Mauro Faina's blog

School Adventures

Archive for February 2010

Il soldato dimenticato X

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Improvvisamente vedo circa cento veicoli tedeschi parcheggiati nella strada, e Starfe indica un edificio con una bandiera svolazzante di fronte ad esso. Tirai un sospiro di sollievo. Eravamo sulla strada verso Cremenstovsk dopo tutto.
Avrai almeno un’ora di attesa, mi dice Starfe. Vai al bar e vedi se ti possono dare qualcosa di caldo. Come parla, mi dà una pacca sulla spalla. Mi sento molto motivato dal tono amichevole di questo tenente a cui ho saputo dare solo uno spaventoso viaggio. Non avrei mai immaginato che quest’uomo la cui faccia è in qualche modo spaventosa sarebbe stato capace di un gesto quasi paterno.
Cammino fino all’edificio che sembra un municipio. Un cartello riporta un’iscrizione bianco su nero: Soldatenchenke 27e Kompanie. I soldati vanno e vengono continuamente. Dato che non c’è sentinella, entro e attraverso una stanza dove tre soldati sono alle prese a scartare pacchi di cibo. Oltre questa stanza ce nè un’altra, con un banco in fondo, a fianco il quale un gruppo di soldati stanno parlando.
Potrei avere qualche cosa di caldo? Ho appena portato un ufficiale qui, ma non appartengo alla 27°. Così, blatera il soldato dietro il bancone, un altro di questi dannati alsaziani che pretendono di essere tedeschi. E’ chiaro che parlo spaventosamente male. Non sono alsaziano, ma mezzo tedesco, per mia madre. Non mi mettono pressione. Uno dietro il bancone va in cucina. Rimango dove sono, piantato nel mezzo della stanza, avvolto nel mio pesante cappotto verde. Cinque minuti più tardi, il soldato è di ritorno con una bollente gavetta mezza riempita di latte di capra. Versa un bicchiere pieno di alcohol nella gavetta e me la porge senza dire una parola.

Written by dago64

February 28, 2010 at 6:25 pm

Il soldato dimenticato IX

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10 Ottobre 1942. Il tempo è ancora bello, ma questa mattina la temperatura è di soli 3 gradi . Per tutto il giorno facciamo pratica guidando un piccolo carro armato, conducendolo fino ad alcuni pendii piuttosto ripidi. Ci sono quindici di noi a bordo del veicolo che può portarne al massimo 8, ed è abbastanza scomodo. Riusciamo a starci dentro solo grazie a qualche straordinaria acrobatica contorsione. Ridiamo tutto il giorno, e entro sera, ciascuno di noi è in grado di guidare la macchina. Siamo stanchi morti e doloranti come se ci avessero dato una buona ripassata. Il giorno successivo, appena ci buttiamo a capofitto nell’esercizio, senza calcolare il costo dell’energia, e per contrattaccare il freddo, Laus grida: Sajer!!! Faccio un passo avanti. Il tenente Starfe ha bisogno di un autista per il panzer, e dato che tu ti sei particolarmente distinto ieri…vai e stai pronto.
Saluto, e me ne vado di corsa. Non è possibile…io, il miglior guidatore del plotone! Faccio salti di gioia, e in un battibaleno, sono vestito e di nuovo nel cortile. Inizio a correre verso la compagnia comando, solo che si rivela inutile, dal momento che il tenente Starfe mi sta già aspettando. E’ magro, spigoloso, ma non sembra antipatico. Pare che sia stato gravemente ferito in Belgio e sia rimasto nell’esercito come istruttore. Scatto sull’attenti. Conosce la via per Cremenstovsk? Chiede. Jawohl (certo), signor tenente. A dire la verità, sto solo tirando a indovinare che questa sia la strada su cui noi qualche volta c’imbattiamo in compagnie che sembrano provenire da quel villaggio. Ma mi sento troppo felice per esitare. Per una volta che mi chiedono qualche cosa che sia più di un semplice esercizio. Bene, egli rispose, sorridendo. Andiamo, dunque.
Starfe indico a uno dei carri armati che stavamo usando ieri. Qualche cosa che sembra un rimorchio a quattro ruote è attaccato. Infatti è un 88, coperto con una rete da mimetizzazione. Mi metto al posto dell’autista e accendo il motore: l’indicatore della benzina dice che ci sono solo due galloni emezzo, che non è abbastanza, e chiedo il permesso di riempire il serbatoio. Il permesso è accordato, e ricevo i complimenti per questa elementare osservazione. Partiamo alcuni minuti più tardi. Il mio veicolo procede in qualche modo nervosamente oltre il portico e attraversiamo il ponte. Non mi metto a guardare Starfe, che deve aver sicuramente notato la mia deplorevole tecnica di guida. A circa 600 yarde dal castello giro verso quella che penso sia la strada verso Cremenstovsk. Per circa dieci minuti procedo a velocità moderata, in uno stato di considerevole ansietà circa il mio itinerario. Superiamo due carri polacchi carichi di fieno. Danno uno sguardo al mio Panzer, e si fanno da un lato della strada. Starfe mi guarda e sorride alla loro precipitosa sterzata. Pensano che tu l’abbia fatto di proposito. Non crederanno mai che è dovuto al fatto che non hai ancora la completa padronanza del mezzo.
Non so se debba ridere a questa osservazione, o prenderla come un avvertimento. Mi sento sempre più nervoso e faccio sobbalzare il povero tenente come se fossimo su un cammello. Finalmente arriviamo a un decrepito gruppo di edifici. Cerco disperatamente un cartello, ma tutto quello che posso vedere è un banda di bambini dai capelli di stoppa che sono corsi fuori per vederci passare, con il rischio di cadere sotto i nostri cingoli.

Written by dago64

February 23, 2010 at 10:28 pm

Il soldato dimenticato VIII

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Mi ritrovai nel cortile in compagnia di quel dannato tizio della Lorena, che non parlava mai di nulla ad eccezione dei suoi studi di medicina. Dato che prevedevo di lavorare come meccanico con mio padre, trovo tutto questo bla bla bla abbastanza noioso. A che cosa serve pensare al futuro da civile quando sei appena entrato nell’esercito?
Non ci sono ancora ordini per noi. Cammino in giro abbastanza liberamente, e per la prima volta osservo i dettagli di questo imponente edificio. Ogni cosa è di scala colossale. La scala più piccola è almeno larga 18 piedi, e l’intera massa è così imponente che quasi dimentico il suo sinistro aspetto. Oltre l’entrata e parallelo ad esso, sorgono gli spalti. Un altro blocco è composto di quattro torri come quelle del porticato, completa il gruppo di edifici. L’intera massa mi piace e mi impressiona allo stesso tempo, e sento, in questa scenografia Wagneriana un senso di quasi invincibile potere. L’orizzonte tocca la vasta foresta verde scuro da ogni dove.
La principale caratteristica dei giorni che seguono è una specie di robusto piacere. Imparo a guidare, prima un grande motociclo, poi una volkswagen, e anche una jeep. Divento così fiducioso che guidare queste macchine sembra un gioco da bambini, e sono capace di maneggiarle in ogni circostanza. Ci sono 15 di noi che si passano gli ordini a vicenda senza sottomettersi ad alcuna autorità, e ci divertiamo, come i ragazzi che siamo.

Written by dago64

February 15, 2010 at 6:15 pm

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Il soldato dimenticato VII

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19 settembre 1942. Il mattino seguente siamo giù dai letti alle 5 , e sarà così per le prossime due settimane. Dovremo anche sottoporci a un addestramento intensivo, e dovremo attraversare quel dannato stagno ogni giorno, non più come semplici bagnanti, ma con il completo equipaggiamento da combattimento.
Stanchi, bagnati fradici, ci lanciamo sui nostri materassi ogni sera, sopraffatti da un sonno schiacciante, senza un briciolo di energia per scrivere alle nostre famiglie. Come tiratore scelto sto facendo rapidi progressi. Devo aver sparato oltre cinquecento proiettili, in movimento e a distanza, durante questi 15 giorni, e lanciato almeno 50 granate. I giorni sono grigi. Di tanto in tanto piove, e mi chiedo se la pioggia è un anticipo dell’inverno. Ma è solo il 5 ottobre. Questa mattina è sereno, con un leggero gelo. Il resto del giorno sarà probabilmente bello. Salutiamo la bandiera all’alba, e c’incamminiamo per la nostra marcia quotidiana con le nostre armi in spalla. Attraversiamo il fossato sul ponte di pietra, che risuona per il martellamento dei nostri sessanta paia di stivali. Laus non ci ordina di cantare, e per mezz’ora non sento nulla tranne che il suono dei nostri passi pesanti – un suono che mi piace. Non ho alcun desiderio di parlare, e respiro a pieni polmoni la fredda aria della foresta. Un meraviglioso senso di vitalità scorre attraverso le mie vene, e non faccio alcun sforzo per comprendere perchè stiamo tutti così splendidamente dopo una tale giornata di intensa esercitazione. Corriamo verso un alloggiamento di compagnia a circa sei miglia di distanza in un villaggio, chiamato Cremenstovsk, e salutiamo mentre passiamo, noi con le teste a sinistra, loro con le teste a destra. Senza alcuna dispersione o cambio di posizione nei ranghi ci muoviamo dal passo accellerato, al passo di marcia ordinaria e di nuovo al passo accellerato. Quando torniamo al castello vediamo una folla di facce nuove.
Tutti i sergenti istruttori si sono lanciati su queste giovani reclute. Rimaniamo in piedi presso l’entrata. Dopo un’ora, dato che nessuno ci ha ordinato qualche cosa, ammucchiamo le nostre armi, e ci sediamo sul pavimento del cortile. Parlo a uno della Lorena, un po’ in francese, un po’ in tedesco, e il mattino passa. Suona la campana del pranzo, e mettiamo via le nostre armi prima di andare nella sala da pranzo. E’ pomeriggio. Ancora nessun ordine, nessuna manovra da eseguire. A malapena possiamo crederlo. Non c’è ragione di scendere in cortile; ci manderebbero solo a fare qualche servizio. Di comune accordo, sgattaioliamo fino al terzo piano, dove ci sono più dormitori. Vediamo una scala che porta fino all’attico, e poi al tetto. Il sole batte sulle solide tegole. Ci allunghiamo completamente, e mettiamo i talloni contro la grondaia in maniera tale da non rotolare nel cortile sottostante. La giornata è magnifica. Sul tetto è spaventosamente caldo e in breve ci spogliamo fino alla vita, come se stessimo in spiaggia. Comunque, dopo un poco, il calore diventa insopportabile, e come molti altri abbandono il mio “posatoio”. Anche se fino al quel momento, è quasi divertente guardare giù alle frenetiche manovre delle reclute in un mare di insulti.

Written by dago64

February 13, 2010 at 6:11 pm

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Il soldato dimenticato

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Abbiamo lasciato il nostro eroe alle prese con il cibo, dopo una dura giornata di addestramento….Do un’occhiata a Bruno Lensen. E’ già stato servito e divora il suo cibo mentre cammina a piccoli passi con cautela. Fahrstein, Olensheim, Lindberg, Hals: stanno tutti facendo la stessa cosa. Quando arriva il mio turno, apro la mia gavetta. Non ho avuto una possibilità di lavarla dal mio ultimo pato, e ci sono tracce di cibo ancora attaccate al suo interno.
Il cuoco svuota il suo mestolo nella mia gavetta, e mette una grande porzione di yoghurt sul mio piatto. Mi siedo un po’ a distanza, su una delle panchine che si trovano contro il muro del blocco cucina. Il nostro ritorno al “galoppo” aveva almeno il vantaggio di liberarmi delle uova che avevo divorato così precipitosamente quel pomeriggio. Ingoio il mio pasto con una voracità. Il cibo non è affatto male. Mi alzo e cammino fino alla luce di una finestra non oscurata e ci infilo la gavetta. Contiene quello che sembra un misto di semolino, prugne e pezzettini di carne. Sarà tutto finito in pochi minuti. Dato che non ci hanno dato nulla da bere, mi dirigo all’abbeveratoio dei cavalli come tutti gli altri, e mando giù tre o quattro tazze di acqua ghiacciata. E con l’occasione risciacquo il mio piatto. L’adunata e l’appello serali si svolgono in una grande camerata dove un caporale ci fa un discorso sul reich tedesco. Sono le 8. La ritirata è suonata con una piccola tromba. Torniamo alle nostre stanze e ci addormentiamo profondamente. Ho appena passato il mio primo giorno di addestramento in Polonia. E’ il 18 settembre, 1942.

Written by dago64

February 9, 2010 at 8:27 pm

Riflessioni sulla scuola

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Questa settimana ho assistito alla sconfitta dell’istituzione scuola fra l’ipocrisia generale. E grazie alla mia ingenuità, una serie di colpi bassi di cui l’origine mi è sconosciuta. Credo troppo nei miei alunni, credo troppo nelle persone, e continuerò a farlo, nonostante tutto.

Written by dago64

February 6, 2010 at 7:04 pm

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Il soldato dimenticato V

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La nostra recluta tedesca continua l’addestramento….Fra i canti, do un’occhiata ai miei compagni spompati, e noto uno sguardo di ansietà su ogni viso. Dato che non capisco, Peter Deleige, che è un passo in diagonale davanti a me, indica il suo polso, dove l’orologio brilla nell’oscurità e mormora: E’ l’ora.
Buon dio! Afferro. E’ quasi notte, sono le cinque passate e siamo in ritardo per la cena. L’intero drappello sembra reagire, e il nostro passo accellera. Forse ci hanno lasciato qualche cosa. Ci aggrappiamo a questa speranza, dominando la spossatezza che minaccia di sopraffarci. Distanziamo il sergente di un passo e poi di due. Ci fissa con stupore, inizia a gridare e si riprende: così voi pensate che possiate lasciarmi dietro, vero? Bene, andiamo dunque. Ai suoi ordini, cominciamo a cantare “Die Wolken zihen” per la settima volta, e , senza rallentare il passo, attraversiamo il ponte di pietra massiccia che sovrasta il fossato. Spuntiamo nel cortile ombroso, debolmente illuminato da poche fioche luci. Una colonna di soldati con le gavette per la cena e scatole di latta per bere sta facendo la fila di fronte a un sidecar che porta tre enormi pentoloni. All’ordine del sergente ci fermiamo, e aspettiamo per il successivo ordine per rompere i ranghi e prendere le nostre gavette. Ma, ahimè, quel momento ancora non è venuto. Questo sadico ci obbliga a rimettere i nostri fucili nella rastrelliera, secondo il proprio ordine numerico, e ci vogliono ancora dieci minuti. Siamo furibondi. Poi, improvvisamente: andate e vedete se è rimasto qualche cosa e in ordine!!!
Ci tratteniamo fino alla porta corazzata. Ma, poi, una volta fuori, nulla può fermarci. Ci lanciamo selvaggemente verso i nostri alloggi. I nostri stivali chiodati fanno scintille quando cozzano contro il pavimento del cortile. Corriamo fino alle monumentali scale di pietra come ottanta pazzi, spostando i pochi soldati che stanno tentando di tornare giu. Nei dormitori la calca aumenta, dato che nessuna è completamente sicuro di quale stanza e letto occupi. Corriamo dentro e fuori le stanze come indemoniati, e sembra inevitabile che qualcuno stia tentando di uscire come qualche altro tenti di entrare. Ci scontriamo, imprechiamo, ci scambiamo colpi. Io stesso ricevo un colpo violento sull’elmetto.
Alcuni diavoli fortunati che hanno la buona sorte giusto di trovare le gavette, si affrettano a tornare al triplo galoppo giu per la scale. I porci!!! Mangeranno ogni cosa rimasta! Finalmente, trovo il mio zaino, ma appena sgancio la mia gavetta qualcuno salta sul mio letto con gli stivali sporchi, e butta ogni cosa sul pavimento. La mia gavetta rotola sotto il letto a fianco, e quando mi tuffo per recuperarla, la mia mano rimane schiacciata. Ritorno nel cortile, e là, sotto il bevevolo sguardo dei nostri noncom, occupo il mio posto in linea, sollevato al vedere che c’è ancora un pentolone con dentro qualche cosa. In questo momento di respito, guardo con attenzione i miei compagni. Ogni viso porta lo stesso sguardo bruciante di sfinimento. I magri, come me, hanno ampi lividi sotto i loro occhi, e i più cicciottelli sono color cenere. Do un’occhiata a Bruno Lensen.

Written by dago64

February 6, 2010 at 6:11 pm

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