Mauro Faina's blog

School Adventures

Il soldato dimenticato XVI – verso Stalingrado –

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Il battesimo del fuoco.  1 novembre, 1942.

Eravamo in piedi accanto a un lungo convoglio ferroviario . Ci era stato ordinato di allinerare i nostri fucili sui binari e toglierci gli zaini. L’ora era più o meno fra le dodici e l’una. Laus stava sgranocchiando qualcosa che aveva preso dal suo zaino. Il suo volto, anche se poco attraente, ci era diventato familiare, perfino rassicurante. Come se il suo gesto fosse in qualche modo un segnale, noi tutti tirammo fuori il nostro cibo, qualcuno immediatamente divorando l’equivalente di due pasti. Laus notò questo, ma si accontentò di un breve commento: “Va bene, andate avanti, buttatelo giù tutto . Ma non ci sarà un’altra distribuzione prima che la settimana sia finita.”

Anche se ci sentivamo come se avessimo mangiato solo la metà di quello che avevamo realmente bisogno per placare I nostri appetiti giganti, sentimmo anche un pò più di caldo. Ormai stavamo aspettando al freddo da più di due ore, e stava iniziando a congelarci. Camminavamo su e giù, scherzando e pestandoci I piedi. Qualcuno, che aveva della carta, scrisse delle lettere, ma le mie dita erano troppo indolenzite, e mi accontentai di osservare. I treni, carichi di materiale da guerra, passavano continuamente per la stazione, che si era trasformata in un grande collo di bottiglia, con convogli che si muovevano, solo per essere spinti su un altro binario, dove altre compagnie portate solo dio sa da dove, stavamo in attesa come noi, Le persone si toglievano dalla via per far passare un treno, solo per vederlo pochi minuti dopo diretto verso la direzione opposta. Che confusione!!!

Il treno a cui stavamo appoggiati sembrava essere stato immobilizzato per l’eternità. Forse sarebbe stato meglio se non fosse mai partito. Per tenermi in movimento, mi sollevai fino alle prese d’aria dei vagoni. Invece di bestiame, il treno era pieno di munizioni. Ormai eravamo nella stazione da 4 ore, e stavamo gelando. Diventava sempre più freddo e l’oscurità stava arrivando, e per uccidere il tempo ci buttamo ancora una volta a mangiare le nostre provviste. Anche se era abbastanza buio, il traffico continuava, scarsamente illuminato. Laus stava cominciando ad averne abbastanza. Con il suo berretto spinto fino alle sue orecchie, e il suo bavero alzato, stava camminando su e giu per scaldarsi; doveva aver percorso almeno 10 miglia

Avevamo formato un piccolo gruppo di amici da Chemnitz, che non si sarebbe diviso che molto tempo dopo. Lensen, Olensheim, e Hals, tre tedeschi che parlavano male il francese come io parlavo il tedesco; Morvan, un alsaziano; Uterbeik, un austriaco scuro e riccio come un ballerino italiano, che alla fine si distaccò dal nostro gruppo; e io, un franco-tedesco. Fra noi sei, stavamo facendo progressi in entrambe le lingue, eccetto che il dannato Uterbeick, che non si fermava mai dal canticchiare canzoni d’amore italiane sottovoce. Queste malinconiche melodie erano fuori luogo e totalmente estranee alle orecchie più avvezze a Wagner che ai compositori italiani, specialmente quei lamenti di un innamorato contadinotto napoletano.

Hals aveva un orologio con un quadrante luminoso che ci informava che erano già le otto e trenta. Ci sentivamo sicuri che la nostra partenza fosse imminente, che non ci stavano per lasciare sul binario della stazione per la notte. Ma finì proprio così. Dopo un’altra ora, alcuni uomini srotolarono le coperte da notte e le allungarono come meglio potevano lungo una superficie elevata, per una minima protezione dall’umidità. Alcuni ebbero perfino la temerarietà di dormire sotto il treno, sperando che non avrebbe iniziato a muoversi.

 

Written by dago64

January 11, 2011 at 5:45 pm

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