualche cosa nel suo volto che l’adombrava, e qualche volta ne rimaneva spaventata. Ma per amore di Marco, l’aveva accettato fra i suoi più cari amici. Ortensia attese i due in terrazza, ben illuminata e toccata dalla brezza notturna della laguna, un luogo piacevole per l’incontro di tre giovani nobili da cui si poteva ammirare il fantastico panorama offerto da Venezia. Ortensia, nonostante la sua giovane età, era già donna, aveva un corpo  scolpito e le sue curve femminili erano perfettamente messe in risalto da  uno splendido abito di seta bianca. Il suo seno era contenuto a fatica dall’abito, grazie a dio non si vedeva ancora la pancia crescere.

“Buonasera, mia amata Ortensia,” disse Marco, compiaciuto alla vista della bellezza della fidanzata.

Ma le parole che Ortensia usò non furono certamente di gioia. Anzi. Lo splendido viso fu attraversato da una smorfia seccata.

“ Ma-tri-mo-nio. Hai capito, buffone? O non sai di che cosa parlo?”

Il giovane vicino a lei, aitante, moro vestito con gusto, con la daga appesa a un fianco, più per vezzo che per utilità, si chinò verso di lei e con fare gentile le sussurrò.

“ Ortensia, amore mio, sogno mio, vita mia, morte mia, ascolta. Sto per avere un posto nella flotta. Combatterò agli ordini del nostro glorioso ammiraglio. E’ difficile per me pensare al matrimonio, anche se, credimi, lo desidero con tutto il cuore.”

“Lo so, lo so, rispose Ortensia con uno sguardo di rassegnazione. Contro i Turchi, contro i pirati di Barbarossa, chissà contro chi altri. Ma io? Quali sono i tuoi progetti per me?”

“ Lo sai, vita mia, amarti notte e giorno. Finchè diverrai una deliziosa vecchietta!” E si lasciò andare a una fragorosa risata.”

“ Scordatelo!” Esclamò stizzita Ortensia. “ Io non aspetterò di essere una deliziosa vecchietta per sposarmi. Quindi scegli o i turchi e i pirati o me!”

Marco rimase senza parole, stordito dalla veemenza dell’amata.

“Suvvia, Ortensia, non lo sgridate. Se non vi sposa lui, lo farò io. Quale migliore punizione per le sue esitazioni?”

“ Zitto voi, Leonardo. Mi basta uno svergognato per volta.” Ginetta, ormai irritata e delusa, si allontanò, fra lo sguardo attonito dei due giovani.

“Mmm, la tua bella fidanzata è decisa, vero Marco?”

“ Si. Hai ragione Leonardo. E ciò rende il mio futuro molto cupo. Temo che stavolta non troverò scuse per salvarmi dal matrimonio.”

“ In questo caso, caro Marco, urgono provvedimenti. Non lasciamo per domani il vino che possiamo bere oggi.”

“ Ah ah ah, hai ragione, Leonardo. E nemmeno le ragazze che possiamo baciare. Parole sante. I locali di Venezia ci aspettano. Andiamo, altrimenti non ci rimarrà nulla. I piaceri di Venezia saranno nostri.”

Ridendo e scherzando i due giovani abbandonarono la terrazza e percorsero i lunghi corridoi del palazzo fino alla scalinata di marmo. Scesero al pianterreno e uscirono dal portone secondario dove ad attenderli c’era una gondola.

Nel frattempo il vecchio Dandi non perse tempo e, dopo aver congedato la figlia Fiammetta, si recò alla dimora del principe Grimani. Ad attenderlo il volto giallastro del servo che mostrò uno strano sorriso beffardo.

“Ah, buonasera signor Dandi, entrate. Il principe vi aspetta.”

“ Il principe conosce il motivo della mia visita, Giannetto?”

“ Si ed è molto inquieto. Mi ha detto di farvi passare subito.”

Lo studio del principe era maestoso, tappezzato di costose stoffe e arredato con mobili di alta fattura.

“Buona sera, nobile Dandi.”

“ Porgo i miei saluti, principe Grimani e sono messaggero di funeste notizie. Leggete qui, questi sono documenti scottanti e vergognosi per la Serenissima.”

Grimani lesse le carte accuratamente. Alla fine sollevò il suo sguardo verso Dandi.

“Non credo ai miei occhi, Caravello e Kalandrakis. Due nobili di alto lignaggio. Sembra incredibile. Sai se ci sono altri implicati?”

“ Si, principe Grimani. Pare ci sia un nobile molto molto importante, ma non ho scoperto chi. Mi metterò subito all’opera per stanarlo. Dovrei riuscirci in breve tempo.”

“ Capisco.” mormorò il principe. L’uomo riflettè qualche minuto e  si rivolse di nuovo  a Dandi.

“Lasciate qui questo rapporto. Domani sarà mia cura consegnarlo nelle mani del doge. Vi ringrazio, Dandi, per la fedeltà dimostrata.”

Lo sguardo del principe accompagnò il nobile Dandi fino al portone d’ingresso. E rimase immobile a pensare. Qualche minuto e si scosse.

“Giannetto! Dove sei?”

“Eccomi signore.”

“ Trovami Salvatore, subito. Ho un incarico speciale per lui.”

“ Si, signore, me ne occupo subito.” Giannetto a passo svelto uscì dallo studio e corse a compiere la sua missione.

Ora regnava un assoluto silenzio su Venezia. Ma il rumore della morte saliva assordante.

L’indomani, con il sole già alto, rauco per i canti, sazio di vino, felice di vivere  Marco fece ritorno a casa. Aveva trascorso una notte di bagordi con l’amico fraterno. Il gondoliere lo aiutà a salire gli scalini del suo palazzo e barcollante, ma soddisfatto, il giovane salutò la vita. Era felice. Una felicità da fare invidia.

“Cosa posso volere di più? Una sposa meravigliosa, un amico inestimabile, una carriera brillante. Non è un sogno, è realtà e grazie Dio per avermi concesso tanta grazia!”

Come sempre, quasi in un gesto rituale, sfiorò il vecchio scudo di pietra appeso a fianco del portone. Lo stemma dei Dandi, simbolo di fama e ricchezza. La sua bandiera, scolpita nel suo cuore.

“Lunga vita ai Dandi.” gridò il giovane.

Ad accoglierlo nel salone la madre. Una bella donna di mezza età, vestita con un abito rosso damascato. Al collo indossava un prezioso gioiello, regalo dell’adorato marito.

“Ah, sei qui? Hai finito con gli stravizi? Dovresti vergognarti!”

“Cara Madre! Niente mi rallegra più di una calda accoglienza. Dammi un bacio.”

E l’abbracciò, con una genuina allegria che la fece sorridere e che la rese la madre più felice del mondo. Nella stanza adiacente il salone, sedevano il padre  la sorella che parlottavano fra di loro.

“Glielo direte, padre?”

“ Non posso. Leonardo è come un fratello per lui. No. Forse sono vile, ma non riesco a dirglielo. Gli ho scritto una lettera che potrà leggere più tardi.”

Marco si avvicinò ai due. “Sorellina, già alzata? Sei bella come il sole, stai diventando grande e presto dovrò litigare con i tuoi pretendenti! E voi, padre, potete cominciare a brontolare.”

“ No, Marco, oggi no. Dopotutto anch’io da giovane ho avuto la mia parte di notti brave.”

Il vecchio Dandi prese un plico dalla tasca del suo mantello e lo diede al figlio.

“Prendi, ti ho scritto una cosa molto importante e voglio che tu la legga appena sarai solo. Lo farai?”

“ Lo prometto, padre. Diavolo. Ho veramente sonno. E puzzo come pochi. Mi ritiro nella mia stanza.”

Marco si allontanò e salì la scalinata che conduceva alle camere da letto del piano superiore.

“Leggerò la lettera più tardi, non mi reggo in piedi.”

Con il sole alto, Marco sprofondò nel suo letto. Nella mano la missiva del padre, che lentamente scivolò fra le sue dita a terra.

Venezia era invece ben sveglia anche se il primo cittadino non brillava per capacità. Il Doge Loredan aveva avuto un periodo veramente difficile dal punto di vista politico. La lega di Cambrai non gli dava pace anche se la guerra poteva ritenersi conclusa, e la tregua con Solimano non lo lasciava tranquillo. Il doge, che forse pensava di doversi godere gli ultimi anni di vita piuttosto che dedicarli all’amministrazione, aveva favorito una certa rilassatezza di costumi nella società veneziana. Vi furono molti scandali finanziari e molte cariche pubbliche vennero acquistate piuttosto che ottenute per merito. In questo periodo il doge comprava perfino cariche per figli e parenti, usando al massimo la sua influenza. La serenissima era allo sbando. Un doge così preso dai suoi affari clientelari , non poteva essere in grado di amministrare la repubblica. Molti nobili vedevano nella sua debolezza, la possibilità di instaurare nuovi equilibri, nuovi poteri. Grimani era fra questi. Il complotto contro il Dandi avrebbe eliminato un pericoloso avversario e la strada verso la carica di doge sarebbe stata praticamente libera. Bisognava fare presto però.

Una gondola colpiva ritmicamente il molo di pietra. Nell’aria un odore acre, di putrefazione. Tre uomini, avvolti nei loro mantelli neri, incappucciati, nella penombra parlottano.

“ Allora, tutto deciso? Esclama uno dei tre.

“Si, dovrà essere stanotte. Salvatore, il miglior falsario di Venezia ha preparato le lettere, vere opere d’arte. Ma non voglio correre rischi inutili. Mi dicono che il giovane Marco Dandi sia un abile spadaccino.”

“ In effetti, è il migliore, principe. Ma la mia daga penserà a tutto.”

La lama dell’arma illuminò per un attimo il viso pieno di  furore di Leonardo. Gli occhi rosso sangue, quasi a presagire l’imminente delitto.

“Mi occuperò io di lui.”

Scese la sera e Marco era ancora nelle braccia di Orfeo. Leonardo entrò furtivamente e rovesciò una brocca d’acqua addosso al giovane Dandi.

“Sveglia, marmotta. Devo dirti cose importanti.”

“ Maledizione,” rispose Marco imprecando ancora mezzo addormentato, “ Ti ucciderò!”

“ Non essere così melodrammatico, mio bel signorino. Alzati e vieni con me, faremo un giro in gondola. Con la luna piena dobbiamo fare una serenata a tutte le ragazze di Venezia.”

“ Ehi,” esclama Marco, ma tu non ti stanchi mai? Va bene, dammi qualche minuto per sistemarmi e risvegliarmi completamente.”

“ Ti aspetto giù. Non farmi aspettare troppo.”

Marco si preparò ad uscire, si cambiò d’abito e mentre uscì dalla stanza, scorse la lettera del padre.

“Accidenti la lettera, l’avevo scordata. La porterò con me e la leggerò alla prima occasione. Ora mi attende una fantastica nottata.”

Marco salutò la sua famiglia e salì con Leonardo sull’imbarcazione che li avrebbe portati fino in Istria, a scoprire le meraviglie di quella costa. All’oscuro di tutto, il giovane Dandi sprofondò nei cuscini della grande gondola, scherzando e ridendo con il fidato Leonardo. A osservare i loro movimenti due loschi figuri, nascosti sotto un ponticello poco distante.

“Ecco,” disse uno dei due, “escono”.

“Perfetto,” rispose l’altro.” Ora possiamo agire indisturbati. Alle undici è l’ora stabilita. Ricorda a tutti le istruzioni.”

L’uomo si allontanò, lasciando l’altro a vigilare.

Le campane di San Marco suonarono le undici. Sei, sette, otto, nove, dieci rintocchi. All’undicesimo un gruppo di uomini incappucciati dai lunghi mantelli neri bussò pesantamente a palazzo Dandi.

Un servo aprì e chiese: “buonasera signori, che volete? E’ piuttosto tardi.” Non fece in tempo a finire la frase, che dal gruppo una lama lo trapassò da parte a parte.

“Togliti di mezzo e lasciaci passare.”

Dal suo studio accorse il vecchio Dandi.

“Ma che succede? Che cosa sono queste grida? Ehi, voi cosa volete?”

Le cinque figure nere lo circondarono in un attimo e una voce gridò: “la tua morte!!!” Cinque lame affilate lo infilzarono senza pietà e Domenico Dandi cadde a terra in un lago di sangue. Il gruppo di selvaggi cominciò a distruggere tutto. Cristalli, statue, mobili e i loro colpi fecero tremare l’intero palazzo. Dal piano superiore una voce, la madre di Marco.

“Fermi, miserabili. Cosa significa tutto questo?”

Uno degli assassini imbracciò una balestra e nell’aria si sentì un sibilo, leggero, mortale. La donna cadde pesantemente lungo la scalinata priva di vita. Da un’altra stanza al piano superiore accorse Fiammetta. Vide la madre morta lungo le scale e si inginocchiò a soccorrerla.

“Cosa avete fatto? Madre! Noooo!!!!!!!”

Pochi passi e il lugubre gruppo fu intorno a lei. Gli ordini erano di non risparmiare nessuno, tutti dovevano perire. Il tragico pianto di Fiammetta venne soffocato dalle spade dei malfattori che si accanirono contro la ragazza. Dieci, venti, cento colpi mortali vennero inferti su quel povero corpo ormai senza vita. In preda a una cieca follia assassina, i cinque uomini conclusero la loro opera criminale dando alle fiamme l’intera dimora.

La notte in laguna era fresca, c’era umidità, ma era gradevole. Marco e Leonardo, seduti sui comodi cuscini della loro gondola, si godevano il momento accompagnati dal suono del mandolino, usato con maestrìa da uno dei due marinai che li accompagnavano. Una musica celestiale sembrava voler raggiungere le stelle. Marco era disteso e senza pensieri.

“ Splendido, un momento così dovrebbe essere eterno.”

“ Hai ragione,” gli rispose Leonardo. “Godiamocela.”

Marco si toccò la sua tasca e sentì uno strano scricchiolìo di pergamena.

“Accidenti, la lettera di mio padre. Devi scusarmi un istante, Leonardo. Ho promesso a mio padre di leggere questa lettera al più presto.”

“ E leggila,” rispose bruscamente il nobile Caravello.

Improvvisamente l’aria si fece fredda, il suono del mandolino sembrò un grido agghiacciante di un fantasma. Marco finì di leggere e alzò il capo stupito verso Leonardo.

“Non capisco,” gli disse. “Mio padre parla di un complotto in cui sarebbero implicati il banchiere Kalandrakis, un certo Ahmed Bey e un nobile veneziano ancora sconosciuto. E in fondo alla lista c’è anche il tuo nome, Leonardo.”

“ Io?” Rispose l’amico meravigliato. “Guardami Marco. Mi conosci da sempre. Mi credi capace di questo? Tradire chi amo?”

Marco osservò l’acqua e riflettè.

“E’ tutto incredibile. Anche la storia del nobile di cui non si conosce il nome.”

Alle sue spalle, Leonardo, non visto, estrasse la daga che gli cingeva il collo.

“Io lo conosco. E’ il principe Grimani. Ecco l’unico nome che tuo padre non ha scoperto. E per questo sarà già morto come tutta la tua famiglia. E come te!”

Marco non fece in tempo a voltarsi, che venne raggiunto alla schiena da un fendente dell’amico. Un dolore sconosciuto e agghiacciante lo prese. Uno dei due gondolieri lo spinse in acqua. Un tonfo leggero e Marco si ritrovò fra le  onde nere della laguna. Il suo corpo ancora galleggiava, privo di vita, mentre la gondola era già lontana. La daga nella sua schiena sembrava una croce. Uno dei due marinai si rivolse a Leonardo.

“ Tutto fatto, signore. I pesci banchetteranno col suo nemico.”

“ Si, hai ragione. Ma anche morendo mi ha tolto qualche cosa. Non ho potuto estrarre la mia daga. Bene, lo accompagnerà in eterno!”

E’ ancora buio a palazzo Dandi. Molta gente era accorsa alle grida, ma il gruppo di assassini era riuscito a  fuggire senza lasciare traccia. Fra la folla che si ammassava davanti al portone,  apparse il doge in veste ufficiale con un drappello di soldati. Il primo cittadino di Venezia entrò nel palazzo. C’era un silenzio assoluto. I corpi della famiglia Dandi giacevano a terra, affogati nel loro sangue. Quasi irriconoscibili dopo il rogo che aveva danneggiato tutto e tutti. Il doge osservava attonito la scena e spezzò il silenzio.

“ Che massacro!! Anche il principe Grimani era presente. Il doge chiese a lui lumi sull’accaduto, dato che sapeva dell’amicizia fra i Dandi e i Grimani.

“Avete trovato qualche cosa, Grimani?”

“ Si, eccellenza.” Rispose l’uomo dalla benda nera. “Una cosa incredibile. Lettere dal sultano turco a Dandi. Solimano si lamentava per non aver ricevuto le informazioni promesse.” Il doge ascoltò con attenzione e annuì.

“E qual’è la vostra conclusione, principe?”

“ E’ evidente che Dandi era una spia del sultano e che voleva tirarsi indietro, come dimostrano le lettere. Solimano ha così deciso di farlo uccidere.”

Il doge, convinto dalle parole dell’infido Grimani, fece una solenne dichiarazione.

“Non abbiamo scelta. Da oggi il nome di Dandi sarà simbolo di ignominia. Lo stemma della famiglia verrà distrutto e dimenticato. Questo è un mio ordine, un ordine del doge.”

Alla sue spalle, Grimani, fece un ghigno beffardo. Ora aveva campo libero. Presto nessuno avrebbe potuto toglierli il titolo di Doge. Quell’inetto di Loredan era condannato.

Il sole era già alto. La galera avanzava lentamente. Sul ponte l’ufficiale turco, armato di frusta e pugnale, guardava quel corpo quasi senza vita sul ponte, che i suoi uomini avevano appena tirato fuori dal mare. Un lieve movimento, a fatica, rivelatore che c’era ancora vita in quel fardello bagnato.

“ Ehi,” gridò il soldato, “ti sei svegliato, infedele?”

Lo sguardo di quell’uomo, ancora barcollante e sdraiato lungo le assi della nave, si rivolse con aria interrogativa verso quella voce.

“Ah, non ricordi molto, vero? Sono Kabir Ben Mahud e comando questa nave. Devi al fatto che avevamo un albero spezzato e navigavamo sottocosta se sei ancora vivo.”

Lo sventurato cercò di alzarsi e farneticò qualche parola.

“ Galleggiavi svenuto, aggrappato a un legno con una daga piantata nella schiena. Chi ti odia così tanto, cristiano? Quale grande crimine hai commesso?”

Marco cercò di alzarsi e rispondere.

“Non ricordo, non lo so. In questo momento non so niente. Ma che farai di me?”

“Di te?  Ora sei uno schiavo, tutto qui.”

Marco, improvvisamente, acquistò vita e gridò all’indirizzo del turco.

” Schiavo? Io sono Marco Dandi, cittadino di Venezia!” Un pesante calcio colpì il giovane sulla mandibola, facendolo cadere a terra.

“ Zitto, cittadino di Venezia. Io sono il capitano di Khair-al-din, il re del mare. E sputo sulla tua città.”

“Kheyr-ed-din? Il pirata?” sussurrò Marco.

“Si,” rispose l’ufficiale. “Quello che voi chiamate Barbarossa. Il padrone del mediterraneo. Pulisciti la bocca quando parli di lui, cane infedele! E dimmi, questa è la daga che avevi nella schiena, bella. Non è certo strumento da contadini. Che storia c’è dietro?”

Marco raccolse le ultime forze.” E’ una storia mia, un debito mio,” improvvisamente tutto gli tornò in mente.

“Ehi,  tu da adesso in poi non hai nulla. Debiti, crediti. Nulla. Sei solo uno schiavo. Niente. Nulla. Dimentica chi sei stato perchè non rivedrai il tuo paese e la tua gente.” Lo sguardo minaccioso di Khabir raggelò Marco.

“Non sono uno schiavo, pirata, sono Marco Dandi.”

A queste parole la collera assalì Khabir.

“Non hai ancora capito? Vuol dire che dovrò chiarirti le idee.”

E lasciò partire un colpo di frusta sulla schiena già martoriata di Marco, che crollò pesantemente a terra, senza forze.

“Vedi come è facile piegare la volontà. Non sei niente. Hai una nuova vita. Mmm, hai anche bisogno di un nuovo nome. Lasciami pensare. Si, ti chiamerò Dago. Un nome appropriato. Dopotutto questa daga è stata come una madre per te. Ti ha fatto nascere a nuova vita. Ora non hai più passato.”

Khabir, compiaciuto, ordinò ai suoi due uomini di portare Marco nella stiva. Venezia era ormai lontana. Non esisteva più l’uomo che si chiamava Marco. La stiva era buia, c’era un terribile odore di corpi umani, sospiri, gemiti, e tintinnio di catene. C’era un uomo, senza passato, che singhiozzava senza riuscire a dominarsi. Piangeva di rabbia, di orgoglio ferito, di odio. Non si accorse nemmeno quando venne incatenato. Ma nelle sue orecchie risuonò la frase della guardia.

“ Benvenuto nel tuo nuovo mondo, schiavo!”

Written by dago64

June 8, 2011 at 9:29 pm

Posted in Il Rinnegato

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: